Incontro faccia a faccia con il poliedrico artista dalla fervida curiosità e dalla voglia di sperimentare. L’importante è fare. Creare con le mani ciò che si pensa.
Le scale scendono di un livello. E la porta si apre sulla luce, tante piccole finestrelle, tutte in alto, a filo con il prato esterno. Siamo entrati nella stanza del “creare”: in fondo, di fronte a noi, una tenda viola composta da spesse strisce di plastica. E dall’altra parte il “creato”. L’artista ci da il benvenuto nel suo mondo. Gastone Cecconello ed il suo studio. Già, il creato, ovvero le opere, tante, tantissime. “Ora vi faccio visitare il mio inferno, il mio folle mondo” ed iniziamo la nostra discesa agli inferi del colore e delle forme.
Come un moderno Caronte, Gastone Cecconello ci guiderà nel suo personale girone dantesco. L’artista vercellese inizia a parlare, e noi facciamo fatica a seguirlo, persi nel nostro curiosare. In qualsiasi angolo, quadri: grandi, piccoli, un’icona russa ed un colorato lampadario creato con semplici pastelli. “L’importante per me è il non conformarmi. Se mi fossilizzo su un metodo o su di un soggetto e produco solo quello alla fine il rischio è quello di diventare solo un artigiano”. Uomo eclettico, a tratti incoerente.
Come nascono le idee ed i soggetti protagonisti dei suoi quadri?
“Innanzitutto per me l’importante è provare sempre tecniche nuove. Sperimentare è la parola chiave. Infatti quando ho un’idea, non la sperimento una volta sola, ma mille volte. Provo, procedo per tentativi. Una sfida”. Quando si parla di artisti e pittori ci si immagina che il disordine regni sovrano sia nel lavoro che nella vita. Invece c’è una cosa che colpisce di Gastone Cecconello: il suo caos ordinato. Tutti i quadri, già incorniciati o ancora da incorniciare posizionati in modo meticoloso su scaffali alti, che arrivano a sfiorare il soffitto, divisi per anni e tecniche pittoriche. E non potrebbe essere diversamente, vista la mole impressionante di lavori presenti. Così tanti che il grande studio di cinquecento metri quadri fatica a contenere. “Vedete” ci racconta “Io non produco per il mercato ma per me stesso. E questo mi permette di giocare” : il gioco, il ludico, una componente quasi sempre presente, a volte predominante nelle sue creazioni. Ma quanto fuma Gastone Cecconello? Tantissimo. Una sigaretta via l’altra, in un intercalare di aneddoti. E nel gesticolare, la sigaretta nelle sue mani sembra trasformarsi in un piccolo pennello.
Anche le tecniche da lui utilizzate sono innovative e sperimentali.
Da cosa nasce l’idea di utilizzare una tecnica piuttosto che un’altra?
“E’ sempre il mio bisogno di esprimermi che mi porta a sperimentare. La mia è una progettualità legata ad un’idea, una sensazione di partenza e poi via. E questo meccanismo inizia per i fattori più svariati: una notizia sentita al telegiornale, una televendita, un paesaggio… E a distanza di tempo non ho nessuna difficoltà a ritornare su tecniche vecchie già utilizzate o a sperimentarne di nuove”. Gastone getta l’ennesima cicca in un posacenere pieno all’inverosimile, per poi continuare il discorso: “Personalmente vedo il continuare a proporre nel tempo una tecnica o un soggetto solamente perché è stato particolarmente apprezzato da critica e pubblico come un qualcosa che al sol pensiero mi trasmette insofferenza. Il “certo”, ovvero l’aver raggiunto il successo con determinate opere, per tanti artisti diventa automaticamente il “ripetitivo”, il sentirsi quasi obbligati a continuare sulla stessa strada. Un qualcosa che porta ad essere uguali a se stessi. Per me questo è noia”.
Lo sguardo di Gastone Cecconello è luminoso, guarda noi e poi la vastità delle opere che ci circonda come se fossero tutte figlie e figli suoi.
Cosa è più importante secondo lei per un artista?
“Per me la cosa più importante, che mai dovrebbe mancare, è la curiosità di sapere, capire, sondare, provare. E sbagliare. Solo attraverso gli errori si arriva alla conoscenza. E’ per questo motivo che non cancello mai”. E per non cadere in tentazione usa la lametta al posto del pennello e a volte incide il piombo per una profondità pari a due millimetri: ci vuole perizia, pazienza e dovizia. “E quando vedo che non mi diverto più, passo oltre. Passo ad altro”.
Artista anomalo Cecconello: la sua arte si snoda con disinvoltura dalla scultura, all’assemblaggio fino ad arrivare alla pittura. E pensare che potevamo avere davanti a noi non un pittore ma un fotografo. Cecconello inizia il suo racconto: “Negli anni 60 volevo lasciare la pittura e fare il fotografo. Alcune delle fotografie che vedete qui appese sono mie, scattate in quegli anni”. E nello studio, appese, anche maschere originali provenienti dal Ghana, Kenya, Camerun, Nuova Guinea, tutte dell’800, da fare invidia ad un museo. E’ affascinante sentire i racconti di Gastone Cecconello “La follia, il sogno, è quello di vivere come un barbone”. E la sua è una curiosità che solo un bambino può avere “Ma io sono un bambino! Mi ricordo quando la neve era bianca davvero. Candida. Poi con l’età la neve è risulta meno candida, perché noi ci riempiamo di compromessi e di stronzate”. La mente, il contatto mentale, i sentimenti: per Cecconello l’importante è fare – creare con le mani ciò che pensa. “Avrà influito sicuramente il fatto che a 5 anni ho avuto un incidente, sono finito sotto una macchina. E sono rimasto nove mesi paralizzato a letto. Non potevo correre come gli altri bambini, non potevo muovermi e da li ho iniziato ad esprimermi in un modo diverso. Con il disegno e con i colori”.
Al centro della stanza l’attenzione cade su un’enorme tela, di tre metri per due, verde, ma di un verde intenso, vivo. Le pennellate sembrano riprodurre movimenti forti ma fluttuanti. Quel quadro altro non è che la riproduzione di una sensazione provata dall’artista tanti anni prima “Io e i miei amici andavamo a giocare nei campi di granoturco: ad un certo punto mi sono trovato solo. Erano spariti tutti. Solo in mezzo a quel campo, con i filari più alti di me che si muovevano, ondeggiando per via del vento. E ho provato un’angosciante sensazione di panico. Che dopo tanti anni ho riprodotto in questo quadro”.
Ringraziamo Cecconello di essere stato il nostro Cicerone per un giorno, di averci per qualche ora ospitato nel suo mondo e di averci fatto partecipi della sua storia di uomo e artista. Un arrivederci molto prossimo, visto che in primavera /autunno l’Arca di Vercelli ospiterà una sua mostra personale. E non potevamo concludere questo pezzo se non con un aforisma di Cecconello, che in poche parole è così riuscito ad esprimere il suo modo di essere, vivere e sentire “Posso convivere con i problemi, sopportare la solitudine, il dolore, ma non posso vivere senza il mio lavoro”.
Testo Francesca Foto: Beppe Piredda