Carla Crosio: idee multiformi
Maggio 8, 2008 di nellanebbia

Un’artista che ha fatto della propria arte la ricerca di ciò che vuole esprimere, studiando e impiegando i materiali più svariati per realizzare un’idea.
Vercelli. Se dovessi presentare un qualsiasi artista emergente, magari neanche tanto capace, avrei poche cose da riportare: un breve curriculum, un paio di mostre fatte, il premio vinto al concorso della Pro Loco, un trafiletto sul giornale locale. Niente di male in tutto ciò, molti personaggi quotati sono passati attraverso queste fasi prima di approdare a lidi migliori. Dover parlare di Carla Crosio è un altro paio di maniche.
È un’artista affermata, rinomata e conosciuta a livello internazionale, della sua produzione si sono occupati critici ed esperti di fama come Gillo Dorfles, Lorella Giudici, Francesco Lodola, Massimo Melotti, Roberto Moroni, Francesco Poli, Marco Rosci, Tommaso Trini Castelli per citarne alcuni.
Ha partecipato alla 52a edizione della Biennale di Venezia come artista invitata all’evento collaterale «Camera 312 - promemoria per Pierre», organizzato dalla galleria Milan Art Center, con un’installazione di 200 post-it. Suoi sono il monumento ai Caduti di Lenta (Vc), la scultura in acciaio «Eden» a Villata (Vc), la scultura/fontana “Acqua” a Novara, le decorazioni della grande campana e le tre viti bronzee poste nell’anfiteatro dei “Raggi di Sole” della chiesa di San Pietro apostolo (Aravecchia) di Vercelli, la scultura in pietra «Mutazione genetica» (conservata alla Galleria d’arte moderna di Horice nella Repubblica Ceca) e quella in legno «Codice natura» (esposta al Museo d’arte contemporanea di Kemijarvi in Finlandia), ed ancora,“Questo è il mio cuore” (simposio internazionale di scultura a Philadelphia, Stati Uniti) e l’elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo. La produzione dell’artista vercellese è ampia, ha iniziato a fare mostre nel 1978 e da allora è stato un crescendo di collettive, personali, monumenti, installazioni, simposi e concorsi. Ultimo è l’invito di Lorella Giudici, che cura la sezione atri visive dell’evento, a partecipare a “La giostra dell’Apocalisse” che si terrà alla Rotonda Besana di Milano dal 21 al 29 Giugno. Evento che raccoglie intorno a se i grandi nomi dell’ arte contemporanea.
Quando sia nata la sua passione artistica lo racconta lei stessa: «Un classico! Fin da piccola». «Quando frequentavo le scuole medie - ha aggiunto - il latino era facoltativo e, poiché non mi interessavo molto alla materia disegnando di nascosto, spesso contrattavo con l’insegnante l’esonero in cambio della preparazione di tavole e tabelloni per la scuola, che mi venivano decisamente meglio». Gli studi sono proseguiti all’Accademia Albertina di Torino «dove ho trovato insegnanti che mi hanno seguita con molta professionalità. Uscita dall’ Accademia però sono entrata in un panico totale: ed ora cosa faccio?». « Così mi sono iscritta di nuovo, a Decorazione, affrontando un altro esame di ammissione contro la volontà di tutti i miei docenti che non vedevano l’ora di mandarmi fuori dalla scuola, nella vita. Ci sono rimasta solo sei mesi, poi, i colori non erano il mio mondo, le aule troppo pulite, sentivo il bisogno della mia terra, del mio marmo, e, superato il “buio”, ho iniziato a lavorare in studio, a insegnare al liceo artistico Ugo Foscolo di Vercelli, poi all’Accademia di Brera a Milano, ho fatto parte, per alcuni anni, della Commissione Didattica del “Dipartimento Educazione” del Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli ed ora insegno al liceo artistico “Felice Casorati” a Novara. Dal 2003 al 2005 diciamo per pura nostalgia, ci sono tornata all’Albertina, ora diretta da Guido Curto, per frequentare corsi di specializzazione con lo stesso immutato entusiasmo di scolaretta».
Una svolta nella sua carriera arriva negli anni Ottanta, durante un corso superiore di specializzazione «Questioni delle arti» seguito ad Anacapri (Na). «Io e altri colleghi abbiamo lavorato un mese in una scuola dell’isola trasformata per l’occasione in atelier, ed alla sera seguivano lezioni/conferenza. Tra i docenti c’era anche Gillo Dorfles che si fermava da tutti gli artisti, tranne che da me… Ed io a struggermi e a chiedermi perché, se il mio operato era così poco considerabile. Invece, a fine lavori, gli organizzatori mi cercarono per dirmi che ero stata selezionata proprio da Dorfles con relativa pubblicazione su cataloghi e giornali vari. Da allora ha continuato a seguire il mio lavoro, devo molto a questo grande uomo!».
«Ognuno di noi ha le proprie angosce e serenità e modo di intendere la vita, io sono da sempre legata al mondo animale, vegetale, naturale. Riproducevo con creta e marmo, sfidando il prodotto ripetuto ed identico della produzione seriale, pezzi di terra e di roccia che colpivano il mio immaginario, il mio vissuto. Poi, questi frammenti sono diventati “umani”, nel senso di uomo che non mi é piaciuto, così ho cercato di cambiare questo “Sapiens Sapiens”cancro del pianeta, e per farlo gli ho guardato dentro e per guardargli dentro ho dovuto aprirlo ed estrarne parti. Quindi, ho rifatto pezzi umani di ricambio e da lì è iniziato un lungo discorso comprendente il feto, il feto-cavia, il virusatomico, una personale ricerca “genetica” sulla nostra vera identità».
Svariati i materiali utilizzati nelle sue opere: pietra, marmo, ferro, neve, ghiaccio, legno, plastica, resina. «Lavoro tutto ciò che mi serve per attuare l’idea. Per esempio, in “Delirio” ho usato trecento peluche riempiti di cemento, vere costine di maiale e gambe di Barbie». «E’ sempre ciò che voglio esprimere che mi fa ricercare il materiale giusto. Ogni lavoro è frutto di una indagine, uno studio ben preciso che parte da ciò che provo, non è mai a caso, non può essere a caso, perché c’è un’idea ma questa deve collimare comunque con la propria geometria esecutiva».
Dopo la produzione giunge il momento della consegna. «C’è un senso di abbandono ma la sensazione dipende dal committente. Se mi piace o meno. E’ un po’ come dar via un cucciolo di animale, se va a star bene sono contenta. Così per l’opera, se è piazzata bene, con la luce giusta, in un bel posto e le vogliono bene allora sono felice».
Testo: Gabriele Martelozzo