Guardi una foto di Anita Caprioli e ti chiedi, d’impatto, quali aggettivi possano (almeno in parte) descriverla. L’impressione è che l’attrice di origine Vercellese sia una donna d’altri tempi, romantica e malinconica. Decidiamo a quel punto di intervistarla per capire quanto quell’idea corrisponda al vero e parte così un curioso inseguimento fatto di telefonate e di mail, allergica com’è ai giornalisti e (soprattutto) al gossip: alla fine, dopo vari tentativi, capisci che anziché provare il classico gioco linguistico intervistatore-domanda-intervistato-risposta è forse più interessante lasciarla parlare.

Una sorta di “flusso di parole” attraverso il quale si racconta con più facilità, senza paure o tentennamenti. Ne viene fuori un’inedita e curiosa autodescrizione in dieci parole dell’attrice che ha lavorato con registi di primo piano, tra cui i premi Oscar Franco Zeffirelli e Gabriele Salvatores, e che ha strappato ottime critiche per film come Vajont e fiction come Cime tempestose. Solo dopo averla ascoltata, capisci quanto effettivamente sia imprendibile (per l’incapacità di sentirsi veramente parte di un solo luogo e di una sola situazione), caparbia (perché è riuscita solo con le sue forze a costruirsi una carriera fatta di sofisticate occasioni e di scelte controcorrente) e passionale (visto che si “affida” volentieri alla passione sia sul lavoro che nella vita privata).
Ecco un piccolo ritratto di Anita Caprioli, attrice complessa e sfaccettata, ad una passo dal giro di boa verso la grande popolarità.
INDIPENDENZA. “L’indipendenza è parte del mio modo di essere sin da bambina, è una costante del mio carattere. Forse questo mio spirito indipendente dipende anche dal fatto che sono nata sotto il segno del Sagittario e magari qualche influenza “astrale” ce l’ho avuta. Fatto sta che me ne sono andata via di casa molto presto ed è stato del tutto normale rendermi autonoma il prima possibile: volevo andare a vivere da sola per capirmi, e in questo credo che il teatro sia stato fondamentale, perché è stato una sorta di percorso che mi ha aiutato a conoscermi. E’ stato “naturale” iniziare a 15 anni con dei laboratori teatrali prima a Milano e poi a Londra. A 18 anni ho deciso che Roma sarebbe stata la mia città, mi ci sono trasferita e poco dopo ho iniziato col cinema”.
VERCELLI. “E’ un rapporto lontano quello della città nella quale sono nata, legato ai ricordi dell’infanzia. Se vado indietro nel tempo mi vengono in mente poche cartoline, alcune immagini della memoria che però sono molto nitide: rivedo la mia nonna materna, la campagna e le risaie. Da bambina ero allegra, non avevo particolari problemi, ma sentivo di non appartenere mai al contesto nel quale mi trovavo, ero sempre un po’ a disagio. Mi sentivo bene solo in Calabria, quando i miei nonni materni in estate ci portavano con loro in Calabria”.
SUD. “Sento molto le mie origini meridionali, anche se gli anni della formazione li ho vissuti tutti prima a Vercelli, poi a Busto Arsizio e a Milano. Ma lo dico sempre: il mio cuore batte al ritmo del sud”.
PALCOSCENICO. “Il profumo del teatro è uno dei ricordi indelebili che ho. Il palcoscenico è stata la mia casa sin da piccola. Gli attori della Filodrammatica di Varese erano praticamente i miei baby sitter: mamma faceva l’attrice e papà lavorava nella stessa compagnia quindi erano tra virgolette costretti a portarmi sempre con loro, almeno fino a quando non ho iniziato la scuola e a quel punto mia mamma ha smesso di andare in tournée. Ma prima facevamo la vita dei circensi, sempre in giro per l’Italia, e il camerino era il mio asilo nido, circondata da personaggi eccentrici e bizzarri. Per anni ho avuto l’immagine del palcoscenico come qualcosa di enorme e immenso: poi quando ho iniziato a frequentare la scuola di danza l’ho approcciato in un modo diverso, l’ho ridimensionato e ho imparato la disciplina”.
DELFINI. Lo scorso aprile al cinema sono usciti due film in cui Anita ha interpretato il ruolo della protagonista: I demoni di San Pietroburgo del grande Giuliano Montaldo e Non pensarci, commedia amara di Gianni Zanasi. In quest’ultima pellicola la Caprioli interpreta Michela, la sorella di Valerio Mastandrea, una ragazza che subisce la realtà della vita di provincia, molla l’università e va a lavorare al delfinario di Rimini. “Nel film sono una ragazza molto solitaria, lunatica che ha scelto di vivere a contatto con i delfini, preferendo sicuramente il rapporto con gli animali che con le persone. Il mio ruolo prevedeva un contatto molto stretto coi delfini. Ammetto che all’inizio è stato molto complicato e faticoso. Poco alla volta mi sono sciolta e si è creata un’empatia davvero straordinaria: ho scoperto quanto possa diventare forte il rapporto tra uomo e animale”.
PACE. Anita sostiene da qualche anno Amani (www.amaniforafrica.org) un’associazione laica presieduta dal padre comboniano Renato Kizito Sesana. Amani in lingua africana vuol dire pace. E’ un’organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministeri degli Affari Esteri che s’impegna a favore delle popolazioni Africane con progetti concreti in Zambia e Kenya. “Il concetto di pace nella nostra cultura è troppo vago e poco usato. Continua ad esserci una divisione in parti disuguali delle risorse del nostro pianeta, che danno benessere solo a pochi: è un dovere impegnarsi concretamente e cercare di offrire delle soluzioni concrete ai problemi di quelle terre. Finché non c’impegneremo di più in questa direzione il nostro concetto di civiltà sarà sempre troppo limitato”.
PASSIONE. “Sembro una persona algida e distaccata. In realtà sono molto passionale. Quando mi chiedono se per me è più importante l’amore o il lavoro rispondo senza alcuna esitazione l’amore. I sentimenti vengono prima di tutto, mi ci dedico con tutta me stessa. Credo che l’amore sia uno di quegli aspetti che esalta la mia “meridionalità”. Se sono innamorata? Certo, di mio marito Francesco (Fei, regista pubblicitario e di videoclip ndr): stiamo assieme da nove anni”.
DONNE. “Vogliamo il pane, ma anche le rose” gridavano le operaie tessili che marciavano con rabbia durante le settimane di scioperi del 1912 nel Massachusetts. Lo slogan è stato mutato ed utilizzato come titolo del documentario Vogliamo anche le rose (prodotto da Mir Cinematografica e Rai Cinema), di cui la Caprioli è stata la voce narrante, e nel quale si racconta l’evoluzione della vita femminile e delle lotte che le donne hanno intrapreso dal ’68 ad oggi. “Dopo quarant’anni diritti che davamo per acquisiti dobbiamo invece tenerceli stretti e dimostrare, purtroppo, di non essere persone di serie B. Ancora oggi siamo costretti a parlare di quote rosa e di leggi per parificare gli stipendi di uomini e donne: non è imbarazzante?” Intanto il suo impegno sociale per le donne e la sua bravura professionale le hanno appena fatto vincere il Premio Afrodite, unico premio interamente dedicato alle donne dello spettacolo e della cultura.
VIAGGIO. “Mi piace stare sola con me stessa e non ho problemi a viaggiare da sola, anzi, adoro andare in vacanza da sola. Una meta su tutte? Mi piace il mare, a tutte le latitudini. Però è da qualche tempo che sogno un viaggio in Birmania. Quella terra mi affascina”.
ANITA. E’ il suo nome, ma anche quello di Anita Pavesi, giudice onorario del Tribunale dei minori di Milano, scomparsa nel 1998: per oltre vent’anni si è impegnata a favore delle persone in grave difficoltà e a sostegno delle popolazioni Africane. La Caprioli sostiene il progetto “La casa di Anita”, nata proprio in memoria del giudice Pavesi. “E’ una casa famiglia sulle colline di N’gong, vicino a Nairobi: qui tre famiglie keniane hanno deciso di accogliere in casa loro le bambine di strada dai 4 ai 13 anni provenienti dai quartieri poveri della capitale del Kenya. La maggior parte di loro sono orfane e vittime del turismo sessuale. Sono orgogliosa di sostenere questo progetto le cui responsabili sono tutte le donne”.
…interessante quasto modo di presentare un’intervista!
Complimenti per il giornale…ovviamente ho letto con molto piacere la seconda uscita….e aspetto impaziente la terza!