
E’ impossibile riassumere (figuriamoci raccontare) la storia pulsante, imprevedibile e bizzarra della Banda Osiris in poche pagine. Ma non ci preoccupiamo. Per bio- & agiografie c’è Internet, cercate e troverete tutto. Quando i quattro musicisti/attori cominciarono a suonare per strada, a Vercelli nel 1980, suonare e divertire su marciapiedi e piazze era un mestiere da scoprire e imparare. Insieme a Giancarlo Macrì, percussioni e basso tuba, un po’ con la scusa geografica, un po’ con quella “antologica” di un CD e DVD usciti da poco (si chiamano entrambi 25, su Fandango), proviamo a tracciare una traiettoria a zig zag di uno dei più noti e invidiati export vercellesi di sempre.
Partendo dall’inizio, ma soprattutto dal basso:
Iniziare la carriera in strada ci ha condizionato profondamente: ci ha insegnato un modo di affrontare lo spettacolo che nessuna scuola sarebbe mai stata in grado di trasmetterci. Gioco si, ma hobby no: la Banda non lo è mai stata e quindi abbiamo dovuto imparare immediatamente meccanismi efficaci, quelli che fanno entrare i soldi nel cappello. Creare sorprese continue, passare da una cosa all’altra velocemente, tenere alti ritmo ed energia. Altrimenti la gente si rimette a camminare dopo due minuti.
Ora che avete visitato praticamente ogni angolo del mondo, che sguardo avete su Vercelli?
Beh, la ragione sociale è ancora qui! (Ride, nda). La provincia all’inizio è ideale, ma poi devi uscirne. E’ l’ideale perché sei a contatto stretto con altra gente che ha voglia di fare cose diverse e in più, nel nostro particolare caso, il rapporto con l’amministrazione locale era ottimo: c’era il comprensorio che finanziava i progetti artistici e furono loro a comprarci i primi strumenti. Poi ricevemmo l’incarico di organizzare una rassegna locale, alla quale partecipammo e che ci diede l’occasione di essere notati. Dopo tanti anni ci piace tornare a casa da Milano o dalla Toscana. Ci piacciono la tranquillità e la familiarità del tornare a Vercelli, ma siamo sempre attenti a non sfruttare la popolarità locale, a non sovra-esporci solo perchè giochiamo in casa.
Dalla geografia alla storia: in una carriera così lunga i ricordi, belli e brutti, si vanno a sovrapporre, si confondono e snelliscono. Se potessi isolarne due o tre, sottolineare alcuni momenti che sono stati per te e per voi più significativi di altri, quali sceglieresti?
Uno estremamente banale ma molto vero è il momento in cui hanno cominciato a riconoscerci per strada. Gli altri sanno chi sei e cosa fai: anche mia zia in Calabria riuscì finalmente a capire cosa facessi! (Ride, nda). Un momento a posteriori divertente risale poi a quando venni morso da un cane suonando per strada, in Germania: dovetti andare all’ospedale e pagare anche il conto. Ma la Germania ci ha anche riservato il successo più grande e inaspettato, vincere l’Orso D’Argento al festival del cinema di Berlino per la colonna sonora di Primo Amore di Garrone. Ricordo la limousine che prendemmo per cento metri di strada, le facce esterrefatte dei fotografi quando ci videro scendere, l’idea di suonare una canzone al posto del discorso di ringraziamento. Ma soprattutto la reazione moderata di Gianluigi che disse… “e chi l’ha vinto quello d’oro?”. (Ride, nda).
Avete sempre avuto un rapporto privilegiato con la radio, e in misura minore con la televisione. Cosa preferite dell’una e dell’altra?
Il teatro è il nostro mestiere principale, e la radio viene subito dopo. Utilizzano dei meccanismi simili: a teatro i tromboni suonati in un certo modo diventano proboscidi d’elefante. In radio un semplice suono d’acqua può essere una cascata o l’interno di una cella. Costringi il pubblico a fare uno sforzo d’immaginazione – almeno per le radio che abbiamo fatto noi! In televisione è l’opposto: devi essere concreto, muoverti, suonare e non incappare negli errori che una ripresa metterebbe a nudo. Funziona per gag e puoi essere meno surreale. Le colonne sonore invece sono fuori classifica: è nato tutto per caso, non ci avevamo mai pensato.
Cosa significa per caso?
Significa “per colpa di Matteo Garrone”! (Ride, nda). Durante una cena ci propose di realizzare delle musiche per Ospiti, un suo film molto naif e solare. Ci siamo divertiti, a lui è piaciuto il risultato ed è stato naturale continuare a lavorare insieme, anche se i film successivi sono tutti mattoni! (Ride di nuovo, nda). Siamo scesi agli inferi con lui, a parte per l’ultimo Gomorra, che ha fatto in tre giorni più soldi di tutti quelli prima messi insieme… la nostra solita fortuna. (Ride ancora, nda).
Un’ultima domanda, per tornare al territorio che vi ha visto nascere. Che ricordo hai, Giancarlo, del bar di Cecco? E’ stato un luogo fondamentale per la comunità artistica vercellese, specialmente quella musicale.
Lo frequentavano tutti gli artisti, quelli veri e quelli in erba: oltre a noi di quelli che hanno poi fatto un po’ di strada ci sono almeno Alessio Bertallot e Roberto Vernetti. Era un luogo dove scambiare opinioni, in un periodo che ricordo roseo. Proprio lì nacque il progetto Tony E I Volumi: ci chiamarono per un programma televisivo al quale non volevamo partecipare come Banda Osiris e dal nulla creammo questo gruppo con Tony, il nostro tecnico delle luci, che aveva il physique du role giusto. Ora non c’è più un locale così, sono rimasti quasi solo posti per cover band, la TV ha condizionato tutto. Un gruppo giovane non riesce più a confrontarsi con un pubblico per capire se ciò che fa funzioni o meno.