
Avete presente i vecchi negozi che vendevano giocattoli, dove tutto era ammonticchiato ed ammassato su scaffali improbabili ed i soldatini andavano a braccetto con bambole, animaletti di plastica e quant’altro? Bene, addentrarsi nello studio novarese di Corrado Bonomi è stato per me come tornare un po’ indietro nel tempo. Almeno di vent’anni. Non ero mai entrata nello studio di un artista e quando mi hanno proposto di intervistarlo, non sapevo se accettare. Non mi sentivo all’altezza visto che mi sono sempre occupata ed interessata di altro. Ma alla fine ho accolto la sfida: ho lasciato per qualche ora in disparte un mondo fatto di tabelle, numeri e computer per inoltrarmi in un universo dove le certezze non ci sono e a farla da padrona sono i sogni e l’immaginazione.
Persona schietta, Corrado Bonomi: sapendo della nostra provenienza vercellese ha elogiato il Guggenheneim ed il primato culturale che, secondo lui, Vercelli detiene in questo periodo. “Guarda solo la città di Novara. Il contenitore che può ospitare mostre e non solo c’è: ovvero il castello. Che stanno ristrutturando. Ma quando si parla di contenuti, tutto crolla”. Pensa, dico tra me e me, se improvvisamente le formiche giganti appese al soffitto dovessero animarsi e prendere vita. Le piccole bestiole riuscirebbero così a prendersi la rivincita dopo anni di pestaggi da parte di noi umani, ed io sarei la loro prima vittima. La voce narrante di Bonomi mi riporta poi con i piedi per terra “Sono un collezionista con la passione per il modellismo di carta. Ho avuto in eredità la passione per i fumetti da mia nonna, che era una maniaca dei libri in generale. Ed io di Topolino. E questo dove ci troviamo ora è l’ultimo di una serie di studi, dopo tante soffitte… Con tutti i vantaggi e svantaggi dello svolgere la propria professione vicino all’abitazione: alla fine si rischia di lavorare di notte. Come capita a me”.
Nel 1982 la sua prima mostra: com’è cambiato da allora il suo modo di fare arte? “Prima di tutto dico che ho anticipato un certo clima, pagandolo poi dopo. Credo sia il pegno che una persona deve pagare se vive in un contesto provinciale, e ciò vale per l’arte come per la grafica. Nel 1982 decisi di non fare la mia prima mostra a Novara, per evitare l’invasione di parenti e amici. Una delle mie fortune è stato però l’avere proprio a Novara una galleria d’arte, che ora non c’è più, dove da giovane ho conosciuto Bruno Munari: da lui ho imparato molto, soprattutto che la mostra non è la galleria”.
Bonomi non produce per il mercato e denuncia la mancanza in Italia di spazi pubblici dove esporre. Si è occupato tempo fa anche del riutilizzo alternativo dei materiali di scarto. “Partendo da lontano posso dire che, finito il liceo, ho scelto di non essere un professore. Cosa che invece ho desiderato successivamente. Non sono mai stato un professore a tutti gli effetti ma mi sono inserito nelle scuole con la creatività, la didattica basata sul riutilizzo alternativo dei materiali di scarto. Per me il riciclaggio è una scelta ideologica. E poi una scelta dovuta alla mancanza di fondi. Con le scuole abbiamo costruito oggetti che erano funzionali al materiale e non viceversa”.
Alcuni esempi? “Mucche create con il cartone del latte, lucciole fatte con bottiglie di plastica, pecore di stracci e cotone, un alce creato con le pigne, tartarughe che prendono vita da suole di vecchie scarpe o ciabatte usate, girasoli ricavati da attrezzi per il giardino come i tubi per l’acqua”.

Importante per Bonomi l’anno 1987. “Con le scatolette di sardine inizia la mia vita artistica vera, la pienezza del creare. La scatoletta-pesce. Un volta nella scatoletta color argento ed oro c’erano le sardine. Le ho svuotate. Ho mangiato il contenuto. E ho dipinto sul fondo il contenuto stesso della scatola: cioè un piccolo pesce”. Il tutto con una pittura ad olio, quasi a voler richiamare l’olio che prima copriva le sardine. Come si chiama tutto ciò? “Concettualismo ironico ovvero collegare e combinare diversi concetti. All’estero hanno riconosciuto artisti italiani più di altri italiani in Italia o di altri italiani che espongono all’estero. Che di italiano non hanno però nulla. Mi spiego: le nostre caratteristiche sono l’ironia, l’autoironia, il colore, un certo modo di interpretare l’arte”. Non frequentando l’accademia le mie prime erano mostre che ho definito di “formazione”. Il bello di quando non hai maestri è che non sei influenzato. Quando guardo i miei coetanei… beh… loro sembrano artisticamente più vecchi di me. Capisci, è tutto un discorso di percorsi”.
Già, i percorsi. Mi immagino le strade mentali di Bonomi formate da macchine strane, tondeggianti, con occhi al posto dei fanali e strade colorate con un asfalto gommoso pronto ad essere modellato. “Se ti formi con un maestro hai un vantaggio iniziale, ma non nel tempo o a lungo andare. Io ho iniziato lavorando con persone più vecchie e poi man mano ho svecchiato. Nelle due ultime mostre cui ho partecipato vi erano altri due artisti con me, che insieme facevano la mia età: vuol dire che non morirò solo e ciò mi rincuora”.
E’ certamente rischioso sperimentare cose strane, ma “Se vuoi inserirti in un dibattito non bisogna essere scontati, o peggio ancora banali. In Germania ci sono circa 400 musei pubblici o meglio di arte contemporanea: qui in Italia invece l’arte sembra quasi essere una cosa di élite. I meccanismi di mercato a volte, purtroppo, prendono il sopravvento. Il pubblico non sceglie più le opere ma le gallerie. Per alcuni bisogna apparire comprando solo certe opere”.
Guardo Corrado Bonomi e, non so il motivo, me lo immagino con un piccolo cappello verde in testa, come un moderno Peter Pan. E mi aspetto quasi che da un momento all’altro spicchi il volo, portando me e Marco a vedere Novara dall’alto. La sua Novara, o meglio i paesaggi mentali di Bonomi, come l’artista immagina e rielabora la realtà. Un mondo fatto di trenini, soldatini, automobiline, modellini di diversi generi ed un castello rovesciato a testa in giù. Sue anche “La marcia su Roma” del 1998: una scatola in legno con soldatini squadristi o la collezione di “Fatina fatata fatale” del 1999. Traspare una cosa parlando con Bonomi: ovvero la similitudine dell’arte e del gioco, che per Bonomi hanno elementi profondamente affini.
Per Bonomi tutto sembra essere un gioco, a volte anche senza regole e cinico. Basta guardare “Gargamella Dream”, ovvero i puffi in un passaverdura! Suo, non a caso, il “Bonopoli”, ovvero l’aver ridisegnato il Monopoli mettendo il Duomo di Milano al posto di Parco della Vittoria o la Mole Antonelliana dove prima c’era Vicolo Stretto.
“Sono incazzato perchè non mi sento rappresentato. Purtroppo prevale il nepotismo anche in settori come la cultura, il cinema. Ti sei mai chiesta perché il film italiano non funziona? Perchè ci sono i figli di papà che ci lavorano, creando un ambiente snob che di culturale non ha nulla”.
Si, dalle parole di Bonomi traspare rabbia. E te la trasmette in ogni singola frase. Quasi si sentisse un po’ solo in questo mondo che pian piano è diventato di facciata lasciando in disparte la sostanza. E per un artista, un creativo, a parer mio deve essere frustrante a lungo andare. All’estero l’arte è presa in considerazione in modo nettamente diverso rispetto all’Italia “Nella mia carriera mi sono confrontato con tanti artisti. Spiegatemi perchè all’estero si riesce a dibattere e a confrontarsi con artisti di un certo livello. E in Italia sempre con gli stessi artisti non vi è nemmeno il dialogo? Ma perchè manca lo spazio pubblico. Qui si preconfezionano prima dei valori. Non voglio essere ripetitivo ma siamo circondati da nepotismo e snobbismo. E questi due aggettivi creano una classe che si crede pure illuminata. Ma di illuminato non ha nulla! E l’arte ci perde”.
Vomita parole Bonomi, quasi a sfogarsi “In Italia si distillano dei prodotti che per funzionare devono per forza avere caratteristiche esterofile. Viviamo in un clima soffocato. E per vedere le opere, che ne so, di Boccioni, devi andare all’estero. E lo stesso vale per le mie. Non te le accettano in Italia, nemmeno a regalarle. E questo perché? Per mancanza di spazio”.
La rete museale, il suo sviluppo, sarà l’elemento chiave del cambiamento secondo Bonomi. “La situazione migliorerà quando ci sarà una rete museale di un certo tipo e non ci sarà più la supremazia delle gallerie. Sommando tutto il risultato sarà più dibattito culturale. Cosa che ora manca”. Ritorniamo poi nel suo mondo, che sembra quasi, per la minuziosità utilizzata nel creare certe opere, il mondo di un modellista. “L’idea è una cosa, poi svilupparla è un’altra. E a volte ci si mette di mezzo pure il mercato: vedi questi semplici sottovasi verdi? Beh, in commercio non si trovano più. Un conto è pensare ad un vaso e un conto è farlo! Cosi come le scatolette con la vite delle sardine: le ultime le ho trovate in Pakistan. Si, la mia natura è da modellista. E anche collezionista! Le cose le cerco, le trovo o semplicemente ci inciampo. Uso gli stampi in silicone e resina, molto leggera, come materiale finale oppure ho utilizzato la balsa per creare la serie dei “piccoli uomini”. Il “CICLO” è un’idea e devo svilupparla nel modo più variegato e duraturo nel tempo. Tipo il “ciclo delle culture” del 1992: il tutto nasce da una mostra sperimentale, dove si parte dall’ elemento vegetale, i fiori, e prosegue tutt’ora. Creando piante con gli innaffiatori al posto dei petali, girasoli che prendono vita da tubi di plastica e così via”.
Alla fantasia non bisogna porre freni o limiti. E quello che può nascere dalle idee di Bonomi è davvero sorprendente. Impensabile a volte. “Una cosa che farei è creare un premio nuovo, ovvero “Il premio alla consapevolezza” cosa più difficile da avere e mettere in pratica sia nell’arte che nella vita”.