C’è un’indicazione che talvolta appare sulle strade dei quartieri periferici delle grandi città o dei paesi e che segnala la presenza di una “sala polivalente”. E’ il frutto della lodevole iniziativa di qualche pubblica amministrazione, che ha cercato di mettere a disposizione dei giovani un luogo di aggregazione dove si può leggere, usare internet, guardare film in dvd, fare attività fisica. Ma al nobile intento non corrispondono quasi mai risultati positivi e le sale polivalenti, spesso vuote, sono presenze tristi, malinconiche. Tutte tranne una, che a Vercelli è stata per anni davvero una sala polivalente, non di nome, ma di fatto. Il nome era “da Cecco”: un ristorante, pizzeria, bar dagli spazi amplissimi e variamente distribuiti, dall’arredamento originalmente démodé, costruito in quelli che erano stati i locali della mensa Montefibre. Si mangiava (bene) da Cecco, si beveva (birra soprattutto, ma anche qualche buona bottiglia di vino), si chiacchierava seduti attorno ai larghi tavoli, si ascoltava musica, e si organizzavano anche le più varie iniziative. Pesco nella mia memoria di frequentatore: un cenone di capodanno a cui avevo invitato amici milanesi in cerca di soluzioni alternative, allietato dalla musica di Tony e i volumi, reduci dai successi televisivi: tra i più scatenati nelle danze, l’attrice Lucilla Giagnoni, Laura Bosio, Tonino Repetto e, per completare il quadro, poco prima di mezzanotte arriva la neve. Un’altra serata indimenticabile quella organizzata da Il ponte, Parlanti suoni diversi, dedicata alla poesia, con uno stuolo di poeti arrivati da mezza Italia a proporre le loro opere nelle forme più varie: recitazione, coro, musica. E poi, naturalmente, tutti a gustare la cucina del Cecco. Un’altra sera approfondito dibattito sul Sessantotto (credo fosse il trentennale) con docenti dell’Università e testimoni e, un’altra volta ancora, la presentazione di un mio libro di qualche successo sull’impatto mediatico dei mondiali di calcio americani del ’94 (I media nel pallone), con la presenza di Ranghino e Saveriano e la loro musica per non annoiare troppo i presenti. Queste erano le occasioni speciali, ma Cecco voleva dire anche la normalità, la consuetudine del sabato sera: un film al primo spettacolo e poi alle nove una pizza che, seduti attorno al tavolo, diventava anche un assaggio di salame, una buona bottiglia e quel che il cuoco si era inventato. Mi dicevano che lo strepitoso successo di Cecco aveva portato anche un po’ di disappunto tra gli abitanti dei palazzi circostanti. Non tutti i frequentatori, come quelli della mia età, finita la cena, se ne tornavano a casa, i più giovani, anche dopo la chiusura, restavano in zona e non erano particolarmente silenziosi. Ma si sa, come dice il poeta, “certe notti/ fai un po’ di cagnara/ che sentano che/ non cambierai più/ certe notti/ tra cosce e zanzare/ e nebbia e locali/ a cui dai del tu…”.