Cronaca di una fantastica serata: protagonisti i SEX PISTOLS
Una lunga attesa. Già dalla sera prima, mentre strillavano i sample dei vari dj-set e Tricky si agitava ricordando tristemente il ballerino-giullare degli 883 mentre la sua band suonava egregiamente i suoi egregi brani, la testa era già al venerdì. Quasi inutile un giovedì così. Nel pomeriggio del venerdì degno di nota il nubifragio che ha costretto i Punkreas a snellire il repertorio a pochi pezzi (meno male?). Quindi la sorpresa Wire, con quella voce molto Clash e quelle sonorità pre-Depeche che ti fanno pensare che Darwin avrebbe potuto essere un ottimo critico musicale. E ancora l’attesa, e la speranza che il cielo non voglia più piangere a dirotto, si rischia di andare tutti a casa. Poi si sente un boato…
“Excuse me… This is fucking impolite… Do not throw bottles”, esclama con britannica schizofrenia e sguardo da hooligan raccogliendo dal palco un coccio di bottiglia di birra da 66cc. lanciatagli dal solito imbecille (ma non sarà sempre lo stesso?). Certo non mi aspettavo un richiamo all’educazione da Johnny Rotten, almeno non come overture della fantastica serata che ha visto i Sex Pistols headliners nella seconda torinese del TRAFFIC 2008. Opinate il “fantastica”? Dipende tutto da come intendete la musica. Forse siete degli “assolutisti”, e quindi giudicate le performance musicali solo dalla tecnica, dalla qualità del suono, dalla forma dell’artista on stage. Limitante, a parer mio. Un po’ come guardare il Colosseo e pensare che sia un ammasso di pietre. Oppure, se la vostra visione di una prestazione artistica va un po’ oltre, se riuscite a rapportarla ad altri parametri altrettanto fondamentali come il contesto storico, il messaggio emotivo, l’età e le attuali motivazioni di chi deve intrattenerti, se siete dei “relativisti” come me posso solo ribadire che il concerto dei Sex Pistols è stato fantastico.
Certo c’era la paura di vedere dei fantasmi e di sentire anche peggio, soprattutto dopo le “oneste” dichiarazioni rilasciate alla stampa mondiale del tipo “lo facciamo solo per soldi”, e anche perché sinceramente l’aspetto non è dei migliori, nonostante i Pistols siano “solo” del 1955/56.
Rotten rigonfio in una specie di pre-maman a quadrettoni dai toni autunnali, con i mitici capelli rosso fuoco sparati. Steve Jones ancora più gonfio, con una t-shirt bianca di God Save The Queen a foderare il fisico english pub, con l’immancabile santino della regina sulla cinghia della chitarra. Paul Cook con maglietta verde e rughe alla Mick Jagger e Glen Matlock in bianco, sembra una persona distinta in una sera di mezza estate degli anni 80, manca solo il golfino sulle spalle. Però sono i Sex Pistols. E se guardi meglio, Matlock, il bravo ragazzo che voleva solo avere una band, quello che è stato sostituito da Sid Vicious perché si lavava troppo spesso i piedi e degustava ogni tanto i Beatles, è anche quello che ha scritto mezzo Never Mind The Bollocks, il CAPOLAVORO, la genesi di una rivoluzione di costume mondiale, comprese Anarchy in The UK e God Save The Queen. E tutti invece si ricordano del lurido bassista buonanima che ne è seguito, alla faccia delle sentenze dei posteri. Cook è un treno, guarda dritto e suona dritto per tutta la sera, tanto anonimo nella forma quanto fondamentale nella sostanza, tiene su tutto anche quando gli altri tendono al cedimento. Adoro Steve Jones e il suo suono elementare e bellissimo con quelle schitarrate lasciate aperte alla Pete Townsend e quei riff un po’ rock’n’roll che ancora oggi ti si arrampicano addosso e ti fanno saltare. E poi lui, l’essenza del punk. Non mi viene in mente nessuno più punk di John “Rotten” Lydon, con il suo sguardo da psicopatico che il tempo non gli ha assolutamente negato. E’ inutile dire che almeno metà del sound e dello stile dei londinesi viene dalla sua voce, sempre “stonatamachissenefregaanzièmegliocosì”.
Dopo l’approccio educativo della bottiglia rotta aprono la scaletta con Pretty Vacant, e proseguono con Seventeen, No Feelings, New York, Did You No Wrong, Liar, Holidays. Tra una golata di whiskey e l’altra c’è spazio anche per una decina di minuti di sano antibushismo delirante (delirante non per l’antibushismo, ma per Johnny Rotten, sempre più sciolto), al grido di “everybody praise Allah”, mentre passano Baghdad Was A Blast (un adattamento dedicato alla politica di Bush in Iraq dell’infelice pezzo di Sid Vicious Belsen Was a Gas, un gioco di parole tra il gas utilizzato nel campo di concentramento di Belsen e lo slang gas, “figata”) e Submission; poi la band decide di troncare il momento politico e cassa Rotten con Stepping Stone, mentre lui sta concludendo la sentenza “George Bush is…”. Non lo sapremo mai. Poi perle come No Fun, Problems, God Save The Queen. Prima uscita di scena. Il pubblico di Torino ne vuole ancora, si parla di 90000-100000 persone. Davanti a me c’è un bambino di 10 anni con la cresta per l’occasione, dietro una coppia di anziani con le sedie da campeggio. E’ surreale. Rientrano, ci sparano letteralmente in faccia E.M.I., Bodies e una versione a oltranza di Anarchy in The UK, che per un attimo diventa Anarchy in Italia. Mi ripeto, fantastico, tutti la cantano, manco ci fosse Vasco. Salutano, escono, i roadies salgono sul palco e si accendono le luci. Il concerto sembra finito, ma tornano e stupiscono tutti con 2 cover: Silver Machine degli Hawkwind, e Road Runner dei Modern Lovers, pezzi che li hanno spesso accompagnati dal vivo ma che nessuno conosce. Poi se ne vanno davvero, non prima che Rotten, memore della bottiglia rotta e carico di golate di whiskey individui e sbeffeggi pubblicamente l’imbecille di cui all’inizio, sfidandolo al microfono con una pioggia di “come here you big boy”, “you’re a fucking coward”, e se ne va con un “Johnny Rotten says good night. And good night to you too, fucking milk sucker”. Ah, i Sex Pistols…
ANARCHY IN TORINO – Alessandro Brullo
Agosto 4, 2008 di nellanebbia