VIAGGIO NELLE ORIGINI ARTISTICHE DEL MOVIMENTO PUNK – di Eliana Frontini
Le origini culturali del movimento punk si possono situare nella metà anni settanta negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un apice fra il 1976 e il 1979.
Movimento molto popolare durante la seconda metà degli anni Settanta, rientrò nell’underground negli anni Ottanta. Attualmente l’espressione punk tende ad essere utilizzata in modo generico per definire qualunque gruppo abbia sonorità ruvide e d’impatto. Ma qual è il rapporto tra la musica punk e l’arte figurativa? Che cosa accadde, in quegli anni, nel mondo dell’arte, mentre i musicisti punk gridavano che “non c’è futuro” e con le loro azioni dimostravano sfiducia nei valori della società, che attaccavano per disfare, ma non intendevano cambiare?
Il 1977 è stato per le arti visive una specie di spartiacque tra tutte le correnti artistiche degli anni sessanta (Pop Art, New Dada, arte concettuale, etc.) e quello che verrà nei primi ottanta (Transavanguardia in Italia, Neoespressionismo in Germania e Graffitismo negli Stati Uniti).
Proprio nel 1977 Andy Warhol accresceva il suo conto in banca ritraendo i grandi “porci” della Terra con i suoi Vanity Portraits. Negli States imperava l’arte iperrealista (o fotorealistica) con artisti del calibro di Chuck Close e Duane Hanson. Emblema del riscatto “nero” nel mondo dell’arte fu poi Jean-Michel Basquiat ( 1960-1988 ) che a sedici anni già tappezzava la metropolitana newyorkese di tags, nascondendosi dietro la provocatoria sigla “Samo” (che stava per Same Old Shit, cioè “la solita vecchia mer
da”). A Firenze in questi anni sorgeva Art/Tapes/22, diretto da Maria Gloria Bicocchi, dove lavorò dal ’74 al ’76 una figura come Bill Viola. In Europa come in Italia la Body Art prendeva una forma sempre più autonoma e definitiva.
Il primo artista punk? Per Lucio Dalla, Benvenuto Cellini, straordinaria figura di un protagonista del nostro Cinquecento. Scultore, architetto, orafo, musicista, scrittore, visse pericolosamente e intensamente fuori da ogni regola. “Tutti” dice il cantautore, che a Cellini ha dedicato il suo ultimo lavoro “ambiscono alla normalità. Tutti, ma non lui”. A Cellini Dalla dedica il concerto che ha debuttato qualche settimana fa a Ponte Vecchio a Firenze.
Ma chi era, l’uomo Cellini? “Per me, un “punk” ante litteram” continua Dalla. “Un “punk fetish”, meglio, poiché sappiamo che amava vestire di pelle e calzava stivaloni. Oggi potrebbe essere uno dei Sex Pistols, o, se girasse dei film, un altro Tarantino. Un’esistenza segnata dagli eccessi, una persona che ha sempre pagato la sua inquietudine, la sua diversità, in un’epoca complicata, a cavallo tra Rinascimento e Maniera”.
Al di là di questa particolare citazione, è l’arte Pop, fin dalla sua comparsa negli anni Sessanta, che fu, fin dall’inizio, qualcosa di più di un semplice movimento artistico.
La Pop Art ha fatto capire agli artisti che, da quel momento in avanti, avrebbero potuto mettere nelle loro opere qualsiasi cosa volessero: le loro passioni, i loro miti, le loro muse, perfino i loro cantanti preferiti. La Pop ebbe tutti questi meriti, ma fu l’esplosione del Punk a dare la spallata definitiva allo snobismo del sistema dell’arte, consentendo a tanti giovani di esprimere liberamente la propria creatività attraverso la magia combinatoria del Do It Yourself (fattelo da te), che inaugurava sulle fanzine, sui volantini, sui poster e sulle copertine dei dischi un nuovo tipo di arte, basata su collage di immagini fotocopiate e proclami perentori, in un mesh up assolutamente unico di Dadaismo, Situazionismo, Esistenzialismo, Futurismo, Costruttivismo e Bauhaus. L’arte Punk, ammesso che se ne possa parlare in questi termini, ha estremizzato il messaggio della Pop, liberando le energie distruttive che venivano dal basso, dai giovani della working class inglese che frequentavano gli istituti d’arte (The Clash) e si davano appuntamento nei negozi di Malcom McLaren e Vivienne Westwood (Sex Pistols).
L’estetica punk era blasfema nei confronti della cultura dominante: molti poster erano realizzati utilizzando foto di celebrità, come Ronald Regan, Elvis Presley, la Regina Elisabetta, coi volti sfigurati, i denti anneriti e le cavità oculari vuote, a cui venivano aggiunte scritte a mano o stralci di titoli tagliati dai giornali e ricuciti a proprio uso. Una vera e propria ribellione iconografica verso i modelli imperanti, il cui valore eversivo è oggi dichiaratamente riconosciuto, al punto che persino il mondo dell’arte ufficiale comincia ad aprire le porte verso gli artisti di provenienza e formazione punk.
Viene spontaneo pensare ai lavori di Mimmo Rotella, eseguiti con la tecnica da lui inventata, il decollage, una sorta di contrario di collage, basato sulla distruzione dell’immagine per mezzo di cancellature e strappi. Scelto un manifesto o una pagina di giornale, raffigurante solitamente personaggi famosi, Rotella interveniva sottraendone frammenti casuali con l’aiuto di spatole e coltelli. In questo modo, cioè logorando l’effige, l’immagine si trasformava in fantasma del passato, consunto, ma ancora vivo.
Gli anni ’70 erano poi gli anni della nascita della Body Art. Il corpo diventa oggetto. La Body Art, ovvero l’arte del corpo, si sviluppò nel corso degli anni ’70 a partire dalla performance e dall’happening, spostando l’attenzione verso un territorio ancora inesplorato, quello appunto del corpo. Anticipata dalle sperimentazioni su modelle da parte di Klein e di Manzoni, la Body Art vede la presenza fisica dell’artista sostituirsi ai supporti tradizionali dell’opera, per diventare il luogo stesso della creazione. Con un chiaro riferimento ai temi di attualità di quegli anni, come la liberazione del corpo dalla inibizioni sociali e la scoperta della sfera sessuale, l’artista faceva di se stesso il mezzo per sperimentare sensazioni e rappresentare sentimenti come il dolore, la paura, la vergogna, la fatica. Il pubblico era parte attiva dell’azione e non di rado chiamato a relazionarsi con il corpo dell’autore. Un esempio storico fu la performance della iugoslava Marina Abramovich, che nel 1977, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, ostacolò l’ingresso del pubblico al museo ponendo il proprio corpo e quello del compagno Ulay, completamente nudi, sulla soglia d’entrata, costringendo i visitatori a strofinarsi contro di essi per poter accedere allo spazio espositivo.
Nel 1973 Gina Pane dà luogo alla sua performance “Azione sentimentale” alla Galleria Diaframma di Milano, durante la quale si trafisse l’avambraccio, precedentemente tagliuzzato con una lametta, con spine di rose. L’effetto era potenziato dal vestito bianco della performer, che nel corso dell’azione si macchiava di sangue.
Ma le radici dell’arte Punk, sono da ricercarsi, a mio avviso, più lontano nel tempo, con i Dada, l’avanguardia che fu in grado, in pochi anni, di gettare le basi dell’arte a noi contemporanea. Dada ha messo in dubbio e stravolto le convenzioni dell’epoca, dall’estetica cinematografica o artistica, fino alle ideologie politiche; ha inoltre proposto il rifiuto della ragione e della logica, ha enfatizzato la stravaganza, la derisione e l’umorismo. Gli artisti dada sono stati volutamente irrispettosi, anarchici, stravaganti, provavano disgusto nei confronti delle usanze del passato, ricercavano la libertà di creatività per la quale utilizzavano tutti i materiali e le forme disponibili.
Tristan Tzara, il teorico del movimento, così spiegava come fare una poesia dada: “Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo”.