Alice Suella, 26 anni, nata a Genova, ha vissuto per dieci anni (dall’età di 8 fino ai 18 anni) a Tronzano Vercellese prima di trasferirsi a
Roma e a Bologna, dove abita attualmente. Ha scritto il libro «L’oro in bocca» pubblicato dalla casa editrice Eumeswil Edizioni, volume di apertura della collana «La Biblioteca di Ubermsnch» curata da Gianluca Morozzi e vari racconti. Ma chi è veramente Alice? Ce lo svela lei stessa in questa intervista.
Comincio subito col chiederti di descriviti brevemente.
Una domanda semplice semplice, non c’è che dire. Dunque. Sono andata via di casa a 18 anni e ho fatto tutti i lavori possibili e immaginabili: dal lavapiatti al vendere abbonamenti per il giornale della polizia. Ora sono disoccupata e mi piacerebbe lavorare… in una videoteca. Il cinema è la mia prima grande passione (più della letteratura) e quello per me sarebbe un ambiente quasi sopportabile… Come studi ho un curriculum turbolento: ho cambiato almeno quattro scuole e alla fine non ho mai preso il diploma. Sto però conseguendo la tessera da giornalista pubblicista e a settembre avrò finalmente un foglio che certifica che so fare qualcosa…
Perché hai definito il tuo libro opera pop-punk?
L’ho fatto pensando al tipo di linguaggio utilizzato, al ritmo e ai paralleli col cinema e la musica. È abbastanza commerciale da poter essere definito pop, ma strambo e anarchico, quindi punk. Alla fine è soprattutto un dire “fanculo alle regole”: uno sperimentare gli stili. Se le persone mi diranno: ma questo non è mica un libro, allora saprò di avere fatto la cosa giusta.
Il libro è ricco di citazioni musicali e cinematografiche. Quali generi ti attraggono di più?
La musica per me è un po’ un sottofondo negli ascensori. La ascolto, e molto, e suono pure la chitarra, ma non posso dire che mi appassioni. È più un riempitivo. Mentre il cinema è tutta un’altra cosa. Non c’è un genere che mi piace particolarmente, mi piace tutto. Ultimamente sto guardando tutto quello che esiste di fantascienza degli anni Cinquanta. È che il cinema me lo ricordo da sempre. I primi film che ho visto sono stati «Il pianeta delle scimmie» e «Alien» e questo mi ha condizionato. Mi ricordo proprio la sensazione di stare assistendo a qualcosa di immenso, ed avevo 10 anni. Alla fine scrivo pensando al cinema, scrivo i film che vorrei vedere.
Dopo aver presentato il libro a Tronzano Vercellese, sul tuo blog (http://alicesu.splinder.com/) hai scritto di essere rimasta stupita da questo paese da dove eri andata via in fretta, in cerca di cose nuove. Che cosa non ti piaceva nel vivere in un piccolo paese e cosa, dopo dieci anni, ti ha lasciata stupita?
Non mi piaceva niente. Non mi piaceva che le persone sapessero tutto di me, non mi piaceva sentirmi senza prospettiva di futuro, non mi piaceva avere l’avvenire programmato dai tempi lenti e sempre uguali della vita di paese. Oggi invece cerco l’esatto opposto. Dopo essermi spostata tanto e dopo aver visto che in fondo dappertutto è uguale, la tranquillità e la familiarità di quel posto mi ha colpito. Per non parlare della gentilezza riscontrata in persone che non vedevo da tanto tempo (molte da quasi un decennio). È una gentilezza che ho raramente incontrato nella mia vita. Forse sono stata sfortunata. O forse è come diceva Dorothy ne «Il mago di Oz»: non c’è posto più bello della propria casa. Forse Tronzano è un po’ come il Kansas per lei, chi lo sa…
Dove è nata la tua voglia di scrivere?
Da quando avevo 14 anni e magari anche prima. Ho iniziato con dei raccontini depressivi, poi ho “fondato” un e-magazine che si chiamava Albatros. Lì ho cominciato a scrivere pensando di essere letta. Non so da dove sia nata questa voglia di scrivere, forse, semplicemente è sempre esistita.
Perché scrivi?
Come sfogo. Sono ancora una di quelle persone che crede di poter cambiare il mondo, anche se non indosso più le magliette del Che e non canto L’internazionale. Sono fermamente convinta che l’arte sia stata e sempre sarà importante. Io non so se faccio arte. Quello che mi piacerebbe è riuscire a trasmettere un qualcosa di rottura, di nuovo. Qualcosa di nuovo non è per forza arte, qualcosa di rottura non è per forza essere un grande scrittore. Ma a me è questo che interessa più di tutto: non essere un grande scrittore ma rivoluzionare. Credo sia questo che mi spinge a scrivere.
Nei tuoi scritti c’è un messaggio che vuoi far arrivare e condividere con il lettore?
Mai rassegnarsi a ciò che c’è. Mai pensare che una cosa sia normale. In fondo Talmud, il personaggio principale del libro, crede ci sia un’invasione aliena e gli altri personaggi che popolano il libro seguono dei giocattoli per muovere odio e guerra. Niente è normale, anzi.
Programmi a breve?
È appena uscito un mio racconto per l’antologia «Quello che c’è tra di noi» edita dalla Manni. Un altro uscirà per un’antologia dedicata a Bob Dylan e un altro ancora, sulle fobie, per la Jar. Poi sto cercando un editore: ho finito di scrivere il mio terzo romanzo e ne sto scrivendo altri tre. Sono un sacco prolifica e vorrei che qualcuno se ne accorgesse… EDITORI ASCOLTATEMI! POSSO FARVI FARE SOLDI A PALATE! (Dici che qualcuno risponderà al mio messaggio?)
Hai qualche hobby?
A parte guardare film (almeno uno o due al giorno), leggere, andare a teatro… e giocare a Puzzle Bobble, il videogioco dei draghetti!