
Ed io mi trovai davanti questo uomo, un moderno mangiafuoco di Collodi, in un ristorante di Torino: ma come ci sono finita in un locale come il Veliero? Non ricordo, non ricordo. Colpa dell’alcool. Si dice sempre così, ma a pensarci io non bevo. O forse ho smarrito la nozione del tempo, persa in un mondo fantastico, catapultata in una stanza dove predominano colori vivi, brillanti. Intorno a noi sculture piccole, grandi, mastodontiche che sembrano prendere vita da quanto sono immobili. E appena distogli lo sguardo, per poi rigirarti di scatto, sembrano quasi muoversi. Ma razionalmente non è possibile. Oppure è possibile? Al tavolo, apparecchiato con fini tovaglie di organza, piatti di porcellana con un decoro semplice e lineare, io e lui. Ma chi è? Eppure, anche non conoscendolo, sembra normale che io mi trovi lì, faccia a faccia con la sua barba, le labbra grandi, carnose ed il suo sorriso beffardo. Ad un certo punto mi guarda, mi scruta, come se si aspettasse qualcosa da me. E si presenta: “Sono Mario Molinari”. Io allungai la mia mano, facendo attenzione a non far cadere i calici di vino pieni a metà, e riuscii a dire solo “Piacere, Greta”.
“Una volta aprii una porta e vidi uno scultore: mi piacque così tanto che convissi con lui per lungo tempo. Poi venni a sapere che quello scultore ero io stesso. Ed eccomi qua”. Non avrei saputo trovare presentazione migliore, pensai. E quelle sue parole, dette tutte di un fiato, mi diedero degli indizi. Era uno scultore. Ma io non sono in forma. Potrei svenire da un momento all’altro. Continuo a non capire. Sto vivendo una cosa reale o è un semplice sogno?
Le immagini iniziali, che avevo però davanti agli occhi, si presentavano sfocate. Avevo la testa in palla. Era come se guardassi la sala del ristorante, il tavolo e lo stesso Molinari da dietro ad una telecamera. Però con l’obiettivo un po’ sporco. Tutto assomigliava alla tranquillità di uno stagno rotta improvvisamente dal lancio di una pietra. Nelle mie reminescenze di vita bohemienne torinese questo stravagante personaggio di sicuro l’avevo già incontrato. E forse me l’avevano già anche presentato. Dài Greta, spremi le meningi! Lui è li, ti guarda, divertito. Ma non ti mette fretta. Fuma. E ogni tanto bagna le labbra in un bicchiere di whisky. Mi viene in mente villa Gualino, sulle prime alture collinari di Torino, all’interno di un vasto parco, a un centinaio di metri dal fiume Po e a poca distanza dal centro della città. Ma certo! Ora ci sono! Mesi fà l’uomo che più di altri mi ha stregato, facendomi battere forte il cuore, Federico, mi ha portata a vedere il parco di questa villa. Solitamente è sede permanente di prestigiose istituzioni e mostre. Sparse nel verde, ma anche nelle sale interne dell’edificio, sculture alte, colorate, molto strane, alcune sembravano assomigliare a quadri di Picasso. Ricordo che mi avevano colpito, per la loro semplicità e al tempo stesso per il loro impatto visivo. Federico mi raccontò che l’autore era uno scultore di Coazze, trasferitosi a Torino negli anni cinquanta o sessanta, allievo di Ponte Corvo, suo maestro di pittura. Mi stupii di quanto Federico fosse ferrato in materia: solitamente a lui piace parlarmi di viaggi, sia mentali che fisici, di musica, di noi. “Mi sono interessato a Molinari perché è un personaggio strano, lo puoi vedere al Veliero pranzare o cenare, oppure al parco del Valentino, a passeggio. Trae ispirazione dalla natura. O dalla stupidità umana”. Mi risvegliai da quel ricordo. E gli occhi di Molinari erano ancora puntati su di me. Ma il bicchiere di whisky era ormai vuoto. Ma quanto avevo pensato? Ad un tratto lo scultore, dopo un lungo respiro, mi disse “ Signorina, a parte la sua dolce compagnia, mi dica, come impostiamo l’intervista per il suo giornale?”. Devo aver balbettato qualcosa. Ma sì, ora ricordo! Per il numero di ottobre di Nella Nebbia il mio artista da contattare era Mario Molinari. Che stupida! Beh, stupida magari no, mi avevano detto essere morto nel 2000. Allora si sono sbagliati. O sono morta io. Scartando quest’ultima possibilità, optai per lo sbaglio del mio capo redattore. Facendomi vedere sicura di me, mi scusai per il mal di testa e la mia non ottima forma. Molinari inizia a parlare partendo dal periodo più vicino a noi. “Dagli anni ottanta mi dedico soprattutto a far sì che l’arte sia fruibile da tutti, portando la scultura in spazi pubblici in mezzo alla gente. Nei parchi, nelle piazze, non solo in Italia, anche all’estero. Prioritario nella mia filosofia di vita, sia artistica che privata, il colore”. “Ho iniziato con il rame, poi negli anni settanta alluminio, legno, plastica”. Sarà forse grazie al colore di cui parlava prima, dove vi è predominanza di rosso, blu, giallo e verde, ma le sculture gigantesche di Molinari, non danno l’idea di essere pesanti, anzi molto leggere. Sono solitamente composte da figure solide, come i cilindri o i parallelepipedi. “Io in molti casi dipendo dal caso! Ma il caso, imbrigliato dalla mia intelligenza, nella maggior parte dei casi diventa idea”. Come vorrei riuscire ad esprimermi come lui. Ad un certo punto della nostra conversazione, si avvicina un signore, che Molinari mi confidò essere il proprietario del Veliero, sulla sessantina, che sostituì il bicchiere vuoto di whisky con uno pieno quasi fino all’orlo. “Abbiamo stretto un rapporto di amicizia: io regalo schizzi, quadri e sculture al ristorante e di contro pranzo e ceno qui quante volte voglio”. In effetti, doveva essere un cliente strano ma anche unico, coccolato e viziato. La sedia su cui poggiava il suo possente corpo era diversa da tutte le altre presenti in sala. Di legno intarsiato, era la sua personale. “Nella mia attività quarantennale ho iniziato da scultore autodidatta alla fine degli anni Cinquanta, a 34 anni, mentre ero ancora il direttore delle Cartiere di Coazze. Ho esposto alla Galleria Gian Ferrari di Milano e alla Wolford Gallery di New York. E negli anni sessanta, insieme ad altri, sono stato il fondatore, a Torino, del gruppo surrealista ”. Parla poi del materiale: “All’inizio prediligevo le lamine di rame saldato, che forgiavo prendendo spunto dalla scultura dell’Africa Nera, dell’Oceania o comunque primitiva. Per me forgiare era anche una valvola di sfogo: saldavo e martellavo con foga e rabbia”. Da dove nasce la passione per il colore? “Un’influenza che viene dai primi viaggi effettuati in Belgio ad Ostenda, dove inaspettatamente ho riscosso uno straordinario successo. Ma nello stesso tempo ho iniziato a produrre le grandi installazioni astratte”. I personaggi che animano il mondo di Molinari sono strani, ma dalle espressioni intense, a tratti inquietanti. Avevano ed hanno un qualcosa che li avvicina molto alla mia idea di stregoneria: tenebrosi e misteriosi. Ci sono danzatori giganti, sacerdoti, guerrieri, sirene, cavalieri, amanti, portalettere, bambini, giocolieri. “Provengono tutti da un paese dove è in auge la magia nera” dice Molinari sorridendo. Fuori c’è il sole, alto nel cielo. Molinari volta il suo sguardo verso la grande finestra tondeggiante : “Amo il sole non come sorgente di luce ma come principio di vita”. Ma Molinari non è solo scultore, come ogni artista che si rispetti, è poliedrico. Ama la poesia e la scrive. “Immagino tutto ciò che la mia immaginazione mi permette di immaginare. Costruisco i muri che i miei mattoni riescono a riempire. Non immagino chi io sia”. Molinari poi mi disse: “ Guardi quelle due piante dietro di lei: un geranio che potremmo definire riccio, ovvero la trasfigurazione di una donna bella, sensuale ed un cactus piccolo e curioso ovvero un uomo mite ma pungente. L’immaginazione è una cosa fondamentale. La fantasia è la memoria dell’idea primaria: è il biglietto ferroviario per ripartire”. Faccio fatica a stare dietro al suo pensiero, che mi sembra contorto, o forse molto lineare. Mi sento a mio agio lì con lui. E’ un uomo molto interessante, sregolato, come del resto un artista deve essere. Gli chiedo se è possibile vedere le opere cui sta lavorando ultimamente. Molinari, sgolando in un sol sorso il whisky rimasto, si alza in piedi invitandomi a seguirlo nel suo studio di via Saluzzo. La prima cosa che notai furono i pantaloni: a zampa, da vero hippy. Io adoro i pantaloni a zampa. Saliamo sulla sua macchina, una Citroen Cx color sabbia. Dieci minuti e siamo in via Saluzzo. Più che uno studio, un magazzino enorme. E non potrebbe che essere così, visto le dimensioni delle opere lì parcheggiate. Mario Molinari non fa in tempo ad avvertirmi della vernice fresca di una nuova scultura che mi sporco la mano sinistra eeeeee…. Oddio, che mal di testa…Mi rigiro nel letto, sudata. Mi guardo intorno. Ma dov’è Molinari? Non sono in via Saluzzo, ma nella mia stanza di via Verdi. Ho sognato, solo un sogno, lungo e complicato… Possibile? Mi alzo. Pigramente mi dirigo verso il bagno, devo lavarmi la faccia. Passo davanti allo specchio nel corridoio, mi guardo distrattamente. Poi mi fermo. Quasi spaventata. Ho notato una macchia. Mi guardo la mano sinistra. Sporca di vernice….