Invidio Peggy Guggenheim. Perché poteva permettersi tutto: collezionare capolavori, finanziare promesse dell’arte, farsi ritrarre dai più grandi fotografi della sua epoca e portare improbabili occhiali senza perdere un briciolo di charme. La Peggy era l’antesignana delle ereditiere e penso s’indignerebbe come non mai a scoprire che le sue emule di oggi, invece di scoprire talenti, incidono canzonette, pensando che accompagnarsi, come faceva lei, ad un cagnolino da grembo faccia chic!
Chi legge giornaletti ed affini non si stupisca: le ereditiere ci sono sempre state e, se riuscivano a non farsi incastrare in tristi matrimoni di convenienza, si divertivano nelle epoche passate molto più di ora.
Primo non c’erano i paparazzi e non è cosa da poco.
Secondo se le sbronze diventavano imbarazzanti si andava a “passare le acque” in qualche elegante stazione termale, dove, a differenza di quanto fece Liz Taylor in una rehab clinic americana, non si incontravano futuri mariti nullatenenti con pancia e codino, ma al limite un poeta maledetto, il cui veloce decorso tisico presagiva una liason senza strascichi.
Terzo il guardaroba. Fino a tutti gli anni cinquanta ad ogni stagione si preparavano gli abiti per questo o quell’avvenimento. No ragazze, non passavano in lavanderia a ritirare capi dimenticati da due mesi, né si limitavano ad un cambio degli armadi la domenica pomeriggio. La nostra ereditiera-tipo accompagnata da un’amica/segretaria personale si faceva un viaggetto a Parigi per visionare le nuove collezioni (e fin qui anche Victoria Beckam), poi sceglieva le stoffe, i pizzi, le decorazioni ed il più delle volte incaricava una sarta di realizzarle l’intero guardaroba, ad esempio per un viaggio ad Ostenda o un soggiorno nel Midi. Non parliamo poi delle crociere! La collezione Cruise non è il guardaroba della povera moglie di Tom, ma una serie di abiti ed accessori realizzata appositamente per le cene al tavolo del capitano e le escursioni sul Partenone. Tuttora molte maisons propongono questa collezione asserendo che, essendo a-stagionale, permette a chi passa il Natale ai Caraibi di trovare il capino giusto anche l’undici di Dicembre, ma l’allure di un tempo a me pare scomparso.
Peggy già partiva avvantaggiata nel progetto di divenire un’icona: suo padre non era scappato con una segretaria, bensì morto sul Titanic: decisamente una fine più tragica e romantica. Il suo essere scapestrata sentimentalmente derivava dal fatto che si dilettava con numerosi letterati ed artisti, il che suona molto meglio che farsi sorprendere ubriaca col front man di una boy band.
Per quanto riguarda le sue scelte in fatto di moda, penso basti citare un episodio su tutti: all’inaugurazione di una galleria a New York indossò due orecchini diversi, uno creato da Alexander Calder ed uno da Tanguy per dimostrare la sua imparzialità fra arte astratta e surrealista. Peggy apparteneva ad un’epoca in cui scegliere se mettere questo o quello non dipendeva da un’addetta stampa o dal capriccio, ma dall’arte, non dettava tanto una moda, quanto stabiliva un concetto. Mentre Chanel liberava le donne da busto e crinoline, Peggy riportava il mecenatismo in mani femminili, viveva libera ed autonoma e si trasformava in un essere eterno grazie alle sue collezioni. Direi che quando parliamo di dive, divine e divette dei giorni nostri forse dovremmo tutti darci una ridimensionata.
Quanto a stile Peggy ha avuto la fortuna di vivere in periodi fantastici: ritratta da Man Ray in abiti sciolti e caschetto garçonne o da David Seymour trent’anni dopo con gonna ampia ed occhiali surrealisti è come se la moda stessa abbia assecondato lo scorrere dei suoi anni, dalla gioventù bohemienne al periodo socialite veneziano.
Insomma invidio Peggy Guggenheim e quando il 21 novembre aprirà la mostra della sua collezione a Vercelli correrò a vedere i quadri che amava e penserò a quanto doveva essere affascinante vivere come una musa, una mecenate, una donna di stile immenso. Probabilmente uscendo mi comprerò un paio di occhiali e convincerò mio marito a fotografare me invece dello stambecco albino, ma immagino non sarà la stessa cosa.
E’ inutile: icone si nasce e la mia terapista avrà altri grattacapi.
INVIDIO PEGGY GUGGENHEIM! – di Veronica Gallo
Novembre 21, 2008 di nellanebbia