A leggere la vita di Jackson Pollock si ha l’impressione di scorrere la trama di un film (lo hanno già fatto, nel 2003, per la regia di Ed Harris) al limite del romanzesco.
Americano del Wyoming, Jackson nasce a Cody il 28 gennaio 1912. Nei primi ventisette anni di vita trasloca, con i suoi quattro fratelli, almeno otto volte in lungo e in largo per la California. A quindici anni ha i primi contatti con l’alcol, un vizio che (con il gioco) lo perseguiterà fino all’ultimo dei suoi giorni. Viene più volte espulso dalle scuole che frequenta, è litigioso, insofferente e spesso preda di stati depressivi. Ha l’atteggiamento del cowboy e il look del dandy e mal si adatta alle regole sociali. Per mantenersi si cimenta in diversi lavori, dal pulitore di rulli tipografici al sorvegliante nel Museum del Non-Objective Painting (il futuro Salomon R. Guggenheim). Più volte proverà a disintossicarsi, si sottoporrà a terapie psicologiche, ma sarà ancora una volta l’alcol la causa dell’incidente stradale che gli costerà la vita l’11 agosto 1956.
Pollock incarna la figura dell’artista maledetto e tormentato, tutto genio e sregolatezza e che ha fatto dell’arte la sua unica e sola ragione di vita. Sì perché tanto era disordinato e tormentato nella propria esistenza di uomo, tanto era pieno di ingegno e di ardore nella pittura, l’unico campo che lo ha fatto davvero sentire libero di essere se stesso, con le sue debolezze, le sue contraddizioni e con la sua dirompente voglia di riversare sulla tela i tormenti e le idee che aveva dentro.
La sua grande occasione di artista arriva nel novembre del 1943 quando Peggy Guggenheim decide di offrirgli (lui, un giovane pieno di
talento, ma sconosciuto) una personale nella sua galleria della 57° strada a New York: l’Art of this Century, uno spazio moderno, progettato dall’austriaco Frederick Kiesler e culla della nuova arte americana, nonché dell’Espressionismo Astratto. E’ la prima volta che lo spazio è consacrato a un artista americano (fino a quel momento aveva ospitato personali di artisti europei che avevano trovato accoglienza in America a causa della guerra), per giunta così giovane e praticamente sconosciuto. Pollock decide di portarci alcuni dei dipinti degli ultimi due anni. Sono opere che risentono sia della pittura di Picasso (soprattutto il Picasso di Guernica, che ha occasione di vedere a New York nel 1939) sia della cultura degli indiani Navajo, soprattutto dei loro culti totemici e delle loro pitture su sabbia: “La qualità figurativa degli indiani d’America mi ha sempre colpito profondamente –dichiara Pollock -. Gli indiani dimostrano di essere veri pittori, perché sanno come e cosa raffigurare, colgono il motivo portante della pittura. Usano il colore in modo sostanzialmente occidentale e la loro idea dell’arte ha qualcosa di universale, che ogni vera arte deve avere. […] Non ho mai cercato di imitarle consapevolmente, credo che mi vengano dai ricordi e dalle passioni di quando ero bambino” .
Nel presentare la mostra Johnson Sweeney (uno dei più stimati critici americani e membro del comitato consuntivo del Museum of Modern Art di New York) scrive parole entusiaste: “Il talento di Pollock è vulcanico. Ha fuoco. E’ imprevedibile. E’ indisciplinato. Dilaga in una prodigalità minerale non ancora cristallizzata. E’ lavico, esplosivo, caotico. […] Ci servono giovani che dipingano per impulso interiore […] che rischino di sbagliare una tela per fare qualcosa a modo loro. Pollock è uno di questi” . Sarà proprio Sweeney a caldeggiare l’acquisto da parte del Moma de La lupa, una delle opere esposte alla personale e il primo dipinto dell’artista ad entrare in una prestigiosa collezione pubblica.
La lupa presenta già alcune delle caratteristiche che si ritroveranno in tutto il percorso dell’artista. Innanzitutto il soggetto. Anche se l’animale rimanda, come è stato più volte detto, alla leggenda capitolina (che Pollock conosceva attraverso alcune riproduzioni), è soprattutto il suo aspetto preistorico e la sua fattura primitiva che devono far riflettere. Pollock disegna l’animale come se fosse un rito propiziatorio: la pastosità e la forza del colore è irradiata da linee nervose e spesse. Il rosso, il giallo, il bianco e il nero si depositano su una coltre di grigio duro come l’ardesia. Pollock l’ha dipinta sulla tela, ma è come se l’avesse fatto su un muro. La pittura murale sarà infatti una delle ossessioni dell’artista. Un’ossessione che nasce dall’ammirazione dei muralisti messicani, Orozco e Siqueiros, ma anche da un bisogno dirompente di allargare il campo d’azione: “Credo che la pittura su tela appoggiata sul cavalletto sia un genere in via d’estinzione e che la tendenza al dipinto murale incontri i sentimenti di oggi. Ma credo anche che i tempi non siano ancora maturi per un passaggio definitivo dalla pittura su tela a quella su parete. I quadri che intendo realizzare si situano in una posizione intermedia: sono un tentativo di indicare la direzione che prenderà l’arte futura, senza raggiungerla ancora” . Non a caso il primo dipinto che Pollock esegue per Peggy Guggenheim è intitolato proprio Mural (1943), ed è una tela lunga sei metri e alta due e mezzo – pare che Pollock l’abbia dipinta tutta in un giorno e in una notte – che andrà a decorare il salotto della ricca ereditiera.
Un altro elemento che occorre evidenziare è proprio legato alle dimensioni. Le opere di Pollock, sia che superino la normale grandezza umana sia che rimangano contenute, sono pensate per essere viste da vicino, sono fatte per immergersi tra quei segni e quei colori; per vederne gli anfratti, i dettagli, gli spessori; per sentirne i suoni fino agli ultimi sussurri. E’ la pittura “all over”, nella quale Pollock si getta con tutto se stesso, è dentro la tela, che diviene lo spazio scenico della creazione: “La cosa migliore è una tela non tesa, fissata alla parete o sistemata a terra. Mi serve la resistenza di una superficie dura. Se la tela è a terra lavoro meglio. Mi sento più vicino al quadro, ne faccio parte, posso camminargli intorno e lavorarci da tutti e quattro i lati, starci letteralmente dentro” .
Ogni volta che si parla di lui è inevitabile che si faccia riferimento al dripping (che mette a punto tra il 1946 e il 1947), ma occorre tenere presente che tutto il suo lavoro non è una mera e banale questione di tecnica, anzi, semmai è una ragione di contenuti, di espressione e nasce dalla convinzione di un’arte che è scoperta di sé, è “stato d’essere”.
Tecnicamente, tra l’altro, Pollock non è né il primo né il solo ad utilizzare il colore sgocciolato o, come è meglio noto dripping o Action paiting, prima di lui lo avevano fatto Hans Hoffamann, Max Ernst, Arshile Gorky, tutti eredi dell’automatismo surrealista e tra i protagonisti (con de Kooning, Rothko, Tobey, Gottlieb e, ovviamente Pollock), dell’Espressionismo Astratto americano. Tuttavia, Pollock fa qualcosa di diverso: come prima cosa rifiuta l’idea della casualità (perché il colore è guidato dal braccio, dal corpo e dalla volontà) e poi fa in modo che quel suo outing convulso diventi universale. Nascono così capolavori indimenticabili, come Full Fatom Five, dono di Peggy al Moma; oppure Eyes in the heat, Foresta incantata o Ocean Greyness, tutti della fondazione Guggenheim, opere che hanno cambiato le coordinate della pittura. In quei grovigli di materia, in quei labirinti di fili e di macchie, Pollock ha scritto un lungo e tormentato racconto biografico, ma ha anche raccolto le ansie dell’uomo del novecento, di un’umanità travolta da guerre, delusa, disillusa e che ora che ha messo a nudo l’ansia che ha dentro è spaventata più che mai. Così Pollock ha tessuto ipnotici circuiti di colore lungo i quali ha fatto correre tutte le emozioni possibili, lasciando però scoperti anche i nervi più sensibili. Tuttavia, dietro l’apparente caos, c’è sempre un ordine, una sequenza, uno squarcio che c’infila dentro, sempre più dentro. In quei gineprai di segni, Pollock, come l’ultimo degli sciamani, ha lasciato un testamento ad un tempo propiziatorio e profetico, forse il più attendibile, sicuramente il più sincero del ventesimo secolo.
Pollock: l’ultimo degli sciamani – di Lorella Giudici
Novembre 25, 2008 di nellanebbia