Il secolo cominciato da qualche anno sarà segnato da grandi e rapide trasformazioni in tutti i campi dello scibile umano e le città saranno luoghi principalmente preposti ad ospitare questi cambiamenti. Nuove tipologie di sviluppo urbano, nuove modalità abitative, nuovi luoghi per vivere e lavorare dovranno essere realizzati. La scommessa è quella di rendere le nostre città più vivibili, più belle e più interessanti. Il territorio, che in alcuni casi già oggi è un continuum che lega poli di attrazione in un’unica area metropolitana, richiede interventi che oltre ad essere su scala macro-strutturale a volte sono semplicemente di attenzione, sostegno e coordinamento allo sviluppo di iniziative locali (si pensi all’ipotesi di un’unica area metropolitana che comprenda Milano e Torino). Del resto, ragionare in termini di nuovo rinascimento per le nostre città non è velleitario ma assolutamente doveroso, soprattutto da parte degli operatori del settore immobiliare e di chiunque abbia interesse allo sviluppo in grado di creare ricchezza. Al contempo, la concentrazione di persone qualificate e produttive rappresenta il motore della crescita economica di un territorio, pertanto le nostre città devono essere in grado di attrarre capitale creativo per sviluppare idee innovative, stili di vita diversi e creare opportunità economiche.
Il concetto di creatività non deve intendersi in modo generico né tanto meno astratto. Esiste una teoria economica fondata da Richard Florida, noto economista americano, che codifica e studia il “Capitale Creativo”, definendo le connessioni e le implicazioni proprie della classe creativa in relazione ai luoghi in cui queste trovano terreno fertile per il proprio sviluppo.
Lo studio Ambrosetti (quello che ha promosso il forum sull’economia di Cernobbio, per intenderci), nel 2005, ha elaborato un rapporto che mette in relazione lo sviluppo urbano con quello della classe creativa. Questo studio è ancora di estrema attualità, in quanto si è potuto constatare come le città caratterizzate dalla presenza e dall’intervento di creativi siano state capaci di sfruttare i periodi di crisi come autentica risorsa per una nuova progettualità. In particolare, in quest’epoca, alcune esigenze appaiono prioritarie affinché un’impresa o un’istituzione ma anche una città, riscontrino un certo successo:
- eccellenza e qualità: per quanto riguarda le persone, le scelte strategiche, i prodotti-servizi, i sistemi di gestione.
- massima flessibilità: vale a dire essere un sistema aperto capace di rinnovarsi continuamente, con accordi, alleanze, operazioni strategiche, cambiamenti organizzativi e gestionali, per conseguire vantaggi competitivi, anticipare i concorrenti, gestire le mutevoli esigenze dal quadro competitivo.
- sensibilità strategica spiccata e diffusa: ovvero la capacità di intuire tempestivamente le opportunità, di captare le principali tendenze, di interpretarne i segnali significativi e di tradurli in un disegno vincente. Consapevolezza generalizzata all’interno, attraverso meccanismi di informazione, di coinvolgimento e di partecipazione circa le sfide e le scelte strategiche dell’impresa, come premessa fondamentale per comportamenti coerenti e incisivi di fronte ai mutamenti sempre più frequenti e imprevedibili del quadro competitivo.
- scelte strategiche focalizzate: se il teatro geografico si è allargato, se complessità e risorse necessarie si sono moltiplicate, occorre allora concentrarsi sulle attività principali (core business) o meglio su ciò che si sa fare meglio di altri (core competence).
- visione internazionale: questa diventa un obbligo anche per le imprese di piccole dimensioni o che comunque operano in un ambito geograficamente limitato. La differenza è fra consapevolezza e miopia. Internazionalizzazione e, a maggior ragione, globalizzazione, significano capacità di gestire validamente un contesto multiculturale.
Sono state le forze locali intellettuali, politiche, civili e sociali in senso ampio, che hanno saputo dimostrare una capacità di reazione così forte da divenire motori nell’economia del proprio paese. Si pensi, in questo senso, a come è rinata Barcellona dopo le Olimpiadi del 1992; altro esempio rappresentativo è la svolta conosciuta da Bilbao, in seguito all’avvento del museo Guggenheim, firmato dall’architetto canadese Frank O. Gehry, altamente creativo, che ha saputo creare una magia attirando l’attenzione di tutto il mondo e cambiando il volto di un’intera area degradata. Ecco allora che nell’era dell’economia globale, basata sull’innovazione, assistiamo a un fenomeno inedito: non più semplicemente persone che vanno dove si trovano le imprese, ma queste ultime che vanno dove stanno i migliori talenti (creativi).
Per questi motivi la “Città dei Creativi” può essere considerata come il vero modello per il futuro e ciò spiega la ragione per cui alcuni centri si sono sviluppati e si stanno sviluppando di più (e meglio) di altre (Barcellona, Londra, Valencia, Shangai, Philadelphia, ecc.). Non è affatto un caso che i creativi scelgano di vivere in luoghi di innovazione e di sperimentazione, anche e soprattutto esistenziale. I creativi scelgono dunque per definizione le città e soprattutto quelle che rappresentano luoghi aperti e di qualità assoluta.
In Italia molto deve ancora essere fatto ma qualcosa comincia a muoversi: a Torino, con le grandi trasformazioni urbane e il recupero di grosse aree industriali dismesse; a Roma, con i progetti pubblici di trasformazione urbana firmati dai maestri dell’architettura contemporanea e a Milano, con alcuni interventi importanti. Si tratta di iniziative destinate a cambiare il volto delle città e quindi rappresentano segnali del cambiamento in atto (anche di mentalità da parte di alcune pubbliche amministrazioni). Anche i centri minori dovranno andare in questa direzione per creare occasioni di sviluppo.
Ecco allora che anche per Vercelli una grande e unica opportunità sarà offerta dall’Expo di Milano del 2015. Vercelli che gode di una posizione strategica così favorevole, a metà strada fra Milano e Torino. La sfida, però, è di comunicare e ragionare in termini di area metropolitana allargata (indicata con l’acronimo “MITO”) dove le città sono parte di un unico territorio, senza perdere identità e proprie peculiarità. Vercelli ha una storia unica, testimoniata da un ampio patrimonio artistico (la basilica in stile gotico-romanico del Sant’Andrea, il prezioso museo del tesoro del Duomo, la tradizione musicale del concorso Viotti, il museo Borgogna che è la seconda pinacoteca del Piemonte, ecc.) e anche da un punto di vista culturale ha saputo ritrovare un certo fervore. La seconda mostra permanente, dedicata ai maestri della pittura americana della prima metà del Novecento (e in particolare a Pollock), inaugurata lo scorso 20 novembre e organizzata in collaborazione con la fondazione Guggenheim, ne è la prova più evidente.
Quindi, come per Bilbao, anche per Vercelli, la presenza di uno dei massimi protagonisti del panorama culturale mondiale, dovrà fare da volano per lo sviluppo di nuove iniziative soprattutto in tema di marketing territoriale. Un’occasione per importare cultura di grande livello e al contempo valorizzare le potenzialità culturali locali; ciò che in termini economici viene chiamata “glocalizzazione” vale a dire subire la contaminazione che viene dalla globalizzazione, mantenendo forti radici nella cultura locale. Vercelli e il suo territorio, potenzialmente si trovano in una situazione ottimale per diventare una città creativa a partire dalla cultura, valorizzando il proprio patrimonio architettonico e artistico, aumentando la vivibilità, garantendo uno sviluppo controllabile dal momento che la periferia non è ancora compromessa. Serve però il coraggio di compiere scelte corrette dal punto di vista urbanistico e in tempi ragionevoli (speriamo che possano vederlo i nostri figli).
LA CITTA’ CREATIVA – Arch. Enrico Buffa
Dicembre 15, 2008 di nellanebbia