Sarebbe bello capire prima quando sto per spalmarmi sul fondo.
Invece non succede mai.
Non faccio in tempo a mettere le mani avanti. Nonostante il corso di caduta controllata che mi ha fatto Ultimate Warrior nel 1988, mi ritrovo sempre immerso nel fango.
Prima va tutto bene, è tutto a posto, poi batto le ciglia una volta e subito dopo mi ritrovo a respirare grandi boccate di terriccio umido. Mi sdraio sul letto e mastico humus irlandese chiedendomi un generico perché.
Non è facile darmi delle risposte quando l’incudine preme sulla mia nuca, quando annaspo nel pantano e i fuoristrada della Parigi Dakar fanno prove speciali sulla mia schiena.
Il talamo mi trascina nel suo profondo, le lenzuola in cotone secernono sabbie mobili che non mi danno scampo.
Eccomi.
Eccomi, sto arrivando.
La mia branda è piena di fango. S-profondo nel pro-fondo.
La luce della lampadina sopra il mio letto si allontana. Affondo nel mio giaciglio di venti centimetri alla volta, facendo le bolle dal naso.
Il fangone mi culla, mi abbraccia, e io posso sentire il suo invito. La sua voce gorgogliante che mi dice di non alzarmi, di rimanere lì nel caldoumido. Mi sussurra di guardare i lombrichi che non sono mica antipatici, parla con loro, senti quello che hanno da dirti.
E io nuoto.
Affondo nel fango che mi tira verso il basso, e vado giù. Giù nelle profondità del mio letto.
Porgo le mie domande ai lombrichi.
Chiedo il perché di tutto questo dolore, il come mai di tutto questo scazzo e di tutto questo fango. Chiedo se me lo merito, domando se è normale sentirsi così, o se è una faccenda a mio uso esclusivo.
- “E’ normale.”
Dice lombrico Samuele, laureatosi anni prima in psicologia con una tesi sperimentale sul rapporto dicotomico tra l’uomo moderno e la percezione selettiva.
Samuele arriva sempre per primo, è uno di quelli che sa bene che cosa dirti per peggiorare le cose.
- “E’ una questione di sensibilità, di aspettative, di interiorizzazioni sballate. Del resto se decidevi di arrenderti, non avevi il problema del fango e non annegavi nel tuo letto. O meglio, questa palude c’era ugualmente, ma l’autoconcetto ti salvava la capoccia…”
Poi si avvicina, sorride, inforca un paio di occhiali e si accoccola vicino al mio sopracciglio.
- “E’ l’assenza dell’autoconcettualità che ti fotte. Dovresti perlomeno trovare un buona scusa per i tuoi problemi. Dare la colpa ad un altro e salvare il tuo equilibrio. Puoi dare la colpa a chi ti pare. Persone, cose, città, marche di automobili, colori, passato, mondocattivo.”
Mi rigiro nel letto e sprofondo di altri sei metri, non mi aspettavo che le mie coltri fossero così profonde. E così piene di lombrichi saggi.
- “Ma va’… Se trovasse un giusto modello imitativo potrebbe resistere!”
Sentenzia Abele, un lombrico esperto di marketing, narrativa nord americana e cucina Thay.
- “Ho fame.”
Dico io, mentre Abele sostiene con fermezza che la percezione di un mare di fango è diversa se in banca hai più di un centoventimila euro, un libro di Capote da leggere e un’anatra laccata per cena.
Poi si fa largo lombrico Gabriele che è il più grosso di tutti. E’ dimensionato modello salsiccia e mi si attorciglia al polso, mi invita ad un convegno di lesbiche maoiste che si tiene nel mio letto a quaranta metri di profondità, non riesco a resistergli e annaspo.
Nuotiamo verso il congresso, tratterà il tema: Coscienza Deviata e Conoscenza Deviante.
Cerco una scusa per non andarci, qualcosa che non offenda nessuno e che non mi tolga l’illusione di piacere alla gente.
- “Ho lasciato la mia medaglia Fields per la matematica sul comodino!”
Dico masticando terriccio bagnato.
- “Non posso andarci senza!”
Gabriele si slaccia dal mio polso dicendo che sarà per un’altra volta, tanto a quella profondità c’è sempre un qualcosa di interessante. Un simposio di Zarrillo il mercoledì. L’esposizione internazionale dei Piatti del Buon Ricordo il giovedì. Dei vecchi film in bianco e nero con Lino Ventura, quelli che danno apposta per i depressi alle tre del mattino. Operazioni chirurgiche, happy hours in cui si servono cocktail mnemonici.
- “Sarà per dopo, sarà per dopo…”
Dice Gabriele muovendosi nel fango agile e lineare nel suo essere invertebrato.
Guardo in alto, la lucina è a una ventina di metri da me. I lombrichi non mi lasciano andare. Abbiamo una lunghissima notte da passare assieme.
Bastardi.
Io lo so che dopo un paio d’ore nel fango, ai lombrichi spuntano le zanne e non sono più così cordiali.
Si trasformano in empie bestioline feroci. Ti mordono direttamente addosso i pensieri peggiori e i ricordi più sgradevoli. Ti sgagnano con i loro dentoni aguzzi, ti fanno vedere il peggio, pensare il peggio, prevedere il peggio. La maggior parte delle volte hanno ragione.
Mi mordono nella carne i concetti più subdoli, affondano i canini dicendo: I tuoi successi non ti pagano le spese, sei un bluff, sarai anche bravo in quello che fai ma non sei sicuramente vincente.
Mordono e tirano. Presentandomi i cataloghi a colori per viaggi all inclusive a Paranoialand.
Il luogo magico dove l’attrazione principale è il fallimento.
Dove farò il traslocatore perché un armadio non è una cosa da interpretare in maniera soggettiva. Lo prendo e lo porto giù dalle scale, l’unico errore che posso fare è quello di farlo cadere.
- “Sono cazzi tuoi se hai deciso di fare lo scrittore.”
Dice lombrico Gioele, quello più selvatico e privo di vello sulla lingua.
Sono le tre e cinquantasette del mattino e io ormai ho perso ogni tipo di controllo.
- “Non puoi lamentarti delle regole del gioco quando sei a metà del primo tempo. Dovevi pensarci prima, minchione. Ora che cazzo vuoi? Guardati, conciato come sei non ti farei scrivere nemmeno i testi per quelli che vanno a mendicare in metropolitana.”
Sono bravi a materializzare fantasmi, e mi rigiro nel letto, cuocendomi nel fango come un pollo sul girarrosto. Mi arroto e fuori dalla serranda la notte diventa mattina.
Vedo da lontano gli spicchietti di sole rettangolari attraverso le tapparelle. L’insonnia è una lotta contro i lombrichi. Una lotta che non ti fa alzare alle sette come le persone normali, non alle dieci, non all’una…
Se ci riesci, ti alzi dal fangone alle tre e mezza di pomeriggio, stremato come una casalinga dopo i quattrocento metri ad ostacoli.
Non ho più paura dei lombrichi e dei loro morsi. Ci sono abituato, so come sono fatti, attaccano subdoli con morsi non letali. Sono in quaranta ma non riescono ad ammazzare nessuno.
Loro.
Uno che uccide c’è.
L’ho visto nuotare sul fondo una volta.
E’ lombrico Megalodon, diciotto metri di anellide con la testa da squalo preistorico.
Di quello sì che ho paura.
Nessuno sopravvive al suo morso. Se per una serie di coincidenze fortunate si supera la masticanza del Megalodon, il segno delle sue zanne rimane per sempre nel profondo degli occhi.
Se ti assaggia una volta poi torna, con denti nuovi e più grossi. Non si scappa dal Megalodon, non si può trattare, prendere medicine, seguire corsi New Age.
Sono riuscito a tenerlo lontano dai miei glutei, pensando intensamente a Majakovskij, Tenco e Cobain. Ho materializzato attorno al mio culo una serie di accordi e rime, osservando per giorni interi gli occhi funerei di Kafka, come recitava una vecchia poesia.
Lui fa finta di niente e nuota facendo dei giri concentrici. Mantiene le distanze sapendo che prima o poi, si troverà ad una spanna dal mio culone stanco.
Ho fame e voglia di respirare.
Nuotare nel fango è molto faticoso, ma ce la faccio. Allungo le mani, mi aggrappo ai lati del letto e mi tiro su con gli addominali. Mi alzo dal fango come uno Zombi di Romero che esce dalla sua tomba.
Due boccate grosse grosse di ossigeno.
Metto giù un piede togliendomi con le mani la terra dagli occhi. La prima cosa che metto a fuoco è una foto del Procuratore Garrison. Quello che ha smontato le teorie della commissione Warren sull’omicidio di JFK.
Tengo una sua foto sul comodino.
Jim Garrison si muove in bianco e nero e mi parla. Con calma mi dice:
- “Guarda che c’è un sistema per allontanare il fango e i lombrichi. Devi raccontare di loro a qualcuno. Così manderai via anche il Megalodon, spingendolo in un abisso senza ritorno.”
- “Lo farò Jim, te lo prometto. Un giorno racconterò a qualcuno quello che succede nel letto di uno scrittore.”
Oppure ho appena finito di farlo, a seconda di come la vedi.
IL LETTO DELLO SCRITTORE – di Diego Cajelli
Dicembre 18, 2008 di nellanebbia