«Color is a series of harmonies everywhere in the universe» (Il colore è una serie di armonie dappertutto nell’universo): in questo modo Sam Francis amava definire l’incontro eccezionale tra Terra, materia, colori, energia creatrice dell’uomo, e Cielo, ispirazione, spirito, alito universale, che genera l’opera d’arte. E proprio così, in questa luce di pura armonia, ci appare l’unica sua opera presente in Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana, la tela Senza titolo nella seconda sala dell’Arca di Vercelli. Allestita in dialogo perfetto, quasi disarmante, con tre opere di Mark Rothko appartenenti allo stesso periodo, gli Anni Cinquanta del miglior Espressionismo astratto americano genera, grazie all’incredibile consonanza dei cromatismi e delle morbide velature, un girotondo estetico-cromatico di impagabile effetto. Arancioni su arancioni, slavati da parere antichi, si contrappongono a grandi macchie tinta vini stantii e sulle tele dalle maglie spesse ed allargate, si intridono i colori come macchie su tovaglie un po’ lise.
L’opera di Sam Francis rimane, tra le quattro, la più magra ed inquietante. Adagiata supina, la sagoma di un corpo umano monco di braccia, di gambe e di parte del capo, emerge incompleta dai confini naturali del quadro: inedita, ecumenica Sindone, lascia evocare dal rossastro ventre rigonfio e dai polmoni sanguigni fame e sofferenza mondiali. Avvicinandoci un poco, gli occhi a cercare un segreto, la trama si rende più chiara e l’incredibile ordito, magari di juta, mescolato del tutto ai pigmenti, rivela una sua naturale texture: si fa pelle e poi rughe, muscoli e vene, nervi e midolli.
Dopo averlo ammirato, difficile separarsi da Francis e riandare ai maestri più ‘grandi’, i Pollock, i Motherweel, gli Hofmann ed i Gorky, con lo stesso cuore di prima. L’incontro ti cambia, per sempre. Nulla da stupirsi, in fondo: l’opera risale agli anni in cui Sam Francis stringe rapporti creativi sia con Rothko che con Clyfford Still, anni in cui l’espressionismo astratto, come recita H. Rosenberg per indicare questa forma artistica, alternativa all’espressionismo tradizionale, si sviluppa nella New York in cui è nata negli anni quaranta, coinvolgendo in special modo i pittori gestuali, quelli dell’action painting, quelli dalle grandi tele segnate a forza con energia e rapidità, utilizzando grossi pennelli o letteralmente gettando il colore puro sulla tela. Citando ancora Sam Francis: «Il colore nasce dalla fusione della luce e del buio».
E’ il gesto, ora a divenire il momento centrale del creare, il Creare, l’atto da cui l’ispirazione parte ed arriva: vera danza dell’anima che lascia dietro di sé, ad imperitura memoria, macchie e scie di colore e colore. Ognuno a suo modo, spesso in modi del tutto differenti, gli espressionisti astratti si permettono ed esplorano nuove libertà, letteralmente frammentando linee e contorni. Che si tratti del dripping, quel gocciolare dall’alto, vera pioggia rinascimentale, di Jackson Pollock o della superba fierezza di Willem de Kooning, è un modo nuovo di fare arte, lontano dagli accademismi e fortemente segnato dal clima di rabbia, delusione e denuncia che si respira, negli States come in Europa, nel Dopoguerra.
Impossibile non rimanerne affascinati, abbagliati, coinvolti: così capita a Samuel Francis, californiano di San Mateo, a sud di San Francisco, dapprima studente universitario indeciso (dalla botanica alla psicologia ed infine la medicina), quindi pilota dell’aviazione in guerra. Sono i tre anni di forzata convalescenza per un incidente aereo che lo portano alla pittura che lui considera, a ragione, una vera ‘terapia dell’anima’. Arriva la laurea a Berkeley in storia dell’arte e la scelta di imparare sul campo: Parigi e la straordinaria luce di Cézanne, Matisse, Monet, dai quali prende spunto per i famosi White paintings, nei quali variava il tono del grigio e del bianco usando sottili slavature di colore, ombre di luce verde, rossa e gialla. Prova, inutilmente, a vivere nella Grande Mela ma le preferisce la California, Santa Monica.
E’ questa la sua base di partenza per i moltissimi, indispensabili, viaggi: uomo che ricerca, Sam Francis, è anche uomo che osserva, che cerca di comprendere a fondo le differenti realtà che incontra. E dalla ispirata fusione tra Occidente ed Oriente (per anni avrà studi sia in Europa che in Giappone), nascono, negli Anni Sessanta, opere hippy nella leggerezza dei toni e nella profondità della riflessione metafisica. Raffinato conoscitore della filosofia Zen e della luminosità di certa paesaggistica orientale, sceglierà quindi di annegare o, meglio, lasciare liberamente cadere le tinte sulle candide tele, solitamente adagiate sul pavimento del suo studio. Sono tele enormi, fuori taglia, quasi sempre senza cornice, sulle quali intervenire anche con i rulli, a piacere, traendo pura gioia dall’atto del creare. Un gioco, forse, una vera terapia liberatoria, ma che si rifà a rigide regole di rapporti e consonanze, esatte proporzioni tra vuoti e pieni, bianchi e colori primari: ed i gialli, i rossi, i neri ed i blu cadono dal cielo a spruzzi, macchie quasi casuali precipitate dall’alto, da un Cielo che lacrima tinte.
Innamorato dell’arte, ma mai concentrato sull’Io, Sam Francis fonda, nel 1984, la Lapis Press, ancora oggi una delle più importanti case editrici specializzate nelle arti visive e in filosofia, e dà vita a una Fondazione dedicata alla ricerca e al sostegno della medicina alternativa. Una scelta profondamente umana dettata dalla morte di alcuni amici molto cari e dalla diagnosi della sua malattia. Sono gli anni delle tele più grandi, vaste, vastissime, e dei colori più accesi, folgoranti, fiammanti. Gli anni delle opere più vitali, ad esorcizzare la morte incombente. E mentre il Rothko della fine si ammanta di buio e di terra, Sam Francis si inebria di lampi di luce, di fulmini accesi.
Nel 1993, generosamente come ha vissuto, dona dieci sue opere al MOCA, Museo di Arte Contemporanea di Los Angeles (MOCA) del quale è membro del Consiglio di amministrazione dal 1989. Attento alle nuove espressioni artistiche, porta al MOCA le opere di Arata Isozaki, mai stanco né distratto, del MOCA segue i lavori per la nuova sede espositiva.
Una vita che è un viaggio, sempre in viaggio: e come quel capitano Achab che tanto ama, anche Sam Francis raggiunge, a suo modo, la balena bianca. Ci lascia nel 1994, nella sua casa in California ma, proprio come Moby Dick, non ci lascia mai e mai si lascia catturare. Famoso già in vita, ma ancor più oggi, ammiriamo le sue opere nelle collezioni dei musei più importanti del mondo: The Museum of Contemporary Art a Los Angeles, The Museum of Modern Art a New York, National Gallery of Art a Washington D.C., The Museum of Modern Art a Shiga (Japan), Tate Gallery a Londra. Diversi dipinti murali gli sono stati commissionati a Tokyo, Basilea, Berlino, New York e San Francisco, molte personali gli sono state dedicate negli ultimi anni: è appena terminata, il 10 novembre scorso, la delicatissima Il profumo delle stelle-opere scelte 1956/1991- organizzata dalla Galleria Repetto di Aqui Terme, da anni attenta a portare alla luce le opere dei grandi dell’arte contemporanea quali Christo and Jeanne Claude, Dennis Oppenheim, Luigi Ghirri, Fausto Melotti e Sol Le Witt. Dal testo critico che accompagna l’evento, citiamo una poetica descrizione dell’atto creativo di Sam Francis, che ci pare tanto melodiosa quanto illuminante: «(…) La piccola goccia disposta sul foglio può essere un pianeta vicino e remoto; una sfera è un mondo, una pennellata è la curva di un’intera atmosfera. L’arco di uno spruzzo variegato appare come un’immensa galassia, un dipinto può essere l’universo, l’universo è un dipinto. Poiché i colori sono messaggi stellari, e la bellezza è la voce del cosmo. Poiché il sole è la candela del mondo, e le ultime parole saranno quelle delle Stelle».
PIOVE COLORE. Non vale la pena che tu ti sposti, ti colpisce comunque – di Elisabetta Della Valle
Gennaio 16, 2009 di nellanebbia