“Ci serve un intervista al maestro Ranghino, seimila battute, per lunedì”. Ecco cosa può mandare nel panico uno scrittore, soprattutto se è venerdì e stai pure smaltendo i postumi di una brutta influenza. Così giusto il tempo di una telefonata e mi ritrovo alla sede del Centro Vercelli Musica (C.V.M.) dove il maestro insegna pianoforte, con il registratore acceso tra me e lui. Per fortuna Luigi Ranghino è uno che il jazz lo vive, lo mastica e lo respira, uno che non riesce a stare sulla stessa traccia più di cinque minuti, deve uscire, sperimentare, improvvisare anche con le parole. E allora, mi sono detto, andiamo, facciamo questa intervista jazz: improvvisiamo.
Com’è nata la tua passione per la musica? Hai cominciato da bambino?
Ti dirò, parafrasando un famoso scrittore, ho iniziato da bambino pensando di far bene, non so se sia stata la scelta migliore (ride). Comunque si, ho iniziato da bambino. Avevo un pianoforte in casa e puoi immaginare un bambino con uno strumento così: ci giocavo, ci battevo i pugni. Poi ha iniziato mia sorella, di due anni più grande di me, anche se poi ha smesso dopo poco tempo. Io invece sono andato avanti, avevo questa cosa che chiamo “attitudine”. Ero portato insomma, poi avevo la volontà di imparare. E se hai la volontà con un minimo di criterio e di metodo puoi arrivare a livelli ottimi. Questo è un piccolo mio rammarico, perché oggi con le nuove metodologie didattiche puoi arrivare in ancora meno tempo a grandi livelli. E a me come insegnante è questo che interessa, portare la musica dove si pensa che non si possa arrivare, vincendo il limite più grosso che è una specie di paura.
Cosa intendi esattamente?
Ci sarebbe molta più musica in giro se ci fosse una maggiore forma di produzione e partecipazione, e negli anni ho scoperto che questo non implica, come ci hanno sempre fatto credere magari in buona fede, che se non studi sette, otto ore al giorno non arrivi.
Forse un concetto un po’ ottocentesco dell’insegnamento musicale, qualcosa da imparare con disciplina ferrea e metodo
Bravo. Il problema non è certo la disciplina fisica, il tasto di un piano pesa cinquanta grammi e con un sapiente lavoro ti crei una buona manualità, ma non è così impegnativo a livello di tempo. Ci vuole un certo tipo di concentrazione, ma con un lavoro mirato e fatto come si deve un paio d’ore al giorno sono sufficienti. Certo è che le condizioni di oggi sono molto cambiate rispetto a quando io o Claudio eravamo ragazzi (Saveriano, insegnante di batteria del CVM e amico di Luigi – NdA). Non c’erano tante possibilità di crearsi dei momenti, degli spazi. Ad esempio vedo mia figlia che passa molto tempo a chattare in rete, un modo di socializzare nuovo e né più giusto né più sbagliato di altri. Internet è una piazza enorme dove trovi di tutto, i ragazzi oggi devono essere più bravi a scegliere, a selezionare, mentre per noi era più difficile creare degli spazi nuovi.
Hai iniziato subito col jazz e la classica o anche tu da ragazzo ti sei dedicato al rock e al pop?
Si, indubbiamente si, anche se ai miei tempi non c’erano ancora scuole come questa che hanno indirizzi moderni. All’epoca in Italia stavano nascendo quei generi, dal punto di vista didattico intendo. Non c’erano manuali, non c’erano metodi. Per noi c’erano solo i dischi. Gli insegnanti avevano ancora una formazione strettamente classica, un percorso che era quello degli esami del conservatorio. Il resto ce lo facevamo da noi. Ricordo che mio padre mi regalò un disco di Oscar Peterson (noto pianista Jazz dell’epoca, NdA), che mi colpì molto. Avrò avuto sei, sette anni, la mia non fu sicuramente una scelta intellettuale. Sapevo solo che da grande volevo suonare così, anche se poi crescendo Peterson non diventò il mio pianista preferito (ride). Però si, ascoltavo tanto pop, impazzivo per Elton John, e poi negli anni 70 ci fu il grande “flash” del rock. Conservo ancora gelosamente il vinile del “Made in Japan” dei Deep Purple.
In quegli anni il rock arrivò a sfiorare, a livello intellettuale, generi più colti
Certo, pensa ad esempio alla grande stagione del progressive. Li le mani sullo strumento dovevi essere in grado di metterle, e bene anche. Io avevo un buon orecchio e mi mettevo giù col disco e trascrivevo i pezzi. Non c’erano libri, dovevamo fare tutto noi, tirandoci giù quei lunghi assoli. Il formato Lp dava molto spazio e anche il rock si aprì all’improvvisazione. Erano anni in cui si respirava un clima creativo diverso, nessuno suonava cover, tutti proponevano pezzi originali. Magari le brutte copie degli originali, ma si facevano (ride). Il mio gruppo preferito dell’epoca erano gli Uriah Heep, con cui anni dopo ho finito per condividere il camerino a un grosso spettacolo in Svizzera.
E il jazz quando lo hai riscoperto?
Il jazz lo avevo messo un po’ in “stand-by”, mentre proseguivo i miei studi classici. L’ho riscoperto anni dopo grazie ai pianisti, e grazie al grande Franco D’Andrea (tastierista del progetto pop jazz Perigeo attivo tra il 1972 e il 1981, NdA) con cui ho collaborato 15 anni al Centro Professione Musca di Milano. Lui mi ha incoraggiato ad ascoltare tutto, di tutte le epoche, a valorizzare la mia formazione classica, ad assimilare una tradizione per andare poi avanti grazie alle opere di Jerry Roll Morton o James P. Jonson, e negli anni tra il 1974 e ’75 a Keith Jarret con le sue contaminazioni di jazz e musica leggera. Queste grandi personalità sono state un grosso stimolo per me.
Contaminazioni che oggi sono la norma, il periodo che stiamo vivendo, musicalmente, è fortemente caratterizzato dalla miscela di influenze più diverse.
Certo, ed è qualcosa che fa parte da sempre del DNA del jazz. Il jazz nasce negli Stati Uniti in un momento in cui gli USA erano il catalizzatore di qualcosa che stava succedendo. C’era il nero che cantava la sua misera situazione, l’Italiano che cantava le sue melodie, l’irlandese, il tedesco, eccetera. Nel jazz c’è già una sorta di contaminazione, di fusion “ante litteram”. Oggi mi riesce difficile pensare a un posto dove ci siano energie simili: forse il Pakistan, dove si incontrano spiritualità e culture differenti, anche se lì purtroppo ci sono altri tipi di tensioni.
E oggi? Insegni qui al Centro Vercelli Musica, ti abbiamo visto sul palco in occasioni speciali, come il centenario del primo scudetto della Pro Vercelli. Hai altri progetti?
Oltre a collaborare saltuariamente con dei ragazzi di Vercelli produttori di musica elettronica (il collettivo NoEgo, organizzatore la scorsa estate del festiva Jazz Refound 08, NdA) collaboro fin dagli anni 80 con Jonny Melville, mimo e attore. Con lui ho girato mezzo mondo in una collaborazione che continua tutt’ora e che mi ha permesso di fare esperienze nuove e diverse. Inoltre stiamo per rimettere in piedi un trio con Saveriano e, forse, con Stefano Profeta (contrabbassista di Eugenio Finardi, NdA). E poi sto per mettere a frutto tutti questi anni di esperienza: a Febbraio se tutto va bene registrerò un album di solo piano in un grosso studio di Milano.
Luigi Ranghino – di Lorenzo Ottino
Gennaio 27, 2009 di nellanebbia