dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria.
(Crêuza de mä - 1984)
Piccola (indispensabile) premessa. Se c’è una parola in cui è facile rifugiarsi per parlare di Fabrizio De André è sicuramente poeta: un porto sicuro, quasi un ventre materno, diventato un noioso “mantra” tanto facile da recitare quanto banale da pronunciare. “Solo chi non ha capito niente di De André o chi non ha altro da dire, racconta che De André è un poeta e poetico. Non che non lo sia, ma è come dire che Brad Pitt è bello” ammonisce Moreno Pisto, brillante giornalista e appassionato conoscitore del cantautore genovese per eccellenza “Dire di una persona di cui non si conosce minimamente la sua opera – ma di cui, di tale opera, s’intuisce l’innegabile grandezza – che è un poeta o che è poetico fa molto figo. È un modo per lavarsene le mani. Un modo per ribadire una banalità assoluta. Pigrizia pura”.
E’ possibile scrivere di De André senza inanellare solo banali frasi fatte e trionfante retorica? Nel mare magnum di parole, ricordi, aneddoti e citazioni sciorinate per ricordare il decimo anniversario della sua morte sembra quasi che tutto sia già stato detto, scritto e ascoltato. Una grande e multimediale messa laica celebrata dalle radio, dal piccolo schermo (più di 5 milioni di italiani hanno seguito la puntata di Che tempo che fa che Fabio Fazio ha voluto interamente dedicare a Faber), passando per il web (solo su Facebook si contano oltre 200 gruppi a lui dedicati, da “Quelli che amano De André” a “Vogliamo che De André sia studiato a scuola”, passando per “Quelli che sono invecchiati ascoltando Faber” fino all’ironico “Impediamo a Jovanotti di cantare De André”): un tributo intergenerazionale il cui eco ancora non si è affievolito, come dimostra l’incredibile afflusso di pubblico che visita in queste settimane la mostra allestita a Palazzo Ducale a Genova per “rendere omaggio alla sua figura ed alla sua opera raccontandone la vita, la musica, le esperienze, le passioni che lo hanno reso unico e universale, interprete, e in alcuni casi anticipatore, dei mutamenti, delle pulsioni e delle trasformazioni della contemporaneità”.
Una grande “partecipazione collettiva”, per usare una fraseologia forse un po’ abusata, tenendo però sempre in mente due versi de Il suonatore Jones, una delle sue più note canzoni, che, sul finale dice “ricordi, tanti, e nemmeno un rimpianto”.
“Fabrizio De André è di tutti” ha scritto l’attrice Lella Costa. “E’ di tutti come forse in Italia non altro cantautore è mai stato. E’ di tutti, anche perché altrimenti non si spiegherebbe come mai, dal giorno dell’inaugurazione il 30 dicembre scorso, la mostra sia stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di visitatori. Tutti lì ad imparare come si possa, dopo dieci anni, continuare a vivere nella memoria collettiva di questo nostro Paese cialtrone grazie ad un talento infinito, un’inquietudine costante, un’intelligenza rigorosa, un’ironia formidabile, una pietà sconfinata, un’etica irriducibile”.
E il successo di questa grande mostra a Palazzo Ducale (per info www.palazzoducale.genova.it), aperta fino al prossimo 31 maggio, sta forse nel fatto che non è una mera celebrazione intrisa di furba retorica e non muove dall’intenzione di fare di De André un “santino”, come spesso è stato fatto negli ultimi tempi, ma il semplice e al tempo stesso complicato tentativo di lasciare che a parlare siano le sue canzoni, i suoi appunti, le sue fotografie senza artifizi paraculistici che lo stesso cantautore avrebbe detestato.
“Faber è stato deificato, si è costruito un personaggio finto, lui era molto più divertente, vario, non poteva essere schematico come un anarchico cattivo e incazzato” racconta Paolo Villaggio, che di Fabrizio De André era amico, e col quale ha scritto la celebre Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers “Era allegro, divertente, paradossale, disposto a cose molto normali, invece l´hanno confinato in quella zona, sono soprattutto i nuovi amici di allora, che allora non c’erano, che se lo ricordano così, non tanto allegro, ombroso, invece aveva una voglia di comunicare assoluta, e col tempo ce l´ha fatta”. Qual è la prima cosa a cui pensa Paolo Villaggio quando gli chiedono di parlare del suo amico De André? “Penso a come sarebbe stato invecchiare insieme. A quante cose avremmo potuto condividere e quante sorprese ci avrebbe riservato la sua genialità. Sia dal punto di vista umano che creativo, come avrebbe letto la realtà attraverso la sua musica”.
“Spesso mi chiedo cosa penserebbe di un argomento piuttosto che di una persona pubblica. Ad esempio su Berlusconi. Cosa avrebbe detto di lui? Come si sarebbe comportato davanti alle sparate contro i giudici di Berlusconi, lui che i giudici li sbeffeggiava? Come avrebbe risolto il personale conflitto? – si chiede Moreno Pisto – Credo che tutto ciò che diceva Fabrizio De André fosse connotato da una forte valenza politica, anche quando lui non lo voleva. Anche le sue canzoni disimpegnate, leggere o che dir si voglia, sono profondamente politiche. Bocca di rosa non è politica? La città vecchia non lo è? Via del Campo neppure? Apparentemente no, e invece lo sono. In qualsiasi canzone De André tocca argomenti sociali, e prende posizione con una frase, uno sberleffo, una derisione. Canta Maria e parla di Gesù come del più grande rivoluzionario di tutti i tempi. E questo non è politico?”.
Chissà cosa avrebbe cantato oggi Faber e chissà come avrebbe metabolizzato questo lungo e sbiadito decennio. Chi davvero può dire di averlo conosciuto, cioè Dori Ghezzi, la sua compagna di vita, quando le chiedono cosa sarebbe dispiaciuto di più a Fabrizio di questi dieci anni italiani risponde senza tentennamenti. “Aveva già colto come si sarebbe trasformata la società: lo aveva raccontato ne La domenica delle salme. Oggi non avrebbe neppure più parlato di politica, ma avrebbe fatto solo bellissime canzoni d’amore. Ora che appare un sentimento stropicciato e nessuno ci pensa più, lui si sarebbe sforzato di farlo riscoprire”.
Lui che “metteva l’amore sopra ogni cosa”, chissà come li avrebbe raccontati questi sentimenti “stropicciati” e chissà dove si sarebbe rifugiato per pensare e per scrivere. Non ha dubbi Fernanda Pivano: “Seduto su uno scoglio con i piedi immersi nell’acqua: lui era un genovese, non dimentichiamocelo!”, ammonisce la somma poetessa della beat generation. De André e Genova: un rapporto simbiotico, una mescolanza perfetta, un amore passionale. “Essere genovesi significa sentirsi parte di una realtà molto chiusa, privata: una repubblica a sé. E vivere delle glorie passate: così Fabrizio” racconta ancora Dori Ghezzi di quando “siamo stati in tour a Venezia e l’ho sentito quasi restio a concedersi. Ce l’aveva un po’ meno con Pisa, perché l’avevamo sconfitta…”.
Non è solo difficile, ma a tratti impossibile, provare a raccontare De André perché ogni sfumatura raccontata da chi ha conosciuto la sua voce, sia personalmente che attraverso le sue canzoni, rimanda ad un universo di parole, di sensazioni e stati d’animo difficili da incastrare in poche frasi. La fortuna di un artista è che, anche quando non c’è più, continua a vivere e a raccontarsi attraverso le sue canzoni, al di là del profluvio di parole di chi vuole a tutti i costi imprigionare il ricordo in qualche (inutile) frasetta di circostanza.
Fabrizio De André non aveva dubbi, e quando gli chiedevano se si considerasse un poeta o qualcosa d’altro, rispondeva con una citazione che ha il sapore di un ironico ammonimento: “Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore”.