Attenzione attenzione, avviso ai naviganti. Questa piccola e nuova rubrica vuole uscire dalla nebbia con una dichiarazione di intenti dura e convinta contro una maggioranza pericolosissima e, purtroppo, in costante espansione: i fan dei Beatles! Questi individui vi diranno che il vecchio e onorabile (onorevole?) Sergente Pepper e la sua banda di cuori solitari è il protagonista della più grande opera musicale della Storia e che nulla, neppure minimamente, gli si è avvicinato mai. Vi diranno poi che i fantastici-quattro sono stati gli inventori di ogni cosa si possa sentire su un disco anche se precedentemente inciso da altri, o peggio, magari da un uomo nero (nel senso di afroamericano). Non credeteci, per favore, non credeteci…
Non me ne vogliate, si tratta di una burla, naturalmente. È solo che in occasione della sua ristampa in edizione deluxe su doppio cd vorrei fornire a tutti i colorati-amareggiati-dei-tempi-andati una altrettanto valida alternativa alla fabegemonia imperante: the Who sell out. Come dire: gli Who in svendita, ma solo per scherzo. In realtà si tratta di uno dei cinque/sei dischi più interessanti partoriti dalla summer of love inglese (1967). In questo anno di transizione per la musica rock, compito delle band già affermate è quello di evolversi per non cedere il passo alla sgomitante nuova onda psichedelica le cui nuove leve rispondono a colorati nomi come Pink Floyd, etc… ( per la cronaca, Barrett e soci registrarono il loro debutto “The Piper At The Gates Of Dawn” ad Abbey Road, poche stanze accanto ai Beatles al lavoro su Sgt. Pepper’s). La gloriosa ditta Pete Townshend & Co., più agguerrita che mai, si rifà il make up: si mostra in vesti nuove per affrontare il difficile passaggio da una vecchia gloria dei mod dalle Lambrette ormai un po’ scoppiate a qualcosa di più evoluto. Per l’occasione i nostri eroi si sono travestiti da improbabili testimonial per altrettanto improbabili spot pubblicitari. Lo si nota fin dalla copertina, fra le prime a non annoverare i titoli dei brani per lasciare spazio alle sole immagini. Pop Art e delirio allo stato puro: fagioli in scatola, bibite rinfrescanti, automobili veloci, insomma, i nostri non hanno intenzione di fare prigionieri. Lo humor tipicamente inglese che esce dai solchi è degno della Bonzo Dog Band o dei Monty Python. Ma il rigore con il quale tutte le parti collimano fa gridare al miracolo. Lasciate da parte le fascinazioni cabarettistiche simil-India per sitar e tabla che all’epoca avevano rimbambito più di un’ illustre compagine, gli Who vanno dritti all’obiettivo come al solito: chitarra elettrica in primo piano e batteria impazzita sullo sfondo. Tutto cucito da quel genio di bassista di John Enwistle. Roger Daltrey è invece, in questo frangente, un po’ in ombra: alla sua voce solista sono affidate infatti solo tre canzoni su tredici. Questo disco si appoggia inoltre molto poco sulle mirabolanti imprese degli ingegneri del suono, vere eminenze grigie di molte band “ricche” di quel periodo (chi ha pensato ai “satanici” Rolling Stones ha commesso un peccatuccio, ma non ha tutti i torti).
Fra i primi esemplari del nascente concept album, anche se in una forma non del tutto compiuta come nei successivi Tommy o Quadrophenia, “Sell Out” è innanzitutto da segnalare per l’ inedita alternanza di brani veri e propri con esilaranti quanto falsi jingle pubblicitari scritti per l’occasione: un omaggio alle radio pirata inglesi come Radio London che in quegli anni avevano contribuito non poco al successo del beat, contrariamente alla benpensante BBC che si accorgerà più tardi delle potenzialtà commerciali del rock and roll.
L’esecuzione tecnica dei brani, da parte di quello che reputo il migliore gruppo live di sempre insieme alla Jimi Hendrix Experience, è addirittura superiore ai dischi precedenti. Stesso passo avanti per quanto riguarda la produzione, decisamente più curata che in passato. Tuttavia spiccano anche alcuni singoli episodi come l’apripista “Armenia city in the sky”, brano decisamente psichedelico soprattutto nei fraseggi di chitarra, “I can see for miles” che fruttò l’entrata nella top ten americana, l’acustica “Tattoo” e la già citata “Rael” che da sola costituisce una piccola opera nell’opera citando il tema principale che sarà del successivo Tommy. Credo che solo i Kinks di “Village Green Preservation Society” (altro degno membro del club dei cinque/sei album fondamentali del 1967) possano stare alla pari con gli Who di “Sell Out” per chiarezza e messa a fuoco dei contenuti. Mi piace soffermarmi sulla portata innovativa del concept album, in un momento storico come quello presente in cui è un po’ sottovalutato. “S.F. Sorrow” dei Pretty Things, “Ogdens’ Nut Gone Flake” degli Small Faces ne sono altri validi esempi di quegli anni. Questi dischi erano opere compiute in tutti i sensi, dalla veste grafica curatissima e innovativa, alla stesura dei brani. Sono passati gli anni, c’è stata la rivoluzione-reazione punk ed oggi si è tornati a pensare al singolo brano, anzi ai suoi primi cinquanta secondi dove deve già esserci tutto. Si pretende davvero poco dall’intelligenza dell’ ascoltatore attento che molto spesso è insoddisfatto dei soliti quattro accordi e vorrebbe di più. Ecco perchè è così stimolante avvicinarsi ad un disco come “The Who Sell Out” che per quaranta minuti ti tiene seduto in poltrona a fissare la puntina (per i più fortunati che ne possiedono una copia in vinile).
Per i non ipodipendenti scaricatori impenitenti, sottolineo che questa nuova edizione suona veramente in modo eccezionale e recupera la freschezza dei mix di quarant’anni fa, laddove la precedente edizione del 1995 era stata troppo rimaneggiata in fase di rimasterizzazione e mixaggio. I pazzi scatenati si potranno addirittura godere la versione mono e stereo e tantissime bonus tracks. Insomma comprate questo disco. Fine dello spot. Moremusicmoremusicmore…
ROCKSTAR SVENDESI (the who sell out) – di Riccardo Geria
Maggio 28, 2009 di nellanebbia