A Biella, la mostra “Teatri Possibili”
Ci vogliono un po’ di disponibilità di tempo e la disposizione ad usarlo per “mettersi in ascolto” di una mostra speciale, che parla di disagio sociale e di nodi contemporanei e di sempre, lavoro guerra fame immigrazione, espressi con voci e forme internazionali ed eterogenee, dall’Albania ai Paesi scandinavi, dall’Afghanistan agli States, dall’olio su tela alla videoarte.
Un attimo. Riavvolgiamo il nastro e torniamo davanti alla facciata perla e miele di Palazzo Ferrero, al Piazzo, il borgo che domina Biella e, giù, la pianura. Il manifesto è un lenzuolone davvero d’impatto, innanzitutto cromaticamente: nero, bianco e rosso sono il leit motiv dell’intero allestimento, insieme al movimento circolare e avvolgente delle forme. Il cortile fresco e luminoso, poi le scale, che profumano ancora di nuovo (la ristrutturazione si è appena conclusa).
Mi accoglie, come un possibile specchio, la struggente “Remembrance” dell’americano Bill Viola, filmato che mostra un volto dolente, androgino, che esprime al rallenty la sua inquietudine, il naso arrossato da un pianto che non esplode, la corta zazzera folta e grigia. L’occhio rimbalza all’alter ego d’altra epoca, cominciando a rodare, nella mia mente, il meccanismo di dialogo fra secoli che struttura i percorsi visivi proposti: ecco la densa e forse solo apparente fissità di un olio su tela, una Vergine addolorata settecentesca.
E poi, la giostra. Sì, mi viene da chiamare così la parete sulla quale prende forma una sorta di triplice inno alla composizione delle differenze, grazie all’armoniosa bellezza di una fanciulla bianca e una nera, vestite di nero e di rosso, unghie rosse, pelle bianca, pelle nera, liquido latteo che cola sul viso, che ruotano su loro stesse al ritmo di una nenia quasi ipnotica. L’autrice dei tre video accostati e simultanei è Patrizia Guerresi Maïmouna, scultrice e autrice anche di installazioni, che ha letteralmente sposato uno dei temi a lei più cari, la multietnia: le fanciulle ritratte sono il frutto del suo amore per i due mariti, e i loro corpi si fanno emblemi della bellezza della diversità, della reale e intima compatibilità tra le differenze, che si scambiano i colori, che sono accomunate dall’austerità dello stare e del ruotare nella manifestazione di loro stesse agli occhi di chi osserva.
Dall’Albania arriva la rappresentazione di una classe operaia che ha il volto grave di uomini che, silenziosi, lo sguardo vuoto, prendono posto su di una scabra scalinata di cemento, ciascuno con la propria lampada, ognuna con il proprio alimentatore, componendo una malinconica ed intensa stellata d’isolamento e precaria autonomia. Manciata di luci che genera una sorta di attesa. Che, alla fine, si spegne. Adrian Paci, originario di Scutari, ora attivo a Milano, testimonia in questo modo, attraverso un video del 2005, l’esperienza di lacerazione e spaesamento vissuta in prima persona.
Accanto, c’è la fame, la tragedia della fame di pane, innanzitutto. Il video di Santiago Sierra racconta, attraverso una scelta stilistica iperrealistica, la storia di un grande cubo di pane, simbolo geometrico di stabilità e sicurezza composto di pagnotte, alimento primario, cotto e servito a uomini con denti marci, abiti logori, che trascorrono le notti in letti a castello di metallo rosso o materassi a terra, alcuni appoggiati a stampelle, stropicciati e lerci, gli occhi illuminati alla vista del cubo salvifico, sorrisi sdentati di sorpresa, e ti sembra di sentire il tuo stomaco improvvisamente riempirsi, a guardarli sul monitor mentre sbocconcellano o azzannano, sbavando anche un po’, e le mani delle fornaie che armeggiano attorno al cubo con i coltelli per staccare le porzioni, brutte ma abbondanti, così buone e preziose.
L’eco che arriva dagli ultimi anni dell’800 sono le “Riflessioni di un affamato” di Emilio Longoni: un fanciullo, curvo per le sofferenze e i morsi della fame, guarda attraverso la vetrina/barriera di un caffè una coppia di borghesi agghindati, che sorseggiano piacevolmente il loro the.
E poi, l’attesa. Sosto quasi ipnotizzata davanti allo schermo che propone il video di Annika Larsson, “Cigar”. L’atmosfera è dominata da una tonalità sospesa, enfatizzata dal ritmo lento dei movimenti dei due protagonisti, in un gioco di equilibrio di potere in fieri, in un’interazione che fa perno sul rito dell’accensione del sigaro: i due uomini paiono duellare fra loro, mettendo in scena una sorta di seduzione reciproca, fatta di sguardi costruiti e di contatti fintamente casuali, verso obiettivi non chiari, ma percepibili in tutta la loro ambiguità. La stessa sensazione cupa, fredda e opprimente trasuda dalle “Figure” del quadro di Mario Sironi, anch’esse abbigliate con divise di elegante conformismo, anch’esse sintonizzate su di una comunicazione formale, ermeticamente chiusa rispetto alla sfera calda dei sentimenti.
Per il visitatore che ha bisogno di altri riferimenti familiari, ci sono anche incisioni di Piranesi, nove opere di Giacomo Balla e un Magritte, “L’épreuve du sommeil”: la nuca di una donna immersa nel sonno, distante e anonima, eppure così vicina all’esperienza di ciascuno che si finisce quasi per desiderare immedesimarsi per qualche istante nel suo abbandono.
E poi, la bellezza. Quella naturale, nel filmato proiettato su tre pareti che abbracciano lo spettatore e finiscono per coinvolgerlo intimamente nella contemplazione della scena. La finlandese Elina Brotherus documenta una nudità serena, condivisa nell’amicizia spontanea e complice che lega un gruppo di giovani, in un paesaggio lacustre che è il vero soggetto. L’acqua si fa fredda, i colori sono infiniti grigi e bianchi e l’emozione prevalente è una struggente, ma dolce, malinconia.
Qualche sala più in là, il progetto di una bellezza artificiale, imposta da canoni estetici incomprensibili a donne eterodirette verso mete di proporzioni assurde, nella frenesia obbligatoria d’intervenire sul proprio corpo, anche quando è quello sano e snello di Regina Josè Galindo, trentacinquenne artista guatemalteca, che da anni utilizza la body art e la sua stessa fisicità per denunciare la violenza sulle donne. Cosce, seni, ventre e viso vengono solcati dal pennarello/bacchetta del chirurgo estetico/direttore d’orchestra che traccia la mappa di mutilazioni inutili, disegno parossistico verso una presunta perfezione.
E c’è anche il teatro della guerra. Guerra irrisa nel video di Artur Zmijewski, che mostra un plotone di soldati nudi, per sette minuti e mezzo impegnati a mimare un’adunata, prima in un cortile bagnato dalla pioggia, sotto un cielo plumbeo, e poi in una sala da ballo, appoggiando le divise sulla sbarra, conservando solo anfibi, copricapo e arma, inscenando un balletto surreale. Guerra che, nel video di Lida Abdul, lascia spazio alla volontà di ricostruire, con l’innocenza dei ragazzini di Kabul che, in fila, i piedi poggiati su mattoni e i visetti arricciati per il vento e la sabbia, “vendono” proprio quei mattoni ad un uomo che si fa responsabile del loro accatastamento, per erigere un muro dal quale ripartire.
Torno sull’acciottolato, riflettendo: in fondo sì, disagio anche profondo, solitudine e violenza, ma anche bellezza, natura, solidarietà, ironia… Non sento pesantezza in me, ma pensosità aperta, lavorìo emotivo pervaso da speranza…
Torno sull’acciottolato assolato del borgo, sfogliando il catalogo: venticinque artisti che si trovano a dialogare per le sale che son state fabbrica di tessuti e tintoria, istituto idroterapico, convalescenziario militare e poi caserma, oltre il tempo e le distanze, fra classicità e avanguardia, attraverso le scelte di Andrea Busto, direttore del CeSAC (Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee) di Caraglio, in quel di Cuneo, e curatore di questa mostra.
Fino al 28 giugno, un paio d’ore e 5 euro spesi bene.
DIETRO IL SIPARIO, COMPLESSITA’ ANTICHE E MODERNE – di Roberta Invernizzi
Giugno 25, 2009 di nellanebbia