Gli anni Ottanta sono un filo di plastica colorata, attorcigliato a spirale, tipo quello del telefono, con un anello per inserirci le chiavi da un lato, e un moschettone dall’altro. Gli anni Oottanta sono riuscire a venderlo, facendoci un sacco di soldi tra il 1982 e il 1983.
Gli anni Ottanta odorano di gomme da cancellare all’uva americana e di schiuma da barba.
Negli anni Ottanta non ti fai ancora la barba, ma comunque c’era il carnevale. Carnevale voleva dire schiuma. Voleva dire quelli più grandi di te che ti inseguono, e ti trasformano in un gigantesco fiocco di neve all’eucalipto. E quando torni a casa la mamma si incazza.
Gli anni Ottanta si dividono in due.
Nella prima metà c’è una Saltafoss rossa, nella seconda metà un Moncler arancione.
Non c’è un confine preciso a delimitare la prima e la seconda metà, perché quegli anni sfumano, come facevano le canzoni di quel periodo. Sfumavano, andando avanti all’infinito.
Saltafoss rossa, Tardelli che urla come un matto, ma tu quell’urlo non lo senti, e non è colpa del televisore in bianco e nero.
Gli anni Ottanta significano indossare tutti i santissimi giorni una tuta da ginnastica.
Non è sempre la stessa, la mamma te ne compra di nuove, quando non basta più mettere delle toppe in vellutino scamosciato sulle ginocchia o sui gomiti per renderti presentabile.
Negli anni della Saltafoss vado un po’ alle elementari e un po’ alle medie, e ci vado da solo, a piedi.
Alle elementari studio e gioco. Vado a judo, guardo i cartoni animati o Star Trek, e ci rimango molto male quando Telemilano diventa Italia 1 e non trasmette più Daltanius e Cibernella.
Però c’è Lady Oscar.
La maestra si danna, perché la messa in onda di Lady Oscar coincide con il nostro arrivo alla rivoluzione francese con il programma di storia.
Spiegalo tu ad una classe di bambini che tra il reale e l’immaginario ci sono delle differenze.
Le bambine indossano un grembiule bianco e hanno sempre un odore migliore del tuo.
Ho le mani rosse.
C’è questo gioco, si fa con le figurine, se vuoi vincere quelle del tuo avversario devi riuscire a ribaltarne un mucchietto con una manata.
Così, si passano i pomeriggi a schiaffeggiare mucchi di calciatori.
C’è quest’altro gioco, la Famiglia Felice.
Una bambina fa la mamma, un bambino fa il papà, qualcuno fa i figli, qualcuno fa il cane. Quelli che fanno la mamma e il papà, ogni tanto si danno dei baci sulla bocca. Senza lingua, ma comunque dei baci.
Io faccio il cane. Sempre.
Le mie sono delle elementari a quattrozampe.
Imparo a leggere e sono contento, c’è sempre un libro in grado di darmi le risposte che cerco.
Negli anni Ottanta c’è sempre un viaggio in macchina.
Un viaggio lungo, lunghissimo, lo si fa ad agosto per andare in vacanza.
Papà indossa degli occhiali da sole a specchio, una maglietta bianca e dei pantaloni corti.
La mamma ha una camicia di lino, un po’ ruvida, con sopra tantissimi fiori, è ampia e svolazzante. Fa molto hippie.
Guardo il paesaggio che cambia fuori da un finestrino, non ci si ferma mai, forse solo per fare benzina, mangio i panini che mi passa la mamma, bevo succo Billy all’arancia.
Sdraiato sui sedili posteriori per migliaia di chilometri ascolto le Fiabe Sonore con un mangiadischi arancione.
A mille ce n’è, nel mio mondo di fiabe da narrar…
Venite con me in questo mondo fatato per sognar…
Non serve l’ombrello, il cappottino rosso, o la cartella bella per venir con me.
Basta un po’ di fantasia e di bontà.
Ore ed ore in compagnia di Abdallah di Terra e Abdallah di Mare, il Porcello Cirillo e Sette in un colpo. Ore che diventano chilometri.
Poi si arriva davanti a tutto quel blu.
Ho dei sandali di plastica, anche loro sono blu.
Quando li levo a settembre, sui piedi mi rimane il segno dell’abbronzatura.
C’è un gioco. Si fa con le biglie.
Prendi un amico che hai conosciuto lì e lo tiri per le gambe. Con il culo traccia una pista sulla sabbia.
Poi giochi con le biglie. Non sai quante ore ci giochi perché non hai l’orologio.
Poi gonfi il canotto. La sera mangi il pesce.
In spiaggia ti fanno delle foto ricordo. In futuro, riguardandole, ti renderai conto che a quei tempi eri molto vintage, ma non lo sapevi.
La sera, vai in giro con la mamma e il papà. Sul lungomare. Odore di zucchero filato e frittelle.
Sul lungomare, la sera, ci sono delle bancarelle.
Non so dove siamo, forse in Puglia.
C’è una torre, bianca, con la punta consumata come quella di un gessetto. Papà dice che tanto tempo fa la usavano per avvistare i pirati.
Su una bancarella c’è un elefantino. Sono solo quattro pezzi di cuoio tagliati e cuciti, ma hanno la forma di un elefantino.
Le bambine indossano un grembiule bianco.
Le bambine hanno sempre un odore migliore del tuo.
Un elefantino è un bel regalo per passare da cane a marito.
Decido di regalare quell’elefantino a Marianna, quando tornerò a scuola.
Marianna è una bambina bionda, con i boccoli e gli occhi azzurri.
Ha la mia età, ma sembra più grande.
Più alta. Più consapevole. Più Marianna.
Penso a lei, durante il viaggio di ritorno.
Negli anni Ottanta, i viaggi di ritorno durano sempre meno dei viaggi di andata. Nessuno sa il perché.
Si parte. Si saluta tutto quel blu e si torna a casa. Con la schiena un po’ scottata e le tasche piene di indirizzi di amici che non rivedrai mai più.
Si torna a casa.
Giusto il tempo di finire i compiti delle vacanze e poi la scuola ricomincia.
Il primo giorno di scuola, quell’elefantino è nella mia cartella. Dorme tra il diario nuovo e l’astuccio che si apre con un apertura alare di due metri.
All’intervallo, l’elefante è nelle mani di Marianna.
Sorride. Sembra contenta.
Quattro minuti dopo lei lo regala ad un certo Lorenzo. Io non me ne accorgo. La maestra sì.
Ci rimango male quando capisco i passaggi.
Ci rimango malissimo quando la maestra costringe Lorenzo a ridarmelo.
Guardo l’elefantino, guardo Marianna. Guardo i suoi boccolo biondi.
Lei ha la mia età, ma sembra più grande.
Più alta. Più consapevole. Più Marianna.
Guardo indietro, a quella bancarella, a quel mare azzurro, a quei giorni passati investendo speranze su un elefantino.
Scopro una sensazione tutta nuova. E’ difficile da spiegare con il mio vocabolario da elementari.
Non è proprio tristezza. E’ qualcos’altro. Delusione, forse.
Fatto sta che ho un gran peso sullo stomaco.
Saranno gli anni Ottanta.
è bellissimo….
Quasi da lacrime… davvero…
ho un po’ i brividi..un tuffo gigante nella mia infanzia..
bellissimo,davvero!
complimenti….quanti ricordi….e scrivi veramente bene!!!!
il mio elefantino erano degli orecchini rubati a mia mamma… lei era Anna… hai riaperto una ferita che si stava giusto per chiudere
Grazie a tutti!
Davvero!
Ora vado a montarmi la testa.
E vorrei anche sottolineare la splenida illustrazione della SuperElena!
… quante emozioni e quanti ricordi legati a quegli anni.
Per caso sono finito sul tuo blog e poi quì.
Per caso e direi … per fortuna
Bravo Diego!
Salutotutti!!