
Scenografie di quotidianità e splendori sabaudi alle porte di Torino
Trotterello a zonzo per una cinquantina di ettari di giardini, magistralmente riordinati e recuperati dopo una lunga epoca di abbandono, incontrando qua e là installazioni sottilmente inquietanti, forse per il loro mimetismo infingardo: mi trovo di fronte due enormi e slanciate cortecce di bronzo che racchiudono un alberello smilzo, costretto a svilupparsi seguendo diligentemente gli spazi di aria e luce lasciati per lui. Le cortecce rimangono davvero credibili anche quando le osservo da vicino, nonostante le dimensioni e la posizione: mi sento spaesata, quasi raggirata dalla trasformazione da involucro vivo ad armatura appena scaldata dal pallido sole di questo sonnacchioso sabato torinese.
Sono nel Parco Basso, a fianco della Reggia della Venaria Reale, e sto passeggiando ancora senza consapevolezza in quello che scoprirò essere il Giardino delle sculture fluide di Giuseppe Penone, artista tra i fondatori dell’Arte Povera, da sempre concentrato sulla natura, in particolare su alberi e foglie, e sul rapporto fra l’uomo e l’ambiente, già presente al museo-castello di Rivoli.
Osservo l’opera “Cervello di pietra”: massi e sassi che riproducono la materia cerebrale, in mezzo agli emisferi, una pianta non propriamente rigogliosa. Insomma, non evoca pensieri mordaci o argomentazioni ficcanti, ma sono certa che sia un momento difficile: càpita davvero, d’altronde, passerà…
“Idee di pietra”, poco oltre, è una sorta di simbolo della riscoperta della natura come supporto del pensiero umano: la scultura bronzea si traveste da albero, con abilità e discrezione, e sostiene un cogitare che si materializza nel pesante masso posato tra i finti e tozzi rami, lassù.

Ma facciamo un passo indietro, ripercorriamo a ritroso la breve scalinata di pietra, torniamo nell’ampia corte circolare attraverso l’emporio, al cancello d’ingresso, in questa giornata dalla luce opalescente.
L’ingresso ai giardini di solito avviene dopo la visita all’interno della reggia e noi abbiamo seguito, ligi, questo copione. Per questo porto con me l’impressione profonda di un viaggio nel passato fastoso e bellicoso di casa Savoia, attraverso le cinquanta sale allestite con impeccabile cura, dal piano interrato al piano nobile, per più di un chilometro e mezzo nel ventre della reggia barocca realizzata fra il XVII e il XVIII secolo dai più grandi architetti dell’epoca, fra i quali Filippo Juvarra.
Non stupisce affatto che la Venaria Reale, con le altre residenze sabaude, sia stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, nel 1997: i restauri e gli allestimenti sono pienamente all’altezza di questo riconoscimento prestigioso.
Il primo lungo tratto di esposizione permanente racconta la storia di una corte europea, storia di guerre, strategie e alleanze militari e matrimoniali: mille anni di Savoia, fra i ritratti dei grandi protagonisti e le armi che hanno combattuto quelle battaglie.
Alcuni rappresentazioni grafiche evidenziano e comparano dati significativi dei vari territori europei, in termini demografici e sociologici, in varie epoche; uno, in particolare, sottolinea la notevole longevità della dinastia sabauda rispetto ad altre, come la medicea o la sforzesca, che pure hanno inciso così a fondo sulla cultura italiana.
C’è anche un accurato plastico che riproduce, in scala 1:600, la Torino del 1790, evidenziando le trasformazioni e gli ampliamenti successivi del tessuto urbano.
Altrettanto celebrativa la sala delle vedute di diciotto regge, dal Castello di Mirafiori a Moncalieri, da Rivoli al Valentino, da Stupinigi al Castello di Agliè: fasto, armonia, ordine, una magnificenza che esterna sistematicamente la potenza di una dinastia guerriera e mondana.

La mostra che la reggia offre in queste settimane è tutta luce ed evocazione immediata e sottile di eleganza. “Diademi e Gioielli Reali. Capolavori dell’arte orafa italiana per la Corte Sabauda” sarà visitabile fino al 10 gennaio 2010 e s’inserisce coerentemente nel percorso di riscoperta degli oggetti e delle tradizioni di corte.
Nessun pensiero su di una possibile stima del valore economico degli oggetti esposti nelle teche sfiora la mia mente: la loro incantevole bellezza, frutto d’ingegno e arte quanto architetture e sculture, e il loro significato di documenti storici mi avvincono. Le didascalie enumerano pietre preziose e carati, ma anche in questo caso il dato lascia spazio all’emozione: il loro pregio è racchiuso nel loro fascino. Certo, ricordare che simili meraviglie, in tempi più o meno recenti, stavano rinchiuse in caveau di banche fa soffocare dalla claustrofobia!
In queste sale, che nel ‘700 ospitavano le grandi cerimonie di corte, su tutte le gran dame signoreggia Margherita di Savoia, sovrana di Napoli, prima regina d’Italia, la regina delle perle, chicchi perfetti, lacrime setose. Pare che il consorte Umberto le donasse una collana di perle ad ogni adulterio da lui commesso; altre versioni della leggenda narrano che fosse Margherita stessa ad aggiungere un filo di perle alla sua collana ad ogni tradimento subito, tanto lungo quanto era stata l’umiliazione inflittale. Ma poco importa la funzione riparatrice o auto-consolatoria che forse ebbero questi splendidi oggetti: rimane, imperturbabile, la loro bellezza originariamente sobria, elegante, armoniosa, certo trasformata in vistosa dalla quantità di fili che la regina usava accumulare al collo…
Trovo anche un po’ di Biella, e che Biella: accuratamente selezionati dal Tesoro di Oropa, composto da 200 pezzi di gioielleria religiosa e civile, fra ‘600 e ‘900, sono qui esposti i nove più significativi. La provenienza dei gioielli della ricchissima collezione è variegata: doni di ecclesiastici e borghesi, ex voto di fedeli… In questa mostra, le corone poste sul capo della statua della Madonna del Santuario fra ‘600 e ‘900 brillano di luce e colore, nelle teche, evocando nel cuore la nostalgia, tentando di assurgere ad una gloria propria.

Leggo che alcuni fra coloro che hanno prestato gioielli e oggetti in mostra hanno voluto rimanere anonimi. Penso al valore aggiuntivo di questo apporto così discreto, che pone al di sopra del desiderio di apparire il desiderio di contribuire a mostrare queste meraviglie.
La galleria lunga 73 metri, maestosa, ariosa, esprime un rigore nient’affatto giocoso: sa di cerimonia solenne più che di divertimento, nonostante la reggia, fin dalle sue origini, nella seconda metà del ‘600, intendesse essere residenza di piacere e di caccia per i Savoia. Né, peraltro, vi si scorgono segni tangibili del suo passato di caserma, amaramente chiuso, dopo i conflitti mondiali, con una fase di saccheggi e vandalismi che hanno rischiato di comprometterne definitivamente la dignità.
È mezzogiorno: iniziano i giochi d’acqua. La grande fontana al centro della corte si fa teatro di ritmi e magie; gli spruzzi assecondano la musica, l’acqua sembra scherzare con la forza di gravità e star sospesa su una nota…
La vita mi scorre accanto, fin dai primi passi, attraverso sale e corridoi. È una vita veritiera, palpabile, avvolgente. “Ripopolare la Reggia”, del regista gallese Peter Greenaway, è una grande realizzazione, quasi un miracolo: in tutta la reggia sono disseminate stanze in cui vengono proiettati, su schemi sospesi oppure a tutta parete, o ancora in porzioni di spazio delimitate, filmati di personaggi di corte, nobili e servitori, dame e cacciatori. Figure narranti che ti trasportano nel loro mondo ormai travolto dalla storia, fatto di cerimoniali e quotidiani intrighi, e davvero ti fanno smarrire per qualche minuto il legame con l’oggi. L’accoglienza è affidata ad attori come Haber e la Muti, che interpretano il libertino, il saggio, il tiranno e altri personaggi di corte. Greenaway, maestro di cinema sperimentale, conferma anche in queste sale la sua vocazione non narrativa, la sua sensibilità onirica e ironica, la sua collocazione al confine fra pittura e cinema, confine attraverso il quale zigzaga abilmente: e così il secondo compie la prima imprimendole movimento. La passione per le installazioni è ormai quasi ventennale, per Greenaway, e animare spazi imponenti come quelli della reggia della Venaria, trasformandoli in una sorta di rete di palcoscenici teatrali simultanei e permanenti, è stato certo una sfida stimolante: le risorse tecnologiche, insieme all’espressività attoriale ed alla sapienza registica, consentono di rivivere frammenti di quotidiano certamente artificiali, ma anche meravigliosamente verosimili.
Le sale 19 e 20 propongono il chiacchiericcio frivolo fitto fitto fra dame di corte. Le voci rimbalzano da una parete all’altra, fra riferimenti a flirt, ipotesi di scandali, piccole indivie e argute interpretazioni di sguardi e gesti: realistica ricostruzione storico-sociologica, ma anche imperituro ritratto di tipico crocchio femminile.
Gli appartamenti privati risultano particolarmente suggestivi, per la delicata ricostruzione dell’originaria intimità. La sala 21 contiene un letto a baldacchino minimalista, spoglio, essenziale; proiettate senza soluzione di continuità sul piano del “materasso”, le immagini di un uomo e di una donna, dei momenti vissuti nel letto, dall’infanzia, alla fanciullezza di condivisione di quello spazio tra fratelli e sorelle, fino all’età adulta, l’età dell’amore, e poi la maternità, la vecchiaia e infine la morte. Mi pare di spiare la vita più intima di queste persone indifese.
D’altra parte, anche le cucine, al piano interrato, comunicavano analoga vicinanza e comunanza fra il visitatore e gli antichi abitanti del luogo: “non bollite l’acqua due volte: invita gli scorpioni del demonio!”, “ cantate quando friggete, fischiettate quando arrostite!”, raccomanda l’attore in costume che illustra varie dicerie e scaramanzie legate al cibo e ai riti per prepararlo. Poco più in là, l’Ufficio del caffè consente di rifocillarsi realmente: brusco, ma ragionevole ritorno alla materialità delle proprie fauci e del proprio stomaco che vengono squisitamente appagati.
Le guide accompagnano i gruppi di visitatori, eterogenei e composti, trasmettendo con competenza mai fredda informazioni e nozioni; e il loro dire si fa contagio: lo colgo dallo sguardo vivo e stupito di un ragazzetto che forse tornerà a casa con un entusiasmo nuovo per la storia.

La visita, qui, è partecipazione; contemplazione, certo, ma anche attivazione delle proprie percezioni, ricezione dell’umanità che in quegli stessi spazi ha vissuto, pensato, sofferto, goduto. Questo approccio programmatico è anche confermato dalla costellazione di attività e iniziative recentemente realizzate nella Reggia e già previste per i prossimi mesi, dai concerti della scorsa estate alle proposte didattiche per l’anno scolastico appena iniziato.
Dopo aver vagato nei giardini, percorro l’asse di via Mensa e raggiungo piazza dell’Annunziata, fra botteghe e locali di ristoro, edicole di antica fattura e stemmi araldici che astutamente alimentano ancora un poco l’illusoria immersione nel passato. Mi volto: la monumentale costruzione risponde allo sguardo con la fierezza della riaffermata maestà. D’un tratto mi sembra di udire zoccoli al galoppo sul selciato; affretto il passo verso una vettura che in questo momento ho un motivo in più per sentire fuori luogo, mentre mi preparo a diffidare dei prossimi alberi che incontrerò, ormai incerta su ciò che è vero e ciò che non lo è.
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