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	<title>Nella Nebbia &#187; 11 &#8211; marzo 2009</title>
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		<title>Nella Nebbia &#187; 11 &#8211; marzo 2009</title>
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		<title>Telefono Amico: testimonianza di ascolto &#8211; di Roberta Invernizzi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 09:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 - marzo 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Una volontaria
Il mio compagno di questa sera è già al telefono. Gli tocco una spalla e gli sorrido quando si volta a guardarmi, richiamato per un attimo “al di qua” della dimensione in cui si sta addentrando con il suo interlocutore. “C i a o, t u t t o  o k?” mimo con [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=846&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-848" title="telefono-amico1" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/telefono-amico1.jpg?w=281&#038;h=149" alt="telefono-amico1" width="281" height="149" />Una volontaria<br />
Il mio compagno di questa sera è già al telefono. Gli tocco una spalla e gli sorrido quando si volta a guardarmi, richiamato per un attimo “al di qua” della dimensione in cui si sta addentrando con il suo interlocutore. “C i a o, t u t t o  o k?” mimo con la bocca. Un muto cenno affermativo, poi si reimmerge subito, mentre io guadagno la mia postazione, passo felpato di gatta.<br />
Siamo come Starsky e Hutch, Batman e Robin, però la collaborazione si gioca in differita: la “missione” è sempre un tête-à-tête con chi sta dall’altra parte del filo, non c’è condivisione possibile con una terza presenza, né tecnicamente né concettualmente. Proprio per questo si crea una forma d’intimità unica, “blindata” rispetto a qualunque interferenza e concentrata sul “qui ed ora”…<br />
Driiiin!!! Mi scuoto dalle mie elucubrazioni. “Telefono Amico, buona sera”.<span id="more-846"></span><br />
Capita di parlare di calcio, supermercati, ricette di cucina, cinema e libri, anche del tempo. Ogni tanto qualche click quasi immediato (imbarazzo? ripensamento? vuoto?), ogni tanto anche qualche scherzo o qualche sfogo che non attende né cerca replica, un vaffanculo! urlato con rabbia, magari un grazie qua e là, per contrappunto&#8230; E poi, sorrisi, singhiozzi, sospiri, lacrime, anche risate. E silenzi, anche di quelli che sembrano eterni e mentre senti il tuo cuore che batte ti chiedi cosa diavolo contengano, che confini abbiano, cosa li frantumerà e in quale direzione. Tristezza, ansia, delusione, inquietudine, incertezza, nervosismo, confusione e tanta solitudine, mille solitudini declinate in altrettante intonazioni, dall’agrodolce allo straziante.<br />
Qualcuno mi ha parlato di suicidio: come esperienza altrui vissuta, come propria tentazione, intenzione, progetto… È stata dura… I giapponesi sono costretti a stare ammassati uno sull’altro e murati vivi in ruoli e divise, gli scandinavi hanno il problema del buio prolungato… Le montagne biellesi forse stringono in un abbraccio tanto protettivo da diventare morsa e isolamento e le risaie vercellesi fanno forse scivolare lo sguardo troppo lontano, in uno smarrimento senza ritorno… Fatto sta che i dati Istat parlano chiaro sulla quantità di suicidi e tentati suicidi di queste province, negli ultimi anni purtroppo sempre sul podio o giù di lì, nella triste classifica nazionale&#8230;<br />
Altro che Facebook, MySpace, Second Life e compagnia briscola! Anche qui siamo nella virtualità (perché mai ci si guarda negli occhi e mai ci si potrà abbracciare), ma con tanta realtà in più (perché ci si guarda nell’anima e si è nudi oltre ogni pelle possibile). E soprattutto nessun voyeurismo, nessuna ricerca di relazioni sentimentalsessuali: vige l’anonimato assoluto, bilateralmente, per garantire una libertà e una gratuità di comunicazione altrettanto pure.<br />
Il social network sembra il nostro futuro ormai certo: aggregazione capillare, prolasso dialogico potenzialmente infinito, partecipazione digitale oltre ogni distanza… Tutti connessi e interconnessi, insomma, anche se di fatto ciascuno solo, in compagnia della propria muta protesi tecnologica. Così lo sguardo del nostro vicino di casa può spegnersi, invaso da metastasi di malinconia, il collega della scrivania a fianco può ostentare anche oggi il solito sorriso di plastica senza che ce ne accorgiamo e il nostro vecchio genitore ingrigire di solitudine, ogni giorno più vicino alla morte del cuore; e a noi, persi davanti ad un monitor, grande o piccino, tutto questo sfugge… Beninteso, non che a me non piaccia chattare, ritrovare i compagni di scuola, puciare i piedi nei ruscelli del gossip locale e globale, diluire un po’ la mia identità per alleggerirmi o, al contrario, rapprenderla in tinte forti per giocare un po’! È che vivere relazioni autentiche è altro: è potersi permettere una lacrima di gioia o scoramento; concedersi il privilegio di guardarsi i ventricoli e dire all’altro che sì, c’è qualche incrostazione di egoismo, opportunismo o ipocrisia, qua e là; poter contare su di una vera riservatezza; scavarsi l’anima in cerca delle risorse per uscire da una crisi che sembra nera e magari è antracite… o addirittura grigio perla&#8230;<br />
Da una chiamata all’altra… Spesso ho pochi secondi per spogliarmi di un disagio, distogliere l’attenzione da quel frammento di vita e accogliere, tabula rasa, il successivo. Anch’io ho la mia protesi, la cornetta, ma ci soffiamo dentro emozioni e sentimenti veri, io e il Mister X che sta all’altro capo del filo…<br />
Ripenso al percorso che mi ha portata qui. Mi accade, ogni tanto, e così mi trovo a rispolverare i ricordi di quel corso di formazione iniziato per caso, incuriosita da un volantino trovato sul bancone di un bar. Una sera alla settimana mi concedevo il lusso di concentrarmi sulle mie emozioni e sui miei sentimenti: ossigenazione pura rispetto a un quotidiano fatto di carte da smistare e colleghi da tollerare… Un viaggio nuovo (o almeno rinnovato) dentro me stessa e i miei modi di stare di fronte e insieme agli altri. Niente di ultratecnico, qui non mi si chiede né di essere né tanto meno di fare la psicologa: ci si aspetta che io sia una persona, “intera”, con le mie risorse e i miei limiti. Poi ci sono i concetti fondamentali: l’ascolto attivo, la congruenza (che non c’entra un fico con la geometria ma è solo la capacità di riconoscere ciò che sta nel nostro cuore… “solo”!!), l’empatia… Ma è una visione complessiva della persona, quella che nasce e cresce in te. Così, alla fine, la delicatezza e la fiducia con cui impari ad ascoltare l’altro sono un insegnamento che t’intride a poco a poco, senza che te ne accorga, e finisci per usarle anche con i parenti, gli amici, con colui o colei che ha la ventura di condividere il tuo letto e la tua cucina…<br />
I telefoni tacciono. Ultime procedure per lasciare tutto in ordine e poi via. Sono un po’ stanca, stasera&#8230; Mi stringo nel cappotto e torno nell’inverno. Anche questa volta, mi porto a casa una bella scorta di emozioni. E mi sento viva, profondamente e intensamente viva.</p>
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		<title>La Classe del liceo non va in paradiso &#8211; di Paolo Campana</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 12:41:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 - marzo 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Film persi, mancati, magari per poco, perché hanno avuto una breve permanenza nelle sale, film da recuperare in qualche modo da vedere… E’ il caso de La Classe (Entre Les Murs), di Laurent Cantet, vincitore della Palma d&#8217;oro nella scorsa edizione del Festival di Cannes, un film documentario sulla scuola, argomento spinoso del momento, vista [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=823&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-825" title="la-locandina-di-la-classe-entre-les-murs-87914" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/la-locandina-di-la-classe-entre-les-murs-87914.jpg?w=269&#038;h=384" alt="la-locandina-di-la-classe-entre-les-murs-87914" width="269" height="384" />Film persi, mancati, magari per poco, perché hanno avuto una breve permanenza nelle sale, film da recuperare in qualche modo da vedere… E’ il caso de La Classe (Entre Les Murs), di Laurent Cantet, vincitore della Palma d&#8217;oro nella scorsa edizione del Festival di Cannes, un film documentario sulla scuola, argomento spinoso del momento, vista la discussa riforma in atto del Ministro Germini, che molto fa meditare sulle problematiche dell’istruzione.<br />
E’ la storia del difficile rapporto tra un insegnante e la sua classe durante lo svolgimento dell’anno scolastico.<br />
Siamo in liceo parigino (o per essere precisi un college unique, una sorta di ginnasio unificato). Ci sono molti ragazzi figli d’immigrati di seconda generazione che arrivano dal Mali, dalle Antille, dalla Costa d’Avorio, dalla Cina… un bel melting pot per cui bastano poche battute per capire che l’integrazione culturale passa attraverso rapporti complessi quando non conflittuali. I pretesti sono i più disparati e riguardano la relazione tra ragazzi e ragazze, la religione, la squadra di calcio del cuore, un semplice tatuaggio con un verso del Corano che un indisciplinato ragazzo esibisce con orgoglio.<span id="more-823"></span><br />
In questo clima turbolento, il professore, interpretato da Bégaudeau, proprio l’autore del libro da cui è stato tratto il film, tenta di coinvolgere i ragazzi e di farli appassionare allo studio. Lo fa con un metodo tutto suo in cui grazie all’ironia e ad un rapporto diretto e comprensivo cerca di superare le provocazioni che gli alunni nel pieno di un’adolescenza difficile gli lanciano in continuazione.<br />
Ne seguono consigli di classe, difficili colloqui con i genitori, provvedimenti disciplinari da prendere, chi a favore, chi contro… tutto nel quadro delle nuove regole delle riforme scolastiche che in Europa mirano ad imporre una meritocrazia sempre più selettiva. La proposta ultima del direttore dell’Istituto è una patente a punti riguardante la disciplina e che si rivela una soluzione inefficace.<br />
Alla fine c’è chi non ce la farà e chi confesserà di non avere imparato nulla…<br />
Lo stile del film utilizza la presa diretta per far emergere la vicenda in tutto il suo realismo.<br />
Cantet, autore di opere interessanti come Risorse Umane e Verso il Sud, racconta come ha costruito il set del film: &#8220;Abbiamo girato in un vero istituto del Ventesimo arrondissement, gli insegnanti che vedete sono tutti veri. E anche i ragazzi: abbiamo organizzato un laboratorio all&#8217;interno della scuola, il mercoledì pomeriggio, a cui hanno partecipato 50 studenti, che poi si sono ridotti a 25, i più motivati rispetto al progetto. Con grande entusiasmo e concentrazione, ci hanno dedicato un pomeriggio a settimana per l&#8217;intero anno, e poi tutte le vacanze: alcuni professori erano quasi invidiosi, nel vederli così impegnati!&#8221;<br />
Il linguaggio minimale, attraverso l’uso di molti primi piani e l’azione concentrata in pochi luoghi, quali la classe, un esiguo cortile in cui i ragazzi si tirano pallonate durante la ricreazione, l’ufficio del direttore o la sala professori, oltre che a rivelare il senso del titolo francese del film, che tradotto suona “Dentro le mura”, mette a nudo un evidente «claustrofobica» stagnazione in cui versa l’istruzione nella nostra contemporaneità.<br />
E Cantet rilancia la sfida ribadendo di non essere contro l’autorità: « … Credo invece che gli allievi dovrebbero essere gli attori del loro stesso processo di approfondimento&#8221;.<br />
Il film, che in Francia ha fatto molto discutere, in questi giorni è ritornato in sala e presto sarà distribuito in DVD.<br />
E il caso di non farselo sfuggire una seconda volta.</p>
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		<title>Roberto Cappella: un gitano innamorato di pittura e musica &#8211; di Laura Albergante</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 17:45:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 - marzo 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte accade che la creatività non riesca ad incanalarsi in una sola forma d’arte ma ricerchi più vie per esprimersi compiutamente. E’ il caso di Roberto Cappella, cantautore e pittore, nato a Vercelli nel 1982. Occhi scuri, profondi e sinceri, da gitano, riesce a coinvolgerti quando parla della propria vita. Roberto è un’affascinante contraddizione: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=812&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-813" title="roberto-cappella-2000" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/roberto-cappella-2000.jpg?w=504&#038;h=335" alt="roberto-cappella-2000" width="504" height="335" />A volte accade che la creatività non riesca ad incanalarsi in una sola forma d’arte ma ricerchi più vie per esprimersi compiutamente. E’ il caso di Roberto Cappella, cantautore e pittore, nato a Vercelli nel 1982. Occhi scuri, profondi e sinceri, da gitano, riesce a coinvolgerti quando parla della propria vita. Roberto è un’affascinante contraddizione: c’è uno stacco netto tra i ricordi legati alla terra d’origine ed il suo spirito indipendente, vagabondo, e tensione ideale tra espressione artistica visiva e musicale. Lo incontriamo in una grigio e freddo pomeriggio di metà gennaio. Ecco l’intervista.<span id="more-812"></span></p>
<p>Roberto Cappella nasce come pittore o musicista?<br />
Direi che nasce come pittore. Studio pittura dall’età di dieci anni. Il mio interesse è nato come un gioco: avevano notato in me una predisposizione e mi hanno invogliato ad intraprendere questi studi. I miei primi ricordi, tuttavia, sono di musica, e risalgono a quando avevo circa un anno.</p>
<p>Qual è la forma artistico-espressiva che senti come vera vocazione?<br />
Senza dubbio la musica. Ho un padre musicista alla Scala, è stato facile per me “nascere” in un ambiente come quello musicale.</p>
<p>Tuo padre ti ha in qualche modo indirizzato verso il mondo della musica o è qualcosa che ti appartiene intrinsecamente?<br />
E’ una sorta di insegnamento diretto. Sono il figlio “di mezzo”: mio padre ha cercato di indirizzare in maniera netta sia mio fratello che mia sorella. Entrati nell’adolescenza, hanno abbandonato questi studi proprio perché sentivano di non avere una vera vocazione. Con me, invece, ha deciso di non ripetere l’ “errore” e, paradossalmente, sono l’unico che lo ha seguito in maniera concreta.</p>
<p>Vieni definito “cantautore”. Che significato ha per te questa parola, soprattutto alla luce della storia della musica? Senti una sorta di ideale continuità con i “cantautori tradizionali” (F. De Andrè, Guccini, Finardi…) o te ne differenzi?<br />
“Cantautore” per me è solo una parola utilizzata per cercare di definirmi. Ora vengono chiamati cantautori anche alcune persone, che, sostanzialmente, hanno ben poca poesia rispetto a quelli del passato. E’ una parola per me molto nobile. Ma è anche un termine che mi riguarda da poco: è solo da un paio d’anni che mi presento come solista. I “cantautori tradizionali” mi forniscono comunque una base di ispirazione notevole: amo in particolare De Andrè e ho la fortuna e il privilegio di avere con me il suo bassista Pier Michelatti nelle registrazioni del mio primo album.</p>
<p>Sei appassionato di Mozart, Debussy, Rachmaninoff. Qual è il ruolo della musica classica per te, come musicista e cantante?<br />
Diciamo che è più una passione che uno studio vero. Vivendo in un ambiente permeato dalla musica classica non ho potuto non interessarmene: ha una grandissima influenza sul mio modo di comporre i brani. Questo risalta soprattutto nelle partiture per gli archi e nella voce, che adopero nella sua accezione anche quasi lirica, soprattutto nel cantare le note lunghe.</p>
<p>Hai finito di registrare il tuo primo disco, in collaborazione con prestigiosi nomi della musica italiana. Parlacene.<br />
Prima di tutto vorrei ringraziare il mio produttore, Bruno Tibaldi, che ha creduto in me e che ha prodotto il mio primo singolo, “Braccia aperte”, per Studio Lead. Il video che accompagna la canzone è stato girato in Croazia da Sinesolecinema. Una bellissima esperienza. Il cd si intitola provvisoriamente “22.21” e nasce sulla scia di una serie di coincidenze. Ogni sera, per mesi e mesi, mi sono accorto che guardavo l’orologio sempre a quella strana ora. Poi vi sono state un insieme di “coincidenze”, che mi hanno portato ad incidere l’album e a firmare il contratto discografico. I musicisti sono tutti della zona: il batterista di Cristiano De Andrè, Gigi Biolcati, è di Tronzana, Pier Michelatti abita nei paraggi, lo studio di registrazione è di un amico di Vercelli che avevo perso di vista e che ho ritrovato con molto piacere. Il suono dell’album è molto raffinato e in parte diverso dai provini che si possono ascoltare su myspace. E’un disco totalmente acustico, composto da undici brani, ognuno del quale ha una particolare caratteristica stilistica. Il Messico, la Spagna, la musica gitana e gli zingari, il pop vengono toccati di canzone in canzone e legati dalla mia voce, che rende coerente il tutto. Gli archi e la fisarmonica fanno da filo conduttore dell’album.<br />
Jeff Buckley è una fonte di ispirazione e stimolo soprattutto per quanto riguarda la vocalità. E’ un disco che parla di incontri, rimpianti: vorrei che le persone potessero ritrovarsi in esso, ognuna con le sue emozioni, sensazioni.</p>
<p>Ti sei diplomato al liceo artistico. Curi mostre pittoriche personali e musichi incontri di poesia. Che rapporto ha la tua musica con le arti figurative e letterarie?<br />
C’è un forte rapporto tra la mia musica e le arti figurative. Il mio passato di studi artistici mi ha aiutato anche nella stesura dei testi. In essi parlo spesso della ricerca dell’immagine perfetta, dell’odore che hanno i colori utilizzati per dipingere, della loro valenza. Ho curato due mostre pittoriche: “Tempo sul tempo” e “Curami bianco”. Quest’ultima, in particolare, ha forti richiami alla musica, anche se non me ne ero subito accorto: il bianco, infatti, è come il silenzio, la pausa in musica. La maggior parte dei miei dipinti è stata ispirata da strumenti musicali.</p>
<p>Parlaci della tua esperienza come compositore della colonna sonora di “La terra nel sangue”, diretto da Giovanni Ziberna.<br />
E’ stata un’esperienza meravigliosa, che mi ha permesso di conoscere persone di grande acume ed energia, con molta voglia di fare e di creare. Ho trovato le condizioni ottimali per sperimentare. Ho scritto la colonna sonora “a distanza”: in quel periodo vivevo a Roma e mi chiamavano per descrivermi le scene del film. Io in seguito registravo le musiche, che venivano mandate sul set, a Gorizia. E’ stato magico perché i miei brani si sono incastrati perfettamente alle immagini, pur non avendole ancora viste. Una sorta di empatia fortissima. Essendo una produzione indipendente, ho avuto molta libertà di scelta nel processo di composizione strettamente musicale.</p>
<p>In novembre ti sei esibito al MEI d’autore a Faenza. Che impressioni hai avuto?<br />
Enrico Deregibus, giornalista che collabora anche con il Premio Tenco,  mi ha invitato al MEI per una performance live. Mi sono trovato benissimo e in ottima compagnia artistica. E’ stato molto stimolante.</p>
<p>Hai anche studiato l’uso della voce umana, strumento utilizzato quotidianamente per parlare, cantare, eppure spesso sottovalutato.<br />
In passato tendevo a sperimentare molto di più dal punto di vista vocale. Ora sento il bisogno di togliere il superfluo. Sto cercando di raffinarmi sempre di più, di rendere la voce uno strumento più puro, emozionale, dato che trasmettere emozioni è per me una delle cose più importanti.<br />
Ritengo che sia inutile essere dei virtuosi per trasmettere qualcosa: ciò che conta è arrivare al cuore delle persone.</p>
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		<title>Ugo Nespolo &#8211; di Carmen Tona</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 16:43:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 - marzo 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Poliedrico, versatile, per alcuni versi così semplice da risultare complicato. Sicuramente non uniforme né unidirezionale. Nato in un paesino del biellese, Mosso Santa Maria, ha scelto Torino per il suo percorso scolastico: diploma all’Accademia Albertina di Belle Arti e laurea in Lettere Moderne. Di chi stiamo parlando? Dell’istrionico ed accattivante Ugo Nespolo. Per me, amante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=804&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-806" title="nespolo" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/nespolo.jpg?w=425&#038;h=394" alt="nespolo" width="425" height="394" />Poliedrico, versatile, per alcuni versi così semplice da risultare complicato. Sicuramente non uniforme né unidirezionale. Nato in un paesino del biellese, Mosso Santa Maria, ha scelto Torino per il suo percorso scolastico: diploma all’Accademia Albertina di Belle Arti e laurea in Lettere Moderne. Di chi stiamo parlando? Dell’istrionico ed accattivante Ugo Nespolo. Per me, amante dei colori e di tutto quello che la tavolozza cromatica può trasmettere, vedere i quadri, le composizioni, i vetri o anche solo i manifesti pubblicitari realizzati da Nespolo non può che farmi rimanere a bocca aperta. Come un bambino al parco giochi, le opere di Nespolo mi trasmettono una gioia e una quantità di stimoli che non riesco nemmeno a descrivere. La mia non sarà sicuramente una disquisizione sull’opera di Nespolo. No di certo. Tutto ciò lo lascio ai critici d’arte: è il loro mestiere. Io da semplice amante del colore e delle forme bizzarre mi limiterò a descrivere cosa in me suscita l’opera di Nespolo, il tutto condito da qualche domanda all’artista e alcuni, doverosi, cenni biografici<span id="more-804"></span><br />
La prima cosa che noti guardando i quadri di Nespolo è che il colore, denso e caldo, ti avvolge. E la sua intensità è tale da sentirne quasi il profumo. Sempre che il colore possa avere un profumo. Ma nella mia testa ogni colore ha un profumo, o meglio, si abbina ad una fragranza. Ma, continuando a parlare di Nespolo e delle sue opere, si può affermare che ha quasi il sapore di un ritorno alle origini la mostra che verrà ospitata a Biella dal 7 marzo al 7 giugno, al Museo del Territorio Biellese, nel chiostro di San Sebastiano, dal titolo “Ritorno a casa. Un percorso antologico”. La mostra è dedicata all’attività, o meglio, alle attività di Nespolo, artista di fama internazionale: vi sarà spazio per le sculture in vetro e ceramica e spazio per la sua attività cinematografica, che ne ha caratterizzato il lavoro a partire dagli anni Settanta e tantissime altre sue opere.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-808" title="nespolo01" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/nespolo01.jpg?w=317&#038;h=425" alt="nespolo01" width="317" height="425" />Ci racconta lo stesso Nespolo:<br />
E’ un’antologica e come tale porterà in se una quantità di opere notevoli! Disponibile nella sede della mostra anche un catalogo, di ben 160 pagine, di Silvana Editore. Vi sarà una parte dedicata al cinema, una alle opere ed una anche alle mie sculture, e la mostra sarà divisa per temi.</p>
<p>Nespolo parla poi delle sue origini:<br />
Sa, io sono biellese, nato in un piccolo paesino, Mosso, ed è anche per questo motivo che ho voluto questa mostra a Biella. E la mia infanzia, comprese le scuole elementari, l’ho trascorsa in una cittadina del vercellese, Santhià”. Una caratteristica delle opere di Nespolo, quasi un filo conduttore o marchio di riconoscimento dei suoi diversi modi di creare, è l’impronta ironica, un divertirsi divertendo chi osserva.</p>
<p>Ma quanto sono importanti per lei, e in che percentuale è importante la presenza dell’ironia e del divertimento per la riuscita del suo lavoro?<br />
Non sono importanti, sono importantissimi. Perché non bisogna prender sempre la vita sul serio. Ironizzare sulle cose è per me molto utile. Non sembra, ma è una posizione che ti permette di guardare la vita sotto un altro aspetto. Per me l’ironia è un po’ una lente di ingrandimento, che permette di vedere con occhio più sano e sincero le cose.</p>
<p>Nespolo ha creato e crea con diversi materiali: acrilici su legno ritagliato, anilina, legno  modellato, mosaico, carta colorata, acciaio, ossido di ferro, corda, juta, ottone cromato, vimini intrecciato, nastro in gomma, nitro, tubi in plastica e cristallo. Le creazioni di Nespolo, a guardar bene, sembrano quasi giochi, giochi per bambini un po’ cresciuti, o meglio per adulti che hanno in loro una sviluppata parte ludica. E Nespolo è il capo folletto di tutti gli abitanti di questo fantomatico mondo! Forse è una sensazione solo mia, ma quando osservo le opere di questo artista, siano esse intese come sculture sia come pellicole cinematografiche, la cosa che traspare è l’energia. Energia che l’autore ha impresso nelle creazioni. Ed energia che a sua volta viene trasmessa a chi guarda. Ed è  tutto merito dei colori che a volte irrompono in modo prepotente, bucando letteralmente l’obiettivo. E forse, la cosa che più rappresenta Nespolo sono i puzzles: forme ritagliate e poi ricomposte che danno vita a superfici sì caotiche, ma molto affascinanti.</p>
<p>Che rapporto ha Nespolo con il cinema e con il teatro?<br />
Premetto che il mio creare non è mai stato legato solamente ad un filone. Ho sempre cercato di portare l’arte nella vita. E ho un rapporto continuo con il cinema. Torino, per 4 mesi, da giugno a settembre 2008, ha ospitato la mia personale “Nespolocinema &#8211; Time after Time”, con più di 100 mila visitatori, una mostra di inediti alla Mole Antonelliana e una rassegna di film al Cinema Massimo.</p>
<p>Il cinema è entrato in contatto con Nespolo negli anni ’70, in particolare quello sperimentale, d’artista. E nel 2001 Nespolo ha realizzato “FILM/A/TO”, interpretato da Edoardo Sanguineti e prodotto dall&#8217;Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino in occasione della retrospettiva “Turin, berceau du cinéma italien” al Centre Pompidou di Parigi.<br />
Ugo Nespolo e il teatro: per il 53° Festival Puccini 2007 la Fondazione del Festival Pucciniano ha affidato a Nespolo l’ideazione e realizzazione di scenografie e costumi della “Madama Butterfly”. Nespolo realizza scene e costumi per “Elisir d’Amore” di Donizetti al teatro dell’Opera di Roma, itinerante poi all&#8217;Opera di Parigi, Losanna, Liegi e Metz. Il monumento “Lavorare, Lavorare, Lavorare, preferisco il rumore del mare” per la città di San Benedetto del Tronto è del 1998, cui seguirà la collaborazione con la storica vetreria d&#8217;arte Barovier &amp; Toso di Murano per la quale Nespolo ha creato una serie di opere da esporre a Palazzo Ducale di Venezia per &#8220;Aperto vetro&#8221;.</p>
<p>Vista la sua esperienza nel mondo del cinema, abbiamo chiesto a Ugo Nespolo cosa ne pensa del cinema italiano di oggi.<br />
Lo trovo molto modesto. Non solo per il cinema inteso come pellicole. Lo trovo un mondo chiuso su se stesso. Sono sempre più convinto che le idee vengono fuori se l’economia funziona. Ed i tagli, come quelli alla cultura, possono anche essere positivi se tagliare significa dare con cognizione i fondi a chi veramente li merita e non a tutti indistintamente.</p>
<p>Concludiamo la nostra chiacchierata con Nespolo con questa domanda: com’è cambiata l’arte dagli anni ’60 ad oggi? E’ cambiato anche il suo modo di vedere/concepire e fare arte?<br />
E’ cambiata molto. Oserei dire che vi è stata una vera e propria rivoluzione. Diciamo che oggi viviamo in un’epoca dove l’arte è legata al nuovo e alla modernità. Ora ci troviamo in una fase post moderna, in cui sono cambiati anche gli atteggiamenti e i valori. Io sono personalmente più contento oggi perché la mia previsione, ovvero che l’arte riesca ad entrare nei meandri della vita, senza regole né strettoie, si sta avverando.</p>
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		<title>5005 &#8211; sulla strada per il successo &#8211; di Gabriele Martelozzo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 14:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 - marzo 2009]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-802" title="5005" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/03/5005.jpg?w=454&#038;h=283" alt="5005" width="454" height="283" />Santhià. Parlare oggi del gruppo musicale 5005 impone, inevitabilmente, di citare il 59° Festival della canzone italiana di Sanremo appena concluso. I cinque vercellesi, infatti, hanno partecipato alla gara parallela “Sanremofestival.59” contendendosi, fino all&#8217;ultimo televoto, la possibilità di esibirsi sul palcoscenico del teatro Ariston nella serata finale, conquistata poi sul filo di lana da Ania. Un bene o un male? Difficile rispondere ma, visti i precedenti di illustri sconosciuti che, vinto il primo premio nella categoria “Big” sono ritornati ad essere ciò che erano in origine (degli sconosciuti), ebbene, viene da pensare sia stata una fortuna. Intanto ad accorgersi della qualità della band formata da Enrico Sgarbossa di Tronzano Vercellese (voce, 29 anni), Angelo Scaperrotta di Santhià (basso, 32 anni), Ivano Tubia di Santhià (batteria, 29 anni), Cristiano Audisio di Tronzano Vercellese (chitarra, 30 anni) e Marco Trinchero di Livorno Ferraris (tastierista, 34 anni), ci ha pensato l&#8217;Associazione Fonografici Italiani che li ha premiati con un trofeo per essere stati il “Gruppo rivelazione Festival.59”. Non sarà ancora un Mtv Europe Music Award, ma certamente deve dare la sua bella soddisfazione, soprattutto se si è sotto contratto con una casa discografica indipendente specializzata nel mercato digitale e se, insieme a loro, sono stati consegnati riconoscimenti anche a Paolo Bonolis (per la promozione e la valorizzazione della musica italiana) e a vari artisti che hanno lasciato un segno nella musica nazionale degli ultimi anni, da Fausto Leali a Patty Pravo, per citarne solo un paio.<span id="more-799"></span></p>
<p>Quando e come è nato il vostro gruppo?<br />
Il nostro progetto musicale è nato nel 2006 su sollecitazione di Angelo, che possiamo considerare il fondatore del gruppo, per partecipare al concorso musicale di Rock Targato Italia arrivando in finale per Piemonte e Valle d&#8217;Aosta. Trascorsi alcuni mesi di riflessione abbiamo inviato i nostri pezzi a tutte le case discografiche per farci conoscere, fino a che la Banana Records 2.0 di Roma (gruppo Universo Spa) ha voluto firmare un contratto con noi per poter pubblicare i nostri due singoli “Nel silenzio” e “La vendetta degli dei” sul web, in tutti i motori di ricerca e nei siti dove è possibile scaricare musica a pagamento. “Nel silenzio” è stato usato come colonna sonora del format televisivo di Sky “Diario di classe” in collaborazione con Rai 3, mentre il secondo è in una collezione indie rock.</p>
<p>Come vi siete conosciuti?<br />
Ci conosciamo da una vita… o perché abitiamo nello stesso paese, o perché abbiamo suonato e cantato come turnisti in varie formazioni come i Graffito, i B-nario, Rocchetti Band e Turbo Taz.</p>
<p>Come è nata l&#8217;avventura sanremese?<br />
La storia è iniziata a novembre, quando la nostra casa discografica ci ha proposto di partecipare a “Sanremo online”. Dopo un mese di lavoro abbiamo preparato il pezzo accompagnato da un video,  che abbiamo inviato alla commissione giudicatrice composta da Mazzi e Bonolis. Poi abbiamo dovuto affrontare tantissime selezioni: da 470 gruppi e singoli artisti siamo rimasti prima in 140, poi 90, 50, 30 e infine in 10. Uno stillicidio dettato dal televoto e che ci ha sempre visti nelle primissime posizioni. Si potrebbe dire che Sanremo è nato per scherzo, nessuno di noi pensava ad un risultato simile. Alla chiamata di Roma non ci credevamo ancora, quando siamo passati nei 90 ci siamo trovati spiazzati, non riuscivamo a realizzare il fatto. Per qualsiasi artista italiano Sanremo rappresenta un&#8217;icona unica, una vetrina o, meglio, una soddisfazione personale.</p>
<p>Cosa pensate di questa esperienza?<br />
Una bella cosa, soprattutto l&#8217;aver visto che siamo sempre stati nelle prime posizioni ci gratifica, tenuto conto che non abbiamo una produzione alle spalle, ma che, di fatto, siamo autoprodotti. È normale che sperassimo di vincere perché questo avrebbe quasi sicuramente spianato la strada ad un contratto con una casa discografica che ci avrebbe sostenuto in toto. La nostra, infatti, si occupa solo delle licenze Siae e di quelle per mettere in nostri brani su internet mentre le spese di registrazione, di viaggio e tutto il resto sono a interamente a nostro carico. In generale quella sanremese è stata un&#8217;esperienza bellissima che non ci aspettavamo di vivere e che avevamo sempre e solo visto in televisione da spettatori. Siamo molto soddisfatti di aver ricevuto il premio dall&#8217;Afi come gruppo rivelazione Festival.59 e ci siamo divertiti con interviste in varie radio. Ora abbiamo in progetto di pubblicare un disco e fare un mini tour.</p>
<p>Avete considerato l&#8217;idea di diventare famosi?<br />
Non sappiamo&#8230; per adesso non ci pensiamo. Quello che vorremmo è fare musica come mestiere, avere solo un po&#8217; più di visibilità, non necessariamente la fama, per noi sarebbe già la realizzazione di un sogno.</p>
<p>Come preparate i vostri brani?<br />
Fondamentalmente il testo viene sviluppato solitamente da Enrico e Angelo con la bozza della melodia, poi ci lavoriamo un po&#8217; tutti. Cristiano si occupa dell&#8217;arrangiamento e delle melodie da incidere mentre Enrico e Angelo sviluppano i pezzi, il giro iniziale della melodia che dia l&#8217;idea, Marco la arrangia con le tastiere e ognuno apporta il suo contributo. Anche da ciò è nato il nostro nome, che essendo un palindromo significa che tra noi non c&#8217;è né un primo né un ultimo, siamo tutti uguali e tutti hanno la facoltà di decidere di lavorare su un pezzo o meno. Il numero 5 si ritrova nelle nostre cose per scherzo, è una costellazione ma, a dirla tutta… è colpa del bassista se abbiamo questo nome.</p>
<p>Il vostro genere musicale come si può definire?<br />
È un rock melodico, pop-rock diciamo. “Nel silenzio” è un lento sincopato, mentre nella “Vendetta degli dei” ci sono dei giri di bossa nova, “Provo a resistere” è un rock alla Negramaro e “Come un angelo” è un rock italiano. Imitare qualcuno non è positivo, per cui cerchiamo di fare le cose che spontaneamente ci vengono meglio. Tutte le nostre canzoni hanno un filone unico, hanno una sonorità e una caratteristica del gruppo.</p>
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