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	<title>Nella Nebbia &#187; 12 &#8211; aprile 2009</title>
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	<description>Rivista mensile con uno sguardo trasversale sull'arte</description>
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		<title>Nella Nebbia &#187; 12 &#8211; aprile 2009</title>
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		<title>ECO MONDO &#8211; di Francesco Canino</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 13:25:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ancora tre gradi di temperatura e la calotta antartica collasserà”.
“Gran Bretagna, arriva la gomma da masticare biodegradabile. Prodotta da un consorzio di coltivatori messicani. Nei supermercati a circa 1,50 euro al pacchetto. In sei settimane si polverizza”.
“Effetto serra? Non esiste. Pdl all&#8217;attacco di Kyoto e Ue. Mozione a firma Dell&#8217;Utri secondo cui i cambiamenti climatici [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=972&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-973" title="untitled-1" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/untitled-1.jpg?w=344&#038;h=425" alt="untitled-1" width="344" height="425" />“Ancora tre gradi di temperatura e la calotta antartica collasserà”.<br />
“Gran Bretagna, arriva la gomma da masticare biodegradabile. Prodotta da un consorzio di coltivatori messicani. Nei supermercati a circa 1,50 euro al pacchetto. In sei settimane si polverizza”.<br />
“Effetto serra? Non esiste. Pdl all&#8217;attacco di Kyoto e Ue. Mozione a firma Dell&#8217;Utri secondo cui i cambiamenti climatici sono modesti, e comunque non dannosi”.<br />
“Dieci specie di animali in pericolo di estinzione. Molte popolazioni di alcune specie animali al mondo sono diminuite, o sono in diminuzione, dell’80% entro tre generazioni”.<br />
“Earth Hour, luci spente per un&#8217;ora in 2.700 città in tutto il mondo”.</p>
<p>Sono solo cinque delle tantissime eco news apparse nelle ultime settimane sui quotidiani e sui settimanali. Curiosità, notizie, informazioni sull’ambiente e un solo imperativo: essere green è di tendenza. Secondo gli ultimi sondaggi gli italiani sono sempre più attenti e consapevoli che gli atteggiamenti eco sono indispensabili per dare un futuro al pianeta Terra e parole come riciclo, energie rinnovabili, raccolta differenziata, prodotti bio sono ormai entrati di prepotenza nel vocabolario quotidiano. “In teoria siamo tutti eco-sensibili, ma quando dobbiamo modificare le abitudini, le cose cambiano” avverte però Mario Tozzi, geologo e ricercatore del Cnr e volto noto della trasmissione Gaia, commentando un’inchiesta pubblicata nel mese di marzo sul settimanale Grazia: più di 8 mila lettrici hanno risposto a cinquanta domande sull’ecologia e dall’analisi dei dati sono emersi comportamenti virtuosi in costante crescita e un’attenzione sempre più diffusa ai problemi ambientali ed alle soluzioni da affrontare. “Essere eco è oggi indispensabile. Un futuro con poca acqua e senza aria pulita non piace a nessuno. Ma, nella pratica, è complicato avere un cuore verde perché le rinunce da fare sono molte” scrive Marina Speich, la giornalista di Grazia che ha curato l’inchiesta per lo storico femminile.<span id="more-972"></span><br />
Se i temi dell’eco-sostenibilità, del rispetto e della tutela dell’ambiente non sempre sono al centro dell’agenda politica mondiale, l’opinione pubblica dimostra invece una crescente sensibilità, che ha bisogno di essere coltivata e incentivata.<br />
“Sono anni che ci sentiamo dire che le temperature si alzano, che i ghiacciai si sciolgono e che il livello dei mari si alza in maniera preoccupante. Il punto è proprio questo: che il nostro pianeta si sta lentamente sciogliendo e buona parte della responsabilità è anche dei comportamenti irresponsabili dell’uomo” avverte Alessandro Cecchi Paone, giornalista e divulgatore scientifico, che da qualche mese ha pubblicato per Sperling&amp;Kupfer Pianeta Serra, scritto a quattro mani con il giornalista Giulio Divo: e sulla copertina del libro campeggia (opportunamente) l’immagine della Terra rappresentata come un gelato che si squaglia.<br />
Dobbiamo allarmarci? Aspettarci un’imminente catastrofe?  “Assolutamente no: non è il caso di terrorizzarci. Purtroppo siamo quasi assuefatti dal sensazionalismo scientifico, quello che conquista le pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali, quello approssimativo e carico di errori. Noi che invece maneggiamo quotidianamente i mezzi di comunicazione dobbiamo cercare di proporre una corretta informazione scientifica e tecnologica andando oltre la cristallizzazione di un giudizio collettivo basato più su emozioni, preconcetti ed ideologie che su nozioni reali” spiega Cecchi Paone, direttore del canale satellitare Marco Polo e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio di Pavia. Accantonati il sensazionalismo e gli ammonimenti apocalittici, serve dunque guardare al futuro e farlo, fin da ora, con dei gesti concreti (anche piccoli). “Possono sembrare cose banali – spiega Cecchi Paone – ma possiamo continuare a vivere bene e a non rinunciare a nessuna comodità, ma cominciando a sprecare meno acqua, dunque facendo la doccia, possibilmente breve, e non il bagno, chiudendo l’acqua quando ci laviamo i denti e ricordandoci sempre di spegnere il computer o la tv o le prese elettriche: qualcuno ride quando gli si spiega questa cosa, ma è stato calcolato che per mantenere accessi quegli spioncini rossi della tivù o del dvd o dell’hi-fi lavorano ogni giorno solo in Italia due centrali elettriche. Uno spreco pazzesco!”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-975" title="19191502" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/19191502.jpg?w=425&#038;h=283" alt="19191502" width="425" height="283" />Da una parte ci sono comportamenti decisamente virtuosi, come quelli di chi sta già chi sta pensando di impiantare una pala eolica sul tetto o nel giardino di casa. In un futuro non troppo lontano, questa potrebbe diventare una prassi diffusa, visto che sono in vendita pale micro-eoliche da 400W che non superano il metro di diametro, grandi come un’antenna parabolica, che non richiedono autorizzazioni perché assimilate ad un intervento di manutenzione ordinaria. Una mini pala, che si muove quando il vento soffia in media a 5 metri/secondo, costa 1.300 € e può far funzionare irrigatori ed elettrodomestici come tivù o frigo. La pala micro-eolica ha prezzi più contenuti dei pannelli solari, per i quali sono però previste agevolazioni e sgravi fiscali.<br />
Dall’altra abbiamo dati allarmanti che ci dicono che appena un italiano su cinque fa correttamente la raccolta differenziata. Una grande rivoluzione culturale, politica ed economica, spinta anche dalla pesante crisi che stiamo vivendo, bussa alle porte dei grandi paesi industrializzati e ci avverte che dobbiamo smettere di pensare alla Terra come ad un pianeta “passivo” che possiamo solo spolpare e sfruttare senza dare niente in cambio. L’uomo, che fino ad ora ha combinato parecchi disastri e danni, può con lucidità e dinamismo invertire la rotta e provare ad innescare un processo positivo che migliori la vita del pianeta: cominciando da piccoli gesti, come la già citata raccolta differenziata, oppure nel non sprecare acqua ed elettricità, fare vacanze ecologiche (che significa, ad esempio, usare il treno per gli spostamenti, visto che inquina dieci volte meno di un aereo) e scegliere i cibi di stagione e non prodotti che arrivano sulle nostre tavole dopo aver attraversato uno o due oceani.<br />
Tutti ottimi consigli, secondo Cecchi Paone. “Più produciamo, più fabbrichiamo, più bruciamo male i nostri rifiuti perché non correttamente differenziati, più aumentiamo la quantità di gas serra e più provochiamo danni aumentando il calore della Terra. Poiché per modificare le nostre abitudini serviranno moltissimi anni, i politici di tutto il mondo devono sforzarsi fin da ora ad applicare quella grande svolta suggerita da Al Gore e cominciare a produrre energia mettendo da parte i combustibili tradizionali, carbone e petrolio, ed utilizzare risorse rinnovabili usando più sole, più vento e più nucleare, in attesa che le innovazioni tecnologiche ci consentano l’utilizzo dell’idrogeno, che risolverà almeno in parte alcuni problemi”.<br />
E a questo punto la fronte di molti lettori si corruccerà: ma come, grandi discorsi per formare una coscienza verde, massima attenzione e qualche sacrificio quotidiano per non inquinare, accenti sempre più netti sulla indispensabilità dei “comportamenti eco”, e poi diciamo che l’energia nucleare è ancora una soluzione? “Assolutamente sì, perché a fronte di innegabili problemi legati allo smaltimento delle scorie, è una fonte che non produce gas serra, inquina poco o nulla salvo incidenti di vario genere, e poi ridurrebbe drasticamente la dipendenza italiana dalle importazioni di energia dall’estero, oltre al fatto che consente anche di avere delle ricadute scientifiche e tecnologiche molto importanti”.<br />
Sono passati ventitré anni dal disastro di Chernobyl, quando, il 26 aprile dell’‘86, un incidente al reattore della centrale ucraina provocò 65 decessi certi e oltre 4 mila morti nell’arco di alcuni decenni, e ventidue anni dal referendum del novembre del 1987 quando oltre ventinove milioni di italiani andarono alle urne chiedendo la chiusura definitiva delle centrali nucleari (nella foto la manifestazione contro il nucleare che si svolse a Trino, nel maggio del 1986, ripresa dallo storico settimanale Epoca).<br />
Cosa accadrebbe se oggi si andasse alle urne? E’ difficile fare previsioni certe, ma, stando ad alcuni recenti sondaggi, il 47% degli Italiani sarebbe favorevole alla costruzione di centrali nucleari lungo la Penisola; se però si chiede quanto siano favorevoli alla costruzione di centrali nella provincia di residenza, la percezione cambia e oltre il 50% degli intervistati si dice contrario. Chissà quali dati emergerebbero se questo sondaggio fosse compiuto esclusivamente nella Provincia di Vercelli, dove la presenza del nucleare continua ad essere piuttosto ingombrante a causa del sito Eurex di Saluggia che per via della centrale (ormai dismessa) di Trino, intitolata ad Enrico Fermi, padre della fisica nucleare italiana. E proprio l’area trinese è tornata al centro delle cronache nazionali alla fine di febbraio, quando Italia e Francia hanno firmato un accordo per la costruzione di quattro centrali nucleari sul territorio italiano (la prima dovrebbe entrare in funzione entro il 2020): alcuni esperti hanno indicato proprio Trino come sito ideale in quanto territorio pianeggiante e ricco d’acqua. Mentre alcuni già pensano a mobilitarsi e la politica (trasversalmente) si dice contraria a martoriare un territorio che ha pagato già salato il prezzo della presenza delle centrali, gli esperti si fronteggiano senza arrivare ad un consenso totale. Consenso che, secondo Mario Tozzi, non potrà mai esserci perché, se da una parte non bisogna disconoscere a priori i vantaggi del nucleare, già sottolineati da Alessandro Cecchi Paone, dall’altra si deve dire che “gli svantaggi sono però altrettanto chiari: le scorie e i rifiuti sono sì ridotti, ma sono molto pericolosi e non perdono il loro potenziale devastante per migliaia di anni. Sono pochissimi i luoghi sulla Terra completamente sicuri per tempi così lunghi e, pure se vengono individuati, ci vogliono barriere ingegneristiche, controlli di sicurezza particolari e trattamenti inertizzanti lunghi e costosi.. Alle scorie di combustibile, le barre di uranio, vanno aggiunti i rifiuti radioattivi che derivano dalla dismissione delle centrali che hanno terminato la loro vita o che risultano obsolete: in pratica le centrali stesse diventate ormai materiale contaminato. Il contributo del nucleare alla lotta contro l’effetto-serra è comunque marginale, vista la scarsa diffusione di questo tipo di energia al mondo. I guadagni sulle emissioni di anidride carbonica ottenuti con il risparmio energetico sono sempre superiori a quelli legati alla produzione di elettricità per via nucleare”.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-976" title="cecchipaone" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/cecchipaone.jpg?w=300&#038;h=425" alt="cecchipaone" width="300" height="425" />Le dispute tra scienziati insomma non mancano, persino Carlo Rubbia e Umberto Veronesi si fronteggiano senza trovare una posizione comune, e la costruzione di nuove centrali nucleari richiederà comunque tempi lunghi e investimenti costosi: nel frattempo che fare? “Le nazioni e i privati devono imparare al più presto ad usare tutte le forme di energie alternative e soprattutto a puntare in breve tempo ad una riconversione del settore energetico attraverso incentivi e sostegni pubblici” spiega Cecchi Paone “Voglio citare il professor Umberto Veronesi, del quale sono grande amico e col quale collaboro da tempo: gli ho chiesto di scrivere una prefazione per Pianeta Serra e lui ha scritto delle cose molto interessanti e intelligenti. Dobbiamo cercare di andare oltre le dispute e gli scontri tra scienziati, tecnici e politici. Come scrive giustamente Veronesi ‘tutti siamo chiamati a partecipare al grande progetto di salvare il Pianeta Serra, non si tratta di vivere con meno benessere, ma con più responsabilità’. Credo che questa frase valga più di mille parole”.</p>
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		<title>Vestiti d&#8217;Arte &#8211; di Carmen Tona</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 12:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Riciclare materiali creando oggetti di moda potrebbe essere una soluzione allo spreco dei giorni nostri? Sicuramente sì! E se così fosse l’Associazione Arteinscacco creerebbe una nuova tendenza a Vercelli. A dire il vero, l’innovativo concorso “ Vestiti d’Arte” ideato da Arteinscacco non è al suo esordio, bensì alla settima edizione.
Per meglio capire di cosa si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=949&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-950" title="bolledisapone" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/bolledisapone.jpg?w=266&#038;h=397" alt="bolledisapone" width="266" height="397" />Riciclare materiali creando oggetti di moda potrebbe essere una soluzione allo spreco dei giorni nostri? Sicuramente sì! E se così fosse l’Associazione Arteinscacco creerebbe una nuova tendenza a Vercelli. A dire il vero, l’innovativo concorso “ Vestiti d’Arte” ideato da Arteinscacco non è al suo esordio, bensì alla settima edizione.</p>
<p>Per meglio capire di cosa si tratta abbiamo chiacchierato con il vice presidente, Andrea Vercelli. Quando e perché è nata Arteinscacco?<br />
L’Associazione è nata nel 2002 e da 3 anni abbiamo questo spazio in via Morosone. Fondamentalmente è nata per rispondere ad un’esigenza: tanti ragazzi a cui piaceva dipingere, appassionati di fotografia e tanto altro, si sono trovati a non avere spazi, fino a quando non è stato varato il progetto del Comune dal titolo “Spazio possibile”, che per noi alla fine incarnava qualunque spazio, bastava solo  trovarlo! Il nostro obiettivo era, ed è tuttora,  la promozione culturale e dei giovani artisti. Altro aspetto determinante di Arteinscacco è la collaborazione con le altre realtà associative.<span id="more-949"></span></p>
<p>Cos’è “Vestiti d’arte”?<br />
“Vestiti d’arte” può essere letto in duplice chiave: o vestiti intesi come oggetti che si indossano o come un imperativo, che invita a vestirsi d’arte. Il concorso “Vestiti d’arte” consiste nel creare un vestito-scultura che prende vita durante la sfilata-spettacolo. I materiali utilizzati possono essere innovativi, oppure materiali comuni utilizzati in modo diverso.<br />
L’unica particolarità è che i vestiti devono essere creativi e originali, il tutto unito all’espressività della performance e l’armoniosità della creazione.</p>
<p>L’idea di “Vestiti d’Arte” nasce un anno dopo la fondazione di Arteinscacco…<br />
Sì, è nata nel 2003, da una nostra idea di fondere una contaminazione di più formazioni e più arti diverse insieme: moda, performance, danza, pittura. Unire la praticità di un gesto ad una performance. Secondo noi se si espone solo un’arte alla volta, diventa una cosa troppo settoriale. Fondendo il tutto invece vi è più riscontro, anche a livello di pubblico.</p>
<p>Andrea, ci parli dei materiali che vengono usati?<br />
Sono soprattutto quelli di riciclo, come bottiglie di plastica, carta di giornale, materiali tradizionali usati in modo innovativo, insomma. La chiave del successo di un’opera di questo genere sta nell’armoniosità.</p>
<p>Ci racconti alcuni episodi che ti hanno colpito nelle scorse edizioni?<br />
Alcuni artisti hanno realizzato vestiti con un tessuto di divano, o con fogli di acetato  incollati con colla a caldo. Un altro ha creato un vestito interamente con le polaroid. Hanno usato anche fascette elettriche! Altri hanno creato un vestito interamente fatto con spille da balia , o un abito-puzzle con strati di cartone incollati. E risale al 2004 un vestito davvero particolare: fatto con zolle d’erba. Nel 2006 abbiamo avuto una variabile interessante: su 18 vestiti, il 70% è stato realizzato con materiale di riciclo. D’altronde la creatività sta nell’usare del materiale pre-esistente: l’opera non deve essere un prodotto sartoriale, ma una abito scultura. E l’edizione 2008 è stata caratterizzata dal colore: via il bianco o il nero, e spazio ai colori sgargianti e di impatto.</p>
<p>E l’edizione 2009 cosa porterà di nuovo?<br />
Questa edizione del concorso è stata realizzata con la collaborazione dell’Associazione VDA, con il bando di concorso “ VDA urban ActiON”. Questo progetto è stato realizzato con il patrocinio del Comune di Prato e del GAI &#8211; Giovani Artisti italiani; è un’iniziativa realizzata nell’ambito dell’Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione con il sostegno della Regione Piemonte, della Fondazione Museo Francesco Borgogna di Vercelli, della Fondazione Istituto di Belle Arti e Museo Leone di Vercelli, del Palazzo Boglietti Art Congress Center di Biella, con la collaborazione di Stalker Teatro di Torino e la media partnership di Radio City Vercelli e La Stampa di Vercelli.<br />
Molte saranno le novità di questa edizione, a  partire dalle modalità di partecipazione al bando di concorso, che, ricordiamo, è aperto ai giovani artisti dai 18 ai 35 anni. VDA urban ActiON si rivolge a tutto il popolo dei giovani artisti: unitamente alla domanda di partecipazione, dovranno allegare immagini e materiali relativi ad opere e lavori precedenti: dalla pittura alla scultura, dalla moda al design, dal teatro alla performance e non più, come nelle scorse edizioni, un bozzetto dell’abito che si vuole fare concorrere.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-953" title="vestiti-arte" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/vestiti-arte.jpg?w=298&#038;h=397" alt="vestiti-arte" width="298" height="397" />Ed ora alcune date importanti per chi volesse partecipare: il materiale dovrà essere consegnato entro e non oltre il 15 maggio e successivamente verrà esaminato da una giuria composta da membri appartenenti al mondo del design, della moda, dell’arte, dello spettacolo e del giornalismo. Entro il 20 maggio si conosceranno i nomi dei 15 finalisti. Ma la grande novità dell’edizione 2009  saranno le tappe del percorso che ogni candidato selezionato avrà modo di intraprendere per giungere in finale ed alla premiazione del vincitore.</p>
<p>Ci spiega Andrea:<br />
VDA ha pensato ad un vero e proprio processo di ricerca a partire dalla propria arte: ogni finalista frequenterà un workshop completamente gratuito, della durata massima di 10 giorni con conclusione il 28 giugno, in cui esperti del settore arte, moda, teatro e spettacolo attiveranno un confronto creativo con i giovani artisti. Al termine del workshop, organizzato da Arteinscacco e VDA in collaborazione con Stalker Teatro in varie sedi nella città di Biella, il candidato avrà modo di iniziare la fase di realizzazione dell’abito e della performance, coadiuvato dai professionisti del workshop.</p>
<p>Ed è fissata per il 12 settembre la presentazione degli abiti, unita alla premiazione del vincitore con la consegna del primo premio di 1000 euro: il tutto si svolgerà all’Officina Giovani della città di Prato. Seguiranno poi momenti espositivi in cui si potranno ammirare gli abiti dei finalisti: dal 13 al 30 settembre all’ Officina Giovani di Prato, dal 3 al 18 ottobre al Museo Borgogna e Museo Leone di Vercelli e per finire dal 24 ottobre al 21 novembre a Palazzo Boglietti a Biella.</p>
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		<title>Fabio Banfo &#8211; di Gabriele Martelozzo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2009 09:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano. Regista di uno spettacolo concluso a dicembre, attore a febbraio, ancora regista per un nuovo spettacolo ad aprile e poi ancora insegnante di recitazione in Italia ed in Sud America in estate. Sono gli impegni di Fabio Banfo, regista e attore teatrale nativo di Tronzano Vercellese, che confermano le sue doti, della sua costante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=946&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-947" title="fabio-banfo" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/fabio-banfo.jpg?w=243&#038;h=340" alt="fabio-banfo" width="243" height="340" />Milano. Regista di uno spettacolo concluso a dicembre, attore a febbraio, ancora regista per un nuovo spettacolo ad aprile e poi ancora insegnante di recitazione in Italia ed in Sud America in estate. Sono gli impegni di Fabio Banfo, regista e attore teatrale nativo di Tronzano Vercellese, che confermano le sue doti, della sua costante crescita in quel percorso intrapreso a 19 anni (ora ne ha 33) nel mondo della recitazione. Il suo curriculum parla chiaro e diventa difficile condensarlo in poche righe: diploma di attore alla scuola d&#8217;arte drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2001, progetto Master Class del Piccolo Teatro di Milano nel 2002, attore del “Teatro dei Sensibili” di Guido Ceronetti dal 2003, vincitore del primo premio per la regia dello spettacolo “Amleto” al V Festival G. D&#8217;Annunzio al Vittoriale di Gardone (Bs), attore e regista in molteplici rappresentazioni, oltre ad una lunga serie di seminari frequentati e tenuti, ha insegnato in corsi di regia e commedia dell&#8217;arte alla Universidad de Chile e alla Universidad Finis Terrae di Santiago del Cile.<span id="more-946"></span></p>
<p>Quando e come ti è nata la passione per il teatro?<br />
È nata per caso durante i primi anni di università, quando ho iniziato a recitare in una compagnia di Vercelli diretta da Carlo Curato. È stata la classica folgorazione sulla via di Damasco e, da quel momento, è diventata una ragione di vita. Ho lasciato l&#8217;università e mi sono iscritto alla scuola Paolo Grassi. Qui mi sono impegnato a fondo negli studi di attore rapportandomi con docenti e registi, italiani ed internazionali, che ti decostruiscono, ti smontano e ti riplasmano completamente. Con il passare del tempo è cresciuto l&#8217;interesse per la regia, grazie anche ai suggerimenti dei miei insegnanti che vedevano in me questa potenzialità. Occasione per mettere alla prova la propensione alla direzione è stata la partecipazione, nel 2006, al premio internazionale di regia Fantasio Piccoli di Trento, con la rappresentazione di due scene del Don Giovanni di Molière. Mi classificai terzo ma, più importante, la giuria evidenziò che la mia sceneggiatura aveva le potenzialità per uno sviluppo dell&#8217;intera opera. E così è stato e, grazie anche all&#8217;incoraggiamento dell&#8217;amico e collega Paolo Andreoli, il progetto è stato sottoposto all&#8217;attenzione del direttore artistico del teatro Olmetto, Eugenio De&#8217; Giorgi, che lo ha accolto subito con favore. Lo spettacolo che ne è nato, interpretato dalla “Compagnia della corte” di Pavia, ha segnato sempre il tutto esaurito.</p>
<p>Come ti definiresti artisticamente?<br />
Non è una domanda semplice, visto che sto contemporaneamente portando avanti le carriere di attore, di regista e di insegnante di recitazione. Forse la sintesi giusta è che sono un uomo che ha trovato una strada di espressione e di conoscenza, attraverso il Teatro.</p>
<p>Che cosa stai facendo adesso e cosa hai in programma per i prossimi mesi?<br />
A dicembre si è conclusa la messa in scena, al Teatro Olmetto di Milano, dello spettacolo “Tradimenti” di Harold Pinter di cui ho curato la regia. Dal 24 febbraio all&#8217;8 marzo ho partecipato, questa volta come attore, all&#8217;allestimento dello spettacolo “Lotta di negro contro cani” di Bernard-Marie Koltès, andato in scena al Teatro Arsenale, sempre a Milano, per la regia Andrea Maria Brunetti. Dal 15 al 30 di questo mese sarò nuovamente regista della pièce “Quattro donne e un matrimonio” di Alessandra Scotti ancora all&#8217;Olmetto. Nel frattempo insegno in due scuole di recitazione e tengo seminari in giro per l&#8217;Italia e anche all&#8217;estero, sono stato infatti invitato per la seconda volta a tenere dei seminari in Cile e Argentina. Partirò quest&#8217;estate e starò via per tre mesi&#8230; insomma&#8230; un anno abbastanza impegnativo!</p>
<p>Perché fai sia l&#8217;attore che il regista teatrale?<br />
Mi piacciono entrambi i ruoli. Come attore posso mettermi in gioco come essere umano, identificarmi con altri personaggi, sprigionare energie misteriose che vivono dentro di me. Da regista mi piace avere un controllo totale dell&#8217;opera, costruire lo spettacolo come se fosse un lavoro artigianale, pezzo per pezzo, e mi piace guidare gli attori nel loro processo creativo.</p>
<p>Che legame hai con Tronzano, tuo paese natale, e la provincia di Vercelli?<br />
A Tronzano ci torno sempre meno, purtroppo, ma mi sento molto legato alla mia terra d&#8217;origine. Quando torno adoro rivedere i miei amici d&#8217;infanzia e farmi dei giri nelle campagne, quel panorama piatto e leggermente desolato che io non riesco a smettere di amare.</p>
<p>Ci sono moltissimi giovani, e non solo, che si dedicano a livello amatoriale al teatro, ma hanno difficoltà a trovare strutture dove mettere in scena le loro pièce. Artisticamente quali sono, secondo te, gli aspetti positivi e negativi della situazione teatrale della provincia vercellese?<br />
Non conosco bene la realtà artistica della provincia di Vercelli. Credo, però, che le realtà locali andrebbero senz&#8217;altro aiutate e incoraggiate. In generale nel teatro si spendono molti soldi e male. Spesso in provincia vengono ospitate grandi produzioni molto costose e non si corre il &#8220;rischio&#8221; di proporre al pubblico qualcosa di nuovo. Il teatro è molto più che un&#8217;alternativa al cinema ed alla televisione. La gente andrebbe aiutata a scoprirlo. Forse un ottimo punto di partenza sarebbe proprio quello di aiutare le realtà locali in modo che riescano a dimostrare di avere inventiva, qualità, professionalità e gradimento del pubblico.</p>
<p>Quanto sei critico verso te stesso sia come attore sia come regista?<br />
Terribilmente critico. Sopratutto quando faccio le regie. Può essere molto stressante perché, fino a quando lo spettacolo non debutta, non si può essere certi che piacerà e funzionerà. È molto difficile cercare la perfezione in un&#8217;arte che si compie di fronte al pubblico e si basa sulla performance degli attori. È l&#8217;arte più imperfetta che ci sia.</p>
<p>Come ti vedi, artisticamente, tra 20 anni?<br />
Spero di essermi realizzato, di avere una tranquillità economica (che nel mio lavoro è difficile ottenere) e di avere regalato sorrisi ed emozioni a molta gente. Non mi dispiacerebbe riuscire anche a scrivere e a fare un film.</p>
<p>Hai qualche hobby?<br />
Purtroppo il mio lavoro mi lascia veramente poco tempo per lo svago. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace tantissimo, ma è anche un lavoro che mi occupa completamente le giornate&#8230; non stacco mai.</p>
<p>Un&#8217;ultima curiosità. Come è nata la tua partecipazione all&#8217;episodio «2008: odissea nell&#8217;ufficio» di Camera Cafè, fortunata trasmissione televisiva con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu?<br />
Nel modo più classico. Avevo saputo che stavano cercando volti nuovi per alcuni ruoli minori, ho fatto un provino e alcuni mesi più tardi mi hanno contattato per le riprese. È stata un&#8217;esperienza interessante che mi ha permesso di osservare dall&#8217;interno come veniva realizzata la serie e di conoscere i due interpreti principali. Ho interpretato il ruolo di un tecnico addetto alla macchina distributrice di bevande e, se la serie non fosse terminata, era una figura che avrebbe anche potuto fare ulteriori apparizioni.</p>
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		<title>VAM Fest: quando il cinema invade le risaie &#8211; di Laura Albergante</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 09:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è appena conclusa la seconda edizione del VAM Fest (Vercelli Art Movie Festival), che conferma l’ottima impressione suscitata dalla scorsa edizione. Squadra che vince non si cambia: anche quest’anno sono stati riproposti metodi, periodo e prospettiva del 2008. Lo sguardo curioso e indagatore nei confronti del cinema contemporaneo e l’attenzione verso le sue tante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=938&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-939" title="img_4329l" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/img_4329l.jpg?w=397&#038;h=288" alt="img_4329l" width="397" height="288" />Si è appena conclusa la seconda edizione del VAM Fest (Vercelli Art Movie Festival), che conferma l’ottima impressione suscitata dalla scorsa edizione. Squadra che vince non si cambia: anche quest’anno sono stati riproposti metodi, periodo e prospettiva del 2008. Lo sguardo curioso e indagatore nei confronti del cinema contemporaneo e l’attenzione verso le sue tante diramazioni riescono a legare passato e presente in uno spazio in cui il tempo è abolito e dove emergono stimoli emozionali profondi ed affascinanti. Un doppio filo rosso salda l’evento cinematografico alle arti visive nel più ampio senso del termine e testimonia l’interesse per le novità in campo culturale e comunicativo.<br />
In contemporanea all’ultimo periodo di apertura della mostra “Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana”, il VAM Fest ha proposto un cartellone di quattro giorni incentrato sul rapporto tra i temi ed i contenuti della mostra, visti da una duplice angolazione: troviamo infatti, da un lato, la pittura informale americana, osservata attraverso il correlato materiale audiovisivo, dall’altro il cosmo degli artisti che si relazionano con le immagini in movimento.<span id="more-938"></span><br />
Ma entriamo nel vivo del festival. Quest’anno sono state proposte otto interessanti sezioni: “Retrospettiva”, “Il cinema degli artisti”, “Il cinema sugli artisti”, “Contemporanea”, “Cinema e museo”, “Arti del cinema”, “Spazio Vercelli”, infine, il “Concorso internazionale”. Parallelamente allo svolgimento dell’evento, vi sono stati alcuni momenti conviviali, dedicati alla degustazione di prodotti vinicoli locali e piatti tipici come la panissa, distribuita in occasione del dj/vj-set curato dalla regia di Noego, omaggio al sessantesimo anniversario di “Riso amaro”.<br />
La sezione “Retrospettiva” ha offerto un tributo alla pittura americana, celebrata dalle mostre Guggenheim. Uno dei tributi riguarda la figura di Jackson Pollock (1912-1956), considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Espressionismo astratto, presente alla mostra allestita all’Arca con ben quattordici tele. Il pittore, ricordato recentemente nel film “Pollock” di Ed Harris, viene trasposto nell’immaginario bohémien di “Life Lesson”, girato da Martin Scorsese. Un secondo tributo è costituito da una tavola rotonda che mette a confronto alcuni dei più grandi esperti italiani del rapporto tra arte e cinema, arricchita dal notevole contributo di rarissimi filmati come “Jackson Pollock 51” di Hans Namuth, uno dei documentari più significativi girati su Pollock. L’artista viene visto in azione mentre dipinge le sue tele, appoggiate a terra, tramite la tecnica del dripping. Infine, un terzo grande tributo al passato: l’Espressionismo astratto, con la sua carica anticonformista, partecipa ad un rinnovamento culturale negli USA del secondo dopoguerra. La vecchia Hollywood esprime, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, una vena di ribellione giovanile incarnatasi nelle imprescindibili figure di Marlon Brando, James Dean e perfino Elvis Presley. A questi personaggi, genuini portatori di germi di ribellione, è stata dedicata la proiezione di tre grandi titoli come “Gioventù bruciata”, “Il selvaggio” e “Il delinquente del rock and roll”. Questi tre film ci permettono di tratteggiare i contorni di un’America “informale”, pronta a consacrare come icone questi “rebels without a cause”, seducenti “maledetti” contemporanei.<br />
Per le due sezioni “Il cinema degli artisti” e “Il cinema sugli artisti”, sono state proiettate novità assolute come “Pollockoko” di Riccardo Maneglia, appositamente concepito e prodotto per la rassegna cinematografica vercellese, e “E più non dimandare”, dell’albese Valerio Berruti, selezionato alla prossima Biennale di Venezia. Maneglia, grande cartoonist, autore di decine di clip visive, ha disegnato il cartoon a partire da un’idea di Guido Michelone, direttore artistico della manifestazione. Molto intrigante il parallelo jazz-Espressionismo astratto, che vede Pollock dipingere sulle note di un famoso brano di Charlie Parker, “Koko”. Maneglia suggerisce una correlazione tra l’improvvisazione jazzistica e la pittura informale, accomunate da un intenso dinamismo. “Il pianto della statua”, invece, per la regia di Elisabetta Sgarbi, si ispira ad un’opera di Corrado Govoni.<br />
La “Sezione contemporanea” si è avvalsa di una duplice risorsa. La prima, “Arte e serie tv”, riguarda le puntate pilota dei telefilm “Dexter” e “Heroes”, introdotti nella rassegna poiché spesso sono parte integrante dell’estetica del cinema contemporaneo. Entrambi i telefilm toccano il tema portante del VAM Fest, ossia il rapporto tra cinema e arte. La seconda risorsa è costituita da filmati appartenenti alla Collezione Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, istituzione torinese che promuove attività artistico-culturali.<br />
Per la sezione “Spazio Vercelli”, che punta a valorizzare coloro che hanno contribuito all’immagine del territorio, è stato proiettato il cortometraggio “Intervallo”, girato da Alex Zarino, partecipante al concorso Spazio Vercelli indetto dall’Ordine degli Architetti sul tema dell’architettura contemporanea a Vercelli.<br />
Per “Arti del cinema” è stato premiato il film “I demoni di San Pietroburgo” per la regia di Giuliano Montaldo, la fotografia di Arnaldo Catinari, la scenografia di Francesco Frigeri, ma soprattutto per l’interpretazione di Anita Caprioli. L’attrice, nata a Vercelli nel 1973, ha debuttato nel 1995 con “Assolo” e presto si è fatta notare per i suoi ruoli in “Tutti giù per terra”, “Denti” di Gabriele Salvatores, “Vajont”, “Santa Maradona”, “Onde”. Con “I demoni di San Pietroburgo” si è aggiudicata il premio Cinitalia VAM Fest 2009. La pellicola si è distinta, secondo i premiatori della manifestazione, per “una fotografia cupa come il periodo storico rappresentato e per la regia raffinata, nonché per le scenografie ricercate”.<br />
Il premio Cinitalia VAM Fest 2009 destinato “agli autori che hanno rappresentato il tema dell’arte per mezzo audio visivo” è stato condiviso ex aequo tra il regista riminese Riccardo Maneglia e il pittore Valerio Berruti. Non dimentichiamo il concorso internazionale, che anche quest’anno ha proposto numerosi cortometraggi provenienti da tutto il mondo.<br />
Tra le ultime sezioni di questa edizione del VAM Fest c’è “Cinema e museo”, nella quale è stato presentato un progetto molto originale, “Lettura Mp3” (sottotitolato Musei x tre), ideato da Francesco Brugnetta. Vi hanno partecipato i registi Matteo Bellizzi e Manuele Cecconello e il pittore Fiorenzo Rosso, al quale è stata dedicata un’intervista nel numero scorso di Nella Nebbia. Anna Cerutti, Cinzia Lacchia e Anna Rosso, rispettivamente direttrici del Tesoro del Duomo, del Borgogna e del Leone, sono state coinvolte nel piano dell’opera, che ha l’intento di valorizzare l’importanza dei tre musei vercellesi.<br />
L&#8217;appuntamento con il VAM è per il 2010 con una nuova edizione di un festival che ci auguriamo possa crescere e rinnovarsi, gravido di stimoli e caratterizzato dal fermento creativo che l&#8217;ha contraddistinto sino ad ora.</p>
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		<title>Sir Two, Cristiano Luparia &#8211; di Lorenzo Ottino</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 09:50:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[“Writer dal 1989, illustratore e grafico dal 1993, scultore dal 2002, creativo da sempre, tra i primi writer italiani ad avere lasciato un segno tangibile del suo passaggio.”
Così recita la biografia del sito di Cristiano Luparia, detto Lupo, ma che gli appassionati di writing conoscono meglio come Sir Two. Non è difficile incontrarlo, Lupo è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=929&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-930" title="kri-024" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/kri-024.jpg?w=339&#038;h=510" alt="kri-024" width="339" height="510" />“Writer dal 1989, illustratore e grafico dal 1993, scultore dal 2002, creativo da sempre, tra i primi writer italiani ad avere lasciato un segno tangibile del suo passaggio.”</p>
<p>Così recita la biografia del sito di Cristiano Luparia, detto Lupo, ma che gli appassionati di writing conoscono meglio come Sir Two. Non è difficile incontrarlo, Lupo è sempre in giro per la sua Vercelli, città dove è nato e cresciuto e dove tutt’ora risiede nonostante due lunghe parentesi a Milano e Parigi. Per questo incontro faccio di più e me lo porto a casa, in cerca di un po’ di tranquillità. È subito attirato dal murale che adorna la cucina: si avvicina e ne osserva con attenzione i particolari.<span id="more-929"></span><br />
“È fatto a pennello, i particolari sono straordinari. A spray ci sarebbe da impazzire”. E in effetti Lupo è abituato a superfici decisamente più grandi, muri o treni, che dipinge con i suoi caratteristici intrecci di figure tridimensionali. Non è più un ragazzino, ma l’unica concessione che fa alla sua età non più verde è la camicia che spunta dalla felpa, per il resto il suo atteggiamento e il suo stile restano quelli di chi è cresciuto in strada: pantaloni oversize e giaccone da snow, rigorosamente Carhartt.</p>
<p>“L’abbigliamento è importante per la cultura street” mi dice, “come per ogni tipo di cultura serve a riconoscersi, a darsi un’appartenenza, a lanciare un messaggio di originalità e novità. Sono stato il primo, nell’89, a portare a Vercelli le felpe in neoprene e qualcuno mi prendeva anche in giro. Cinque anni dopo le avevano tutti. Alcuni capi sono diventati dei veri simboli, come le Superstar della Adidas. I primi pantaloni oversize che ricordo erano della Intro o della Slam Jam, marchi italiani. Poi c’è stata l’invasione dei marchi stranieri che hanno codificato lo stile e lo hanno reso accessibile a tutti”.</p>
<p>Mi rendo subito conto che parlare con lui significa parlare con un pezzo di storia, con uno che ha vissuto davvero, e tra i primi, la cultura street legata all’hip-hop.</p>
<p>“Mi sono avvicinato al mondo della street culture con la prima grande ondata di fine anni 80. Ho iniziato a dipingere vedendo le prime cose di Kaos One e qualche pezzo di Muddy su una rivista di skateboard, all’epoca eravamo forse una decina in tutto il paese. Kaos One, Rendo e Raptus a Milano, Muddy a Torino… non ricordo bene, ma eravamo proprio in pochi. Non è stato difficile conoscerli andando in giro per convention (i grandi raduni hip hop molto frequenti nei primi anni ‘90, ndr), si parlava, ci si confrontava, si cercavano nuovi spunti e nuove ispirazioni. Oggi c’è la rete, si possono vedere pezzi di tutto il mondo, ma si perde l’occasione del contatto umano diretto, che resta fondamentale. Io stesso a Vercelli organizzai  “Cromatica” nel 1995, all’epoca la terza convention italiana per dimensione. Invitai anche il newyorkese Phase II, uno degli “originals” (gli iniziatori del writing e degli stili moderni, ndr) e ideatore del “Bubble style”. Lui è una persona fantastica: ricordo che rimase a casa mia una settimana e che per tutto il tempo parlò con mia nonna anche se nessuno dei due capiva la lingua dell’altro. Riuscivano a intendersela alla grande anche solo a gesti”.</p>
<p>Ecco, Lupo è così, uno che ha ospitato in casa un grande “vecchio” del writing e che lo racconta come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Forse perché lui ha vissuto davvero la cultura della strada, quella cultura nata nelle grandi periferie povere di Los Angeles, New York, Parigi, Amsterdam, dove i giovani crearono un proprio stile, una propria musica, un proprio insieme di regole anche dure. Per chi l’ha vissuta da fuori o come moda, tutto questo può sembrare terribile e affascinante allo stesso modo. Per lui no, lui ha contribuito in prima persona a creare quella cultura in Italia, quindi la conosce bene. L’ha vissuta non tanto a Vercelli, paradigma di ogni provincia fin troppo tranquilla, ma in città come Milano, dove frequentava la crew dei Radical Stuff insieme a gente come Kaos One, Dj Skizo, Dj Gruff e Top Cat. Intorno a loro altri personaggi che il destino, o meglio i perversi meccanismi di un certo business, avrebbe reso famosi, come Articolo 31 o Sottotono. Oppure a Parigi, dove Lupo ha vissuto alcuni anni.</p>
<p>“Parigi è sempre stato il centro nevralgico della cultura street in Europa” racconta. “Là in effetti la situazione è parecchio pesante. Le crew sentono molto l’appartenenza al loro quartiere, come nei grandi ghetti americani. Uscire dalla propria zona può essere difficile, se non pericoloso, per questo la metropolitana ha assunto nel tempo una funzione particolare. Le stazioni della metro nelle grandi metropoli erano come zone franche, ci si incontrava anche tra crew per scambiarsi idee o per sfidarsi. E i treni erano il mezzo ideale per far girare la propria tag, la propria firma, anche al di fuori del quartiere. A Los Angeles, dove tempo fa ho fatto una mostra, mi dissero subito di stare attento a dove dipingevo. Là le tag servono a marcare i territori delle varie bande, a coprirne una si rischia una pallottola nella schiena. Anche in Italia ho visto qualche scena pesante, Milano per esempio ha le sue zone dove la vita è parecchio dura, ma non certo ai livelli di altre metropoli”.</p>
<p>Non so voi, ma io non ci sarei rimasto molto in un posto dove a dipingere sul muro sbagliato si rischia la pelle. E invece Lupo non fa una piega e continua come fosse niente.</p>
<p>“A Vercelli però mi sentivo un alieno, soprattutto agli inizi. Provavo a tirare dentro gli amici nelle mie cose, ma alla fine non mi seguiva nessuno. E ancora oggi questo mi fa arrabbiare: mi chiamano le amministrazioni di mezza Italia a dipingere muri per abbellire angoli troppo grigi delle città, ma qui a Vercelli non ci sono ancora spazi. Ci sono anche qui luoghi troppo tristi che meriterebbero un po’ di colore, e invece niente, le istituzioni tacciono”</p>
<p>Sinceramente spero che la frecciata venga colta.<br />
Oggi Lupo fa il writer a tempo pieno, su tela e – ovviamente – sui muri. Gli chiedo come sia messa la scena oggi, almeno in Italia.</p>
<p>“L’ hip hop è fatto di rap, djing (l’arte di “suonare” i vinili mixando ritmi e melodie per creare le basi rap, ndr), break dance e writing. E in effetti agli inizi tutti facevamo un po’ tutto; io ad esempio ballavo e cantavo anche, ma poi col tempo mi sono dedicato solo al writing. Negli ultimi anni invece c’è stata una separazione e oggi trovi gente che dipinge e ascolta, che so, metal! Le nuove generazioni si sono avvicinate alle diverse forme d’arte in modo autonomo, noi le abbiamo viste nascere. I ragazzini di oggi quindi prendono quello solo quello che interessa loro”.</p>
<p>Già, i ragazzini, croce e delizia di ogni maestro…</p>
<p>“Quando li incontro non riesco proprio a far loro capire la differenza tra una casa storica ed un muro di periferia, fanno un po’ quello che vogliono. Certe regole si stanno perdendo, purtroppo. Giorni fa, mentre dipingevo l’esterno di un locale, alcuni ragazzini si sono avvicinati lasciandosi andare a scene isteriche. Mi ha fatto piacere ovviamente, ma continuavo a dire che io non sono un mostro alieno, che sono uno come loro. Che anche loro possono farcela, se vogliono, mantenendo però la propria integrità”.</p>
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		<title>M. &#8211; di Marco Pozzo</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 09:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un’apparente contraddizione.
Le voci mediatiche che ci circondano insistono perché ognuno di noi preservi la sua individualità, si emancipi dal conformismo per mettere in luce il suo vero io, costruisca un carattere indipendente (gli eroi dei racconti sono sempre dei solitari che il mondo non capisce)… eppure nel 2008, non si sa bene dove, non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=926&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-927" title="mastheader1" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/mastheader1.jpg?w=283&#038;h=109" alt="mastheader1" width="283" height="109" />C’è un’apparente contraddizione.<br />
Le voci mediatiche che ci circondano insistono perché ognuno di noi preservi la sua individualità, si emancipi dal conformismo per mettere in luce il suo vero io, costruisca un carattere indipendente (gli eroi dei racconti sono sempre dei solitari che il mondo non capisce)… eppure nel 2008, non si sa bene dove, non si sa bene quando, si è verificato un evento che indica la necessità della vita di gruppo all’interno della comunità umana: il numero degli individui che vivono in città ha superato quello di coloro che abitano in ambiente rurale.<br />
Mentre gli uomini veri si allontanano a cavallo nel rosso di un tramonto, folle di poveri e immigrati si addensano negli interstizi dimenticati delle città per nutrirsi degli scarti della società del benessere.<span id="more-926"></span><br />
Le città contemporanee, anche nei casi migliori, garantiscono una qualità della vita tecnicamente inferiore rispetto alla campagna, ma poter vivere in un luogo affollato, all’interno di una collettività, offre una serie innumerevole di vantaggi: principalmente l’accesso più probabile ad un’occupazione redditizia, alle infrastrutture primarie (acqua, luce, gas), ma anche un maggiore senso di sicurezza (dalle intemperie, dai “predoni”) e, non ultima, la possibilità di uno stimolante confronto culturale.<br />
Questa è, bene o male, la nostra percezione.<br />
Accanto a questo c’è quello che non riusciamo a vedere; quello che vediamo e non riusciamo a capire: ci sono gli slum, le bidonville, le baraccopoli. Le Nazioni Unite definiscono gli slum come “aree urbane sovraffollate, strutture abitative scadenti, accesso inadeguato all’acqua ed ai servizi igienici, con scarsa sicurezza di possesso”.<br />
In nessuna città europea il fenomeno è così evidente da rendere chiara la questione. Ma esistono nazioni in cui la percentuale di poveri assoluti (il cui reddito è inferiore a 1 dollaro al giorno) è superiore all’80% della popolazione urbana, con una punta in Etiopia del 99,4%.<br />
Di questo habitat che riguarda più di un quarto della popolazione mondiale urbana, si occupa un libro finito di stampare nel febbraio di quest’anno: “Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema”. Lo ha scritto Alberto Salza, antropologo, che vi raccoglie con lucida ironia le esperienze di una vita passata nelle regioni più povere della terra a studiare le strategie di sopravvivenza.<br />
I titoli dei capitoli sono un’eloquente check list: “niente cibo”, “niente acqua”, “niente casa”, “niente sicurezza”, “niente diritti”…<br />
L’unico capitolo dal titolo diverso è “no toilet”. Vi si spiega che poco meno di tre miliardi di individui vive (e molto spesso si ammala) utilizzando acqua contaminata per l’inadeguato smaltimento delle feci. Negli affollatissimi slum delle megalopoli del mondo da oltre 10 milioni di abitanti non esistono infrastrutture (fogne e acquedotti), e una soluzione ai bisogni corporali che preservi la dignità degli individui è molto difficile: si ottiene, o utilizzando i cosiddetti scud (la si fa in un sacchetto di plastica che poi viene lanciato come un missile terra–terra), o con lunghe camminate e code: viene fatto l’esempio di una baraccopoli di Nairobi dove 30.000 persone si dividono due gabinetti pagando l’equivalente di 5 centesimi per l’utilizzo (avete visto il film premio oscar “The millionaire?”).<br />
Ma qui si fa cultura a 360°, quindi cito un luminare in materia. Luciana Littizzetto, nel suo ultimo libro commenta una notizia sulla questione: “Si è concluso in India il settimo consiglio di Gabinetto World Toilet Summit.<br />
… questo organismo mondiale ha proposto ‘sto prestigiosissimo water che trasforma la cacca e la pipì rispettivamente in gas e fertilizzanti.<br />
… questo è il vero riscaldamento autonomo, capisci? Usi il gas che produci tu per scaldare la tua casa! Certo d’inverno bisognerà mangiare tanta verdura e cereali se no si resta al freddo…”<br />
Non pensate però che il problema di smaltire gli escrementi sia un problema dei soli paesi del terzo mondo. Nonostante il senatore Schwarzenegger voglia trasformare la California nel primo stato a emissioni zero, proprio lì si trovano due dei tre luoghi più inquinati degli Stati Uniti: uno è Los Angeles, l’altro è una verde vallata qualche centinaio di chilometri più a nord che ospita 2 milioni e mezzo di vacche. Qui un bimbo su sei, pur abitando in mezzo alla natura, è afflitto da asma a causa dell’ozono e del metano che derivano dai gas intestinali e dalle deiezioni degli animali degli allevamenti. Si stanno studiando diete apposite per ridurre il fenomeno.<br />
Ebbene sì. C’è veramente grossa crisi.</p>
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		<title>L’identità della carta &#8211; di Diego Cajelli</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 10:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Caramelle di Fenolo al ribes rosso, i capelli favolosi di Farrah Fawcett, sette monaci tibetani che ballano la hula, una Ferrari Testarossa contromano nell’arteria femorale e un calamaro del Baltico.
Sezionare un triceratopo, un manuale di astrologia, un forchettone in legno, mezza dozzina di Harmony gonfi d’acqua, quattro assi e un canapè.
A questo penso mentre faccio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=920&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-921" title="pozzetto" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/pozzetto.jpg?w=213&#038;h=283" alt="pozzetto" width="213" height="283" />Caramelle di Fenolo al ribes rosso, i capelli favolosi di Farrah Fawcett, sette monaci tibetani che ballano la hula, una Ferrari Testarossa contromano nell’arteria femorale e un calamaro del Baltico.<br />
Sezionare un triceratopo, un manuale di astrologia, un forchettone in legno, mezza dozzina di Harmony gonfi d’acqua, quattro assi e un canapè.<br />
A questo penso mentre faccio la  fila per la carta d’identità.<br />
Penso anche che il Ventesimo secolo ha prodotto più immagini di tutti i secoli precedenti messi insieme. Immagini, immagini e immagini, ci penso sempre prima di fare una foto tessera.<br />
Scrivo mentalmente un saggio sulle peggiori immagini di tutti i tempi. Dedico un capitolo intero ai LolCats, alle foto segnaletiche dei criminali del Grande Fratello, ai tre quarti dall’alto delle ragazzine puccettine su faccialibro e miospazio.<span id="more-920"></span><br />
Note a margine sui wannabe del fumetto che disegnano tutti le stesse cose e allo stesso modo.<br />
Descrivo minuziosamente tutte le copertine orrende che ho visto alla Fiera del Libro, scrivo un breve paragrafo sui manifesti a matita dei parrucchieri e i biglietti di auguri.<br />
Mentre aspetto le critiche telepatiche della comunità ESP mondiale mi concentro sulla fila, ho di fronte un tot di umanità.<br />
Davanti a me c’è un rinoceronte di Bergamo in canottiera a righine. Poi una donna che odora di aglio. La sua mente è semplice, binaria, basata sul bianco e sul nero, sul salato e sull’insipido.<br />
Le lancio un virus telepatico chiamato: agrodolce e ridacchio. Dopo di ella un giovine pettinato da una mototrebbia con l’I-Pod nelle orecchie. Posso sentire quello che ascolta, le sue cuffie vomitano un transpowerblaster disco truzzo che ripete ossessivamente:<br />
Tooony!<br />
Montanaaa!<br />
Tooony!<br />
Montanaaa!<br />
Tooony!<br />
Montanaaa!<br />
World is mine!<br />
Di fronte al cerebrosconnesso c’è uno sportello antiproiettile e dietro il vetro l’impiegato con la faccia da pizza, occhiali, capello unto e cozze sulle sopraciglia.<br />
Io mi sono alzato presto, fatto doccia, sbarbato, fatto foto in stazione Centrale, preso autobus per decentramento anagrafe di zona, chiesto a portinaia, preso ascensore per primo piano e messo in fila.<br />
Devo fare la carta d’identità.<br />
Io so già tutto: mi chiamo Rex Slade. Perché il mio nome è stato scelto con un generatore automatico di nomi per eroi. Sono uno e settantantacinque, trentasette anni. Una bizzarra mutazione genetica mi ha fatto nascere con la stessa faccia di Renato Pozzetto. Segni particolari: ho incredibili poteri paranormali che non so neanche io e di mestiere non faccio nulla di preciso.<br />
- Qualcosa devo scrivere&#8230;” mi dice l’impiegato.<br />
E io rispondo:<br />
- Allora scriva, Alberto Angela.<br />
- Che cosa?<br />
- Di lavoro, faccio Alberto Angela.<br />
Rispondo perentorio.</p>
<p>- Mi chiamo Rex Slade. Professione: Alberto Angela.<br />
- Alberto Angela non è una professione!<br />
Dice il tipo allo sportello.<br />
- Lo dice lei!<br />
L’impiegato mi guarda male, sento che pensa delle parolacce in calabrese. Mi formicolano le ascelle, chiudo gli occhi, il formicolio aumenta, stringo gli occhi fortissimo finché sento una voce calda e amichevole dire:<br />
- Mi parli dei suoi genitori&#8230;.<br />
Mi sono materializzato automaticamente nello studio del mio analista, il Dottor Brambati.<br />
Ogni tanto mi succede. Quando sono in tensione, mi teletrasporto sul suo lettino. Lui lo sa e dato che è un tipo sveglio, si ricorda sempre a che punto eravamo rimasti. Un brav’uomo il Bramati, meno male che a pagarlo non sono io, ma la fondazione di Devon, quello di Supercar.<br />
- Non ne abbiamo già parlato?<br />
Chiedo io un po’ confuso, poi il Brambati sorride e muove la testa su e giù. Ha dei lunghi capelli bianchi che la fanno assomigliare a Charlton Heaston in “La Bibbia”. Sorride e prende un registratore giallo e verde delle Fisher Price, prima di schiacciare il tastone con scritto Play aggiunge:<br />
- Tu hai un brutto vizio Rex, parli di te stesso al passato e in terza persona, senti cosa mi hai detto l’ultima volta…<br />
Un click, un ronzio, poi sento la mia voce metallica dal registratore:<br />
- Dagli atti processuali risulta che Rex Slade era un ragazzo solo, la sua unica famiglia era l’amico Gaetano, il Coniglio caimano. Babbo e Mamma Slade avevano divorziato anni prima, a causa dei disaccordi sulla raccolta differenziata.<br />
Mamma Jole Borgazzi in Slade se ne andò una notte piovosa, mollando figlio e marito,  inseguendo un torpedone di ragazzine fanatiche di Zack Efron.<br />
Il babbo: Silvanito Slade detto “Burro”, dopo un primo periodo di panico fu arrestato dalla Securitate per aver buttato nel sacco sbagliato delle lattine di ginger.<br />
Formalmente iscritto nell’albo dei Desaparecidos l’anno seguente, di lui non se ne nulla, tuttora almeno otto programmi televisivi sono sulle sue tracce.<br />
Mamma Jole, dopo la fuga preadolescienziale ritardata, è regredita fino allo stadio mentale di quindici anni. Recentemente intervistata sulle gesta del figlio ha risposto: “ Cioè, lui è mitico! Ettroppocarino e io gli VUNCDB!”<br />
Nonostante tutto Rex Slade conserva ottimi ricordi della sua infanzia. Specialmente del periodo in cui era convinto di essere una delle Charlie’s Angels, o di quella volta in cui, in terza elementare, partecipò ad una gara di psicocinesi a distanza con un suo amico di Sidney.<br />
Vinse Futanazy trasformando la sua maestra in Tinì Cansino.<br />
- Allora cosa scrivo? Hey! Qui sulla riga: professione, vede che è vuota? Cosa scrivo?<br />
Sono tornato in fila per la carta di identità. Brambati è riuscito a calmarmi di nuovo, riportandomi dove ero prima.<br />
Respiro, faccio un respirone filtrando lo smog, sorrido e rispondo:<br />
- Scriva Alberto Angela, come le ho già detto.<br />
- Non è possibile.<br />
- Nulla è impossibile, amico mio. Della vita ho imparato trecentoottanta verità. La numero duecentododici, per esempio, dice che quelli con l’autoradio a tutto volume raramente ascoltano Mozart.<br />
- Ma che cosa dice?!<br />
- Dico che la verità numero undici, sostiene che nulla è impossibile. Ma lei è condizionato dalla nanotecnologia per il controllo mentale che viene vaporizzata dalla scie chimiche e non può capirlo.</p>
<p>- Le scie cosa?<br />
- Lasci perdere, capisco che per lei sia oltremodo difficile accettare di essere schiavo della mega giga cospirazione del governo ombra alienomassonicocomunistaimperialistabancario.<br />
L’impiegato sta per rispondermi. Faccio leva sui miei poteri, lancio la mia energia e mi preparo al contatto psicodinamico. Gli entro negli occhi, in una frazione di secondo so tutto di lui.<br />
So che si chiama Bernardo, da piccolo si è sbucciato un ginocchio sul sagrato del Duomo. Ha dato il primo bacio a sedici anni durante un veglione di San Silvestro del 1988 a una tizia che si chiamava Paola. Sono usciti fino alla Befana, hanno limonato duro. Lei voleva scopare, ma lui non se ne rendeva conto e le carezzava i ginocchi al cinema e lei lo ha mollato nel mezzanino del metrò di Romolo.<br />
Catturo un altro ricordo di Bernardo, una sua fobia, una sua perversione sessuale, la faccia della sua mamma, poi gli entro nel sistema nervoso centrale.<br />
Muovo i suoi muscoli e gli faccio scrivere Alberto Angela sulla carta di identità.<br />
Suona così bene.<br />
Vorrei trasmettergli telepaticamente altre informazioni.<br />
Mi piacerebbe dirgli che tra gli alieni che si vedono in “Incontri ravvicinati del terzo tipo” uno è vero. Che Brandon Lee non è morto e che vive in incognito in Venezuela. Vorrei spiegargli che con i proventi del signoraggio il clone cattivo di Ronald Reagan, che vive nascosto in un bunker in Svizzera, sta comprando appezzamenti di terreno su Marte.<br />
Vorrei dirgli un casino di cose. Purtroppo non c’è tempo, Bernardo rischia il collasso, non posso starci troppo dentro alle persone.<br />
Mi stacco e lui stampa, timbra, bolla e consegna.<br />
Mi allontano dall’anagrafe sorridendo, come un bimbo che corre felice e scalzo per i prati della vita.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>LE VERDURE DEL MIO ORTO &#8220;Quando la terra incontra il silicio&#8221; &#8211; di Gianluca Mercadante</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[L’uomo siede alla propria scrivania, l’abat-jour accesa lo aiuta a non affaticare troppo la vista, tutto concentrato com’è sullo schermo del computer che sta nel frattempo caricando una pagina. Appare un riquadro marrone, ricorda un fazzoletto di terra. Sulla schermata accanto, da un elenco, l’uomo seleziona col mouse alcuni tipi di ortaggi; compie l’operazione con [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=915&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-916" title="prima" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/prima.jpg?w=383&#038;h=259" alt="prima" width="383" height="259" />L’uomo siede alla propria scrivania, l’abat-jour accesa lo aiuta a non affaticare troppo la vista, tutto concentrato com’è sullo schermo del computer che sta nel frattempo caricando una pagina. Appare un riquadro marrone, ricorda un fazzoletto di terra. Sulla schermata accanto, da un elenco, l’uomo seleziona col mouse alcuni tipi di ortaggi; compie l’operazione con meticolosità, una specie alla volta, e cliccandoci sopra trascina la verdura all’interno del riquadro principale.<br />
L’uomo seduto alla scrivania sta componendo un orto col PC.<br />
Non è l’estratto da un’opera cyberpunk. Dietro queste righe non c’è nessun William Gibson, nessun inventore di mondi. Dietro queste righe c’è un bisogno tradotto in realtà, anzi: una passione, tanto alta da coniugare con ricchezza ed eleganza la tradizione contadina alla virtualità di Internet.<br />
Ci rendiamo conto che il concetto in sé potrebbe sembrare un cortocircuito, eppure basta uno sguardo, anche sommario, al sito www.leverduredelmioorto.it per comprendere quanto e come si possa rispettare, attraverso le innovazioni tecnologiche, una realtà agricola molto radicata nell’esperienza umana e lavorativa dei gestori di questo singolare progetto – che proprio dal gennaio 2009 ha preso ufficialmente il via e sta riscuotendo parecchia attenzione, dai media in primis e infine, giustamente, presso gli utenti ultimi.<span id="more-915"></span><br />
“Nella Nebbia” intervista il vercellese Giovanni Ferraris, che insieme ai fratelli Paolo e Francesca ha dato vita a qualcosa di nuovo.</p>
<p>Com’è possibile che da un computer e grazie ad Internet si possa coltivare un orto?<br />
Cercando di recuperare e di mantenere viva la nostra tradizione contadina, con i suoi colori e i suoi sapori, e sposando poi il tutto alla moderna tecnologia. Attraverso il nostro sito Internet è possibile crearsi un proprio “orto virtuale”. In base alle proprie esigenze, si determina la dimensione dell’appezzamento e, virtualmente, si seminano le verdure scelte dall’elenco dei 39 ortaggi da noi proposti. Le verdure sono rigorosamente di stagione e vengono coltivate seguendo metodi naturali (concimi organici, nessun utilizzo di pesticidi, rotazione delle colture). È possibile inoltre inserire nell’orto piccoli frutti, erbe aromatiche e fiori, o personalizzarlo tanto con uno spaventapasseri quanto con una piccola pala identificativa.</p>
<p>Una volta “coltivato” l’orto on line, come si svolge poi il vostro lavoro vero e proprio nel corso tempo?<br />
L’orto virtuale sarà riprodotto in cascina sui nostri terreni e saremo quindi noi a coltivare le verdure che verranno consegnate a domicilio una volta alla settimana, utilizzando mezzi di trasporto a ridotto impatto ambientale. Il nostro raggio di azione, al fine di rispettare la natura, si aggira sui 100 km all’incirca e garantiamo la consegna delle verdure nell’arco di 24 ore dalla loro raccolta. Sul sito si possono trovare, oltre alle note descrittive delle singole verdure, suggerimenti su come conservarle e cucinarle.</p>
<p>È tuttavia risaputo che coloro che coltivano un orto sviluppano un rapporto di profonda affezione con la loro attività. In questo caso di coltivazione affidata a terzi, come si pongono le due parti in gioco?<br />
Al fine di portare la campagna in città e viceversa nel fine settimana chi “adotta” un orto potrà effettuare di persona una o più visite al proprio appezzamento, nell’ottica di un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco, nonché di controllo della provenienza dei cibi che mettiamo sulle nostre tavole.</p>
<p>Dunque l’appezzamento di terreno costruito on line sarà fedelmente riprodotto dal vero?<br />
Assolutamente sì. Esistono aziende che fanno un altro tipo di discorso: coltivano file su file di ortaggi, in grande numero, e in seguito all’invio di una newsletter invitano i propri clienti iscritti al servizio a ordinare le verdure disponibili nell’arco di quella settimana. La settimana successiva l’offerta cambia – e così via, pertanto non si tratta di verdure coltivate su commissione del singolo utente. Il nostro è un discorso nuovo: in cascina abbiamo a disposizione un’area relativamente vasta di terreno che divideremo in singoli appezzamenti, a seconda delle richieste. È questa la novità: realizzare un orti così come i clienti li hanno progettati da casa con l’impiego della tecnologia.</p>
<p>La vostra attuale proposta nasce su basi solide: un’azienda a carattere famigliare che incontra il progresso e la novità. L’esatto contrario di quello che da fuori sembra la cosiddetta mentalità contadina. Ci parleresti delle vostre origini?<br />
Le verdure del mio orto prende vita a seguito di esperienze professionali assai diverse da parte mia e dei miei fratelli: io ho un passato da psichiatra, mio fratello Paolo è un designer, mentre mia sorella Francesca si è laureata in scienze naturali – ed è forse l’unica ad avere conseguito studi in qualche modo vicini a quanto oggi facciamo tutti. Ma l’azienda, la cascina Pozzuolo di Santhià, appartiene alla nostra famiglia da tre generazioni e da sempre è stata dedita alla coltivazione del riso, che nonostante l’attuale progetto degli orti resterà la principale attività agricola da noi gestita. La volontà di far ritorno in azienda, alla terra, è nel nostro Dna, ma ci stiamo comunque riavvicinando all’ambiente nell’ottica di proporci come una ventata di novità nell’ambito della diversificazione delle culture e della multifunzionalità. Vorremmo offrire alla nostra azienda anche un valore ricreativo, sociale, didattico&#8230; ed è a mio fratello che si deve l’idea di provare a coltivare verdure in modo diverso ed originale.</p>
<p>Qual è stato l’interesse finora dimostrato dalla stampa e dagli utenti?<br />
Giornali, radio ed emittenti televisive, sia locali che nazionali, hanno dimostrato da subito un vivo interesse. Siamo stati invitati a partecipare a importanti eventi fieristici come il “Campus – Salone della Nuova Agricoltura”, che si è tenuto a fine marzo a Torino, e saremo presenti a “La fattoria in città”, che si terrà a Vercelli dal 14 al 17 maggio. Lo scorso febbraio abbiamo partecipato attivamente al convegno “Multifunzionalità in agricoltura”, organizzato dalla Facoltà Agraria di Pisa, ma il nostro progetto è stato presentato anche alla Borsa Internazionale del Turismo a Milano grazie all’interessamento della Fondazione Buon Ricordo. Per quanto riguarda gli “orti in adozione” ci siamo prefissati un numero minimo di adesioni, che a distanza di due mesi dalla presentazione ufficiale del progetto abbiamo già raggiunto. I fruitori sono al momento sia singole famiglie che gruppi di amici, di colleghi, di coinquilini che si uniscono e seminano un orto comune. Non mancano ristoranti e organizzazioni di consumo solidale.</p>
<p>Allora non c’è che dire: siamo al via…<br />
Certo. Nei prossimi mesi sono in programma i lavori di preparazione del terreno, la realizzazione dell’impianto d’irrigazione e la messa a dimora dei primi ortaggi. Prevediamo la consegna della prima cassetta di verdure in settembre. Dal mese di maggio inizieranno le visite in cascina.</p>
<p>E a livello ambientale come vi comportate con gli scarti?<br />
Gli scarti che avremo in azienda saranno quelli derivati dalle verdure che trasformeremo in compost. Stiamo a tale proposito cercando di attivare un vero e proprio “servizio compost”, prelevando gli scarti delle verdure dai nostri clienti: li riporteremmo da noi, in cascina, per trasformarli appunto in apposite compostiere da utilizzare come concime. In parole povere, stiamo cercando di ricreare quello che era l’orto nella concezione dei nostri nonni, con alcuni accorgimenti dell’era moderna. Da una parte, infatti, gli orti verranno coltivati secondo metodi naturali, dall’altra ci è parso utile e innovativo adottare la tecnica della pacciamatura con teli di Mater-bi (materiale biodegradabile derivato dall’amido di mais), con l’utilizzo di un impianto di irrigazione ad hoc (per il risparmio idrico), concimi organici e nessun impiego di OGM. Tutto nel rispetto della natura e dell’uomo.</p>
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		<title>Design EcoSostenibile &#8211; di Alessia Bossi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 08:29:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[12 - aprile 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cambiamento climatico, l&#8217;inquinamento ambientale e le fonti di energia rinnovabile sono
attualmente questioni che ci coinvolgono da vicino ed è sempre più importante che ciascuno di noi, nel privato, dia un supporto concreto a favore di queste cause. Sensibilizzare ed adoperarsi singolarmente in piccoli gesti, sono i passi che conducono al concretizzarsi di una svolta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=909&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-910" title="image" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/04/image.jpg?w=392&#038;h=312" alt="image" width="392" height="312" />Il cambiamento climatico, l&#8217;inquinamento ambientale e le fonti di energia rinnovabile sono<br />
attualmente questioni che ci coinvolgono da vicino ed è sempre più importante che ciascuno di noi, nel privato, dia un supporto concreto a favore di queste cause. Sensibilizzare ed adoperarsi singolarmente in piccoli gesti, sono i passi che conducono al concretizzarsi di una svolta di questa situazione e preparano la strada verso un futuro più responsabile e sostenibile.<br />
Alcuni designer hanno lavorato con l’idea di realizzare, a questo scopo, i prodotti di maggior utilizzo ed a maggior impatto inquinante aggiungendo originalità e praticità, ma soprattutto il carattere ecologico dei materiali utilizzati. Queste iniziative sono tutte appelli ad agire e dimostrazioni di fiducia nel domani. Allo stesso tempo sono idee talvolta semplici, altre volte più complesse che si possono replicare nel privato, per contribuire di persona alla salvaguardia dell’ambiente con piccoli gesti pratici, ma contenenti anche elementi di gusto estetico.<span id="more-909"></span><br />
Cosa succede, allora, quando il design, ovvero l&#8217;idea di un prodotto dal profilo estetico in cui si rintraccia una specifica corrente artistica, è coniugato secondo l&#8217;utilizzo di materiali cosiddetti &#8220;eco&#8221;? Si assiste alla nascita di prodotti che offrono differenti caratteristiche sia estetiche che semantiche. Un esempio è la 360° Paper, la prima bottiglia per acqua realizzata in carta, un progetto ideato per far fronte alle tonnellate di bottiglie che si accumulano nelle discariche. L&#8217;idea è, infatti, di sostituire i tradizionali contenitori con un prodotto riciclato, riciclabile e biodegradabile al 100%, la carta appunto. Parte interessante del packaging risulta essere lo studio del tappo, dove una volta aperta la bottiglia questo elemento ellittico si divide in due parti, una da incastrare alla base del collo della bottiglia che aiuta a versare l&#8217;acqua, mentre l&#8217;altro agganciato a pressione all&#8217;anellino alla destra funge da tappo.</p>
<p>Un altro strano ed allo stesso tempo efficace esempio di come il design e la sostenibilità dell&#8217;ambiente possano convivere, nasce dalla confezione a forma di tetraedro messa a punto da Tetra Pack nel 1851 che fino a qualche decennio fa si trovava sugli scaffali dei nostri supermercati ed è tuttora ancora in uso in Giappone. Trash Pack è, infatti, un sacchetto di carta per la raccolta dei rifiuti che sta in piedi senza bisogno di altro sostegno, grazie alla sua forma piramidale. Il foro tondeggiante è studiato per le bottiglie, ma anche per evitare la dispersione del contenuto. Funzionale ed ecologico, ma meglio evitare che prenda la pioggia!</p>
<p>Se pensate che il 2009 sarà l&#8217;anno del vostro pollice verde, allora, questo gadget è ciò che fa per voi. Il Botanical Printable Calendar, le cui pagine sono interamente prodotte con materiali riciclati, è biodegradabile al 100% e non solo&#8230; è un calendario da piantare perchè i fogli contengono semi, ed alla fine di ogni mese basterà sotterrare il foglio, innaffiare e&#8230; aspettare! Vi aiuterà a veder fiorire il vostro balcone, stagione dopo stagione, tutto l&#8217;anno.<br />
E’ curiosa l’espressione estetica del concetto di ecologia elettrica, dove l’idea di sostenibilità dell’ambiente è riprodotta dalla sua struttura esteriore. In questo caso assumono rilevanza, non solo il consumo di energia, ma tutto il processo, dalla realizzazione del prodotto alla sua incidenza sull’ambiente e dalla  produzione allo smaltimento. E’ questa l’idea che ha ispirato il marchio Liquidesign che ha ideato una lampada creata a partire da un comune sacchetto di carta marrone. Il profilo di un oggetto luminoso è disegnato sul fianco della busta e permette un gioco di trasparenze. Risultato: nessun materiale da smaltire.<br />
Stesso concetto e stessa ispirazione per d:light, una confezione di cartone che contiene una lampadina e svolge tre funzioni: è il packaging che contiene il bulbo all’acquisto, è un coprilume divertente ed è anche il contenitore per buttare la lampadina una volta esaurita.<br />
Un design eco-sostenibile è possibile anche in cucina. Il progetto Lunckbox, ad esempio, consiste in una serie di tre contenitori per pranzo al sacco, i quali sono distinti al loro interno da una “apparecchiatura” ad hoc per ogni tipologia. Si può scegliere tra diversi stili “Healthy”, “Satisying” e “Childrens”. 100% originale e 100% riciclabile!<br />
Anche il food design associato a progetti ludici si arricchisce sempre di più di nuove idee interessanti.<br />
Non poteva non arrivare dalla Svezia questo oggetto simpatico e divertente. Si tratta di Gingerspoon, un cucchiaino fatto interamente di pan di zenzero e quindi completamente commestibile. Ottimo inzuppato in molte bevande per un connubio di sapori perfetto. Non sarà un prodotto estremamente originale, ma di sicuro sarei felice di vederlo arrivare insieme al caffé o al punch…<br />
Un altro strambo esperimento di food design sono le vetture Kamaboko provenienti dal Giappone. Sicuramente non convinceranno gli Occidentali a lasciarsi provare, ma sono una deliziosa trovata per rendere il pasto un momento emozionante ad alto tasso di creatività, con il quale riempire la pancia e l’immaginazione. Peccato che sia una leccornia tipicamente giapponese, ottenuta dall’impasto di diversi tipi di pesce e realizzata col design ludico e divertente di automobiline commestibili, per giocare mangiando.</p>
<p>Il termine design, come accezione più comunemente radicata, è usato per definire il profilo estetico di un prodotto d’arredamento. Pertanto, in questa categoria risulta facile trovare oggetti che trovano sfogo nella realizzazione di prodotti che all’estetica del prodotto uniscono la sensibilità del consumo.</p>
<p>Il  “Cutting Table No. 1” è un tavolo per designer fatto interamente di cartone.<br />
Grazie ad una struttura modulare, questo tavolo è facile da trasportare, montare, riutilizzabile ed interamente smaltibile.<br />
Un’idea originale per il salotto e per espositori itineranti.<br />
Un metodo innovativo per arredare la casa con materiali economici e dal minimo impatto è quello di sfruttare il nuovo trend, ovvero utilizzare gli adesivi in vinile. Ce ne sono per tutti i gusti, per tutti gli ambienti e potrete trovarne svariati sul sito http://www.tastysuite.com. Tra quelli proposti, simpaticissimo è il Coat Tree, un appendiabiti da parete che s’inserisce nella generazione degli sticker che inventano giochi prospettici con la terza dimensione e uniscono il decoro alla funzionalità. Lo sticker è in vinile, i ganci appendiabiti in legno.<br />
Forse non esiste modo più ecologico ed economico per fare design, come quando da un’azione banale e quotidiana nasce un decoro. E’ questa l’idea del progetto Sakurasaku glass, set di bicchieri di vetro dalle diverse dimensioni la cui base è a forma di fiore. E’ questo dettaglio che li rende speciali, infatti, il segno lasciato dalle bevande al loro interno creerà dei disegni di fiori sul piano d’appoggio.</p>
<p>È eco-sostenibile ciò che porta a far agire l&#8217;uomo in modo che il consumo di risorse sia tale che la generazione successiva riceva la stessa quantità di capitali ecologici che noi abbiamo ricevuto dalla generazione precedente. Pertanto, facendoci catturare dalle forme strambe e dalle invenzioni audaci di prodotti eco-sostenibili, possiamo almeno aiutare a mantenere il mondo in uno stato non peggiore di come è stato consegnato nelle nostre mani.</p>
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