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	<title>Nella Nebbia &#187; 13 &#8211; maggio 2009</title>
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	<description>Rivista mensile con uno sguardo trasversale sull'arte</description>
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		<title>Nella Nebbia &#187; 13 &#8211; maggio 2009</title>
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		<title>LARS VON TRIER, UN ANTICRISTO A CANNES di Paolo Campana</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 12:28:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-1050" title="LARSVONTRIER-high-by_JAN_BUUS" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/06/larsvontrier-high-by_jan_buus.jpg?w=429&#038;h=510" alt="LARSVONTRIER-high-by_JAN_BUUS" width="429" height="510" />Grande attesa al Festival di Cannes che si svolgerà dal 13 al 24 maggio, per il nuovo film di Lars Von Trier in cui, il regista assicura, si vedrà scorrere il sangue. Dopo l’esilarante commedia, Il Grande Capo (2006), il cinema del regista danese segue un nuovo cambio di rotta, questa volta verso l’horror. In realtà non avviene nulla di nuovo se si considera la propensione dell’autore ad aprire la porta al lato oscuro e al soprannaturale. Questa attitudine era già apprezzabile nel suo secondo film, Epidemic (1987), in cui gli stessi attori recitavano sotto ipnosi o nella serie televisiva The Kingdom (Il Regno &#8211; 1994), una sorta di anti E.R. in chiave parapsicologica (a cominciare dal provocatorio trailer), dove il mistero percorre un immenso ospedale mettendo a nudo, con il linguaggio del thriller, la vita dei medici, i loro errori, le loro debolezze ed un rapporto conflittuale con i pazienti.<span id="more-1049"></span></p>
<p>L’abilità che fa di Lars Von Trier un autore a 360°, è quella di passare da un argomento all’altro con disinvoltura, cambiando drasticamente registro espressivo, linguaggio e genere.<br />
Dall’affascinante ossessione per l’estetica dell’immagine di Europa (1991), alle sperimentazioni realiste del manifesto Dogma con Idioti (1998), al musical modernista di Dancer In The Dark, agli schematismi scenografici teatrali concettuali di Dogville (2003) e Manderlay (2005), Lars Von Trier è uno dei pochi registi che fino ad ora è riuscito a confrontarsi in maniera estremamente consapevole con tutti i mezzi espressivi del cinema e della televisione.<br />
Dal videoclip allo spot pubblicitario al documentario, allo stesso cinema «porno» (ricordiamo il manifesto della sua casa di produzione, la Zentropa, per proporre film a luci rosse in cui fossero &#8220;…enfatizzati i sentimenti, le passioni, la sensualità e l&#8217;intimità&#8221;), Lars ha sempre ricercato un’estetica che avanzasse di pari passo con un bisogno etico profondo.</p>
<p>Antichrist, titolo della nuova pellicola, narra di una coppia che dopo aver improvvisamente perso il proprio unico figlio, decide di passare un periodo in un rifugio di loro proprietà nella foresta dell’Eden. La moglie, interpretata da Charlotte Gainsbourg, è in preda a forti attacchi di panico e il marito, impersonato da Willem Defoe, è uno psichiatra che cerca di guarirla cercando una risposta alla loro tragedia.<br />
Questa non si fa attendere a lungo. In un clima di crescente tensione, la terapia degenera ed i due si convincono che la natura del mondo, così come quella dell’uomo, sia in realtà malefica e sia emanazione del demonio stesso. A questo punto della storia la razionalità lascia il posto al panico e si trasforma in selvaggia brutalità. Sesso, senso di colpa, immaginario religioso…<br />
A giudicare dalla trama, il film si annuncia cupo, agghiacciante e oltre ogni immaginazione. Già si parla dell’inquietante scena di sesso di sei minuti che apre il film. Per vedere chiaro bisogna però andare oltre i soliti clamori pre-festivalieri. Chi conosce Lars Von Trier, sa che il suoi film cercano nella storia un pretesto per andare a scandagliare i più oscuri meandri dell’animo umano. La lettura metaforica quindi è d’obbligo. Mettendo in scena l’angoscia del vivere del presente con il suo relativo istinto alla sopravvivenza, Lars Von Trier intende mettere in crisi lo spirito conformista del perbenismo che domina nella società e provocare una scossa alle illusioni di chi non vuol vedere.<br />
Ciò che racconta il regista danese è un mondo in cui dopo aver fatto a pezzi la fede (quella stessa fede che guidava alcuni dei suoi personaggi de Le Onde del Destino e Dancer In the Dark), l’unico modo per salvarsi è quello di sposare le regole di una natura maligna e degenerata.<br />
Antichrist sarà certamente un film crudele e Lars Von Trier, riemerso dalla sua depressione durata quasi tre anni, sarà sicuramente accusato d’essere immorale ma forse l’unica sua colpa è di saper cogliere il sentimento della contemporaneità mettendo ancora una volta il dito nella piaga. Per dirla con parole sue, “La vita è fatta di due semplici cose: il bene e il male”, ma forse non è proprio solo così…</p>
<p>Visioni limitrofe:<br />
Su youtube: 	trailer for Lars von Trier&#8217;s &#8216;Anti-christ&#8217; *HD*<br />
trailer di The Kingdom (Lars Von Trier &#8211; The Shiver)<br />
Nocturne &#8211; Lars Von Trier (short film clip)</p>
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		<title>Torino si tinge d’Argento: il Maestro dell’horror all’ombra della Mole &#8211; di Laura Albergante</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 09:07:52 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[13 - maggio 2009]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-1034" title="fondo" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/fondo.jpg?w=283&#038;h=425" alt="fondo" width="283" height="425" />“Ero giovanissimo, un bambino. Venni a Torino con mio padre, che doveva andarci per lavoro. Arrivammo di sera, pioveva, e subito la trovai una città bellissima. Aveva appena piovuto, le strade riflettevano la luce di questi lampioni, queste luci gialle&#8230; le strade luccicavano. Mi piaceva molto, aveva un’aria malinconica e nello stesso tempo inquietante. Non pensavo che avrei mai fatto il regista, ma ero sicuro che Torino sarebbe stata una città ideale per girarci dei film, anche se non conta la città in se stessa per rendere più o meno pauroso il film, perché dipende da come la si inquadra, da come la si illumina”.<br />
Poche frasi nelle parole di Dario Argento, regista romano con all’attivo più di venti film, per descrivere un amore duraturo, ma incostante come quei colpi di fulmine irresistibili portati avanti con passione infinita, alternati da tradimenti e da ricongiunzioni con le lacrime agli occhi.<br />
Classe 1940, cresce nell’ambiente cinematografico grazie ai genitori: il padre, Salvatore Argento, perugino di origini siciliane, è un funzionario dell’Unitalia diventato produttore cinematografico, la madre, la brasiliana Elda Luxardo, è una fotografa di moda.<span id="more-1033"></span><br />
Il debutto dietro la macchina da presa avviene nel 1970, con L’uccello dalle piume di cristallo. Il film, accolto molto tiepidamente alla sua uscita, si trasforma rapidamente in un grande successo, incassando più di un miliardo di lire. La pellicola, fondante per il genere “giallo-thriller”, che genererà negli anni successivi innumerevoli epigoni ed imitazioni, contiene quasi tutti gli elementi che contribuiranno a definire la particolarità, se non unicità, del cinema argentiano: le tecniche di ripresa, l’attenzione maniacale per la fotografia (tonalità di certi colori, soprattutto il rosso; luci, inquadrature), l’ossessione per i dettagli e per i rumori, amplificati; i dialoghi ridotti all’osso; il senso di alienazione che circonda i protagonisti, eroi solitari, emarginati. Il gatto a nove code, del 1971, è la prima pellicola girata nel capoluogo piemontese. “Il film è stato girato a Torino per via di una promessa che mi ero fatto da adolescente, quando venni per la prima volta in questa città con mio padre: sentii che era molto interessante da descrivere, mi impressionò molto. […] Il primo film ebbe molto successo, anche negli Stati Uniti, allora dissi che il secondo film, Il gatto a nove code, l’avrei girato a Torino perché era lì che volevo farlo. […] Sono stato molto felice di scoprire questa città con le sue architetture, le sue piazze, le sue leggende, le sue leggende metropolitane&#8230; È una città bellissima e interessantissima, per me è come Cinecittà con scenografie già costruite”. Torino è riconoscibile in molte scene: a Porta Nuova, “riqualificata” e inaugurata nel febbraio 2009, si consuma uno degli omicidi del film. Vediamo Piazza Statuto, situata nella zona centrale della città. In epoca romana questa parte della città, che si trovava ad occidente, dove tramonta il sole e iniziano le tenebre, era considerata una zona infausta; per questo motivo fuori dalla <img class="alignleft size-full wp-image-1035" title="torino01" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/torino01.jpg?w=340&#038;h=227" alt="torino01" width="340" height="227" />Porta Segusina venivano giustiziati i condannati e sepolti i defunti. Questi precedenti storici sono alla base della diffusa credenza che la piazza abbia un qualcosa di malefico. Le leggende sulla Torino magica narrano che in Piazza Statuto si trovi il punto in cui cade il vertice del triangolo della magia nera (gli altri sarebbero a Londra e San Francisco). Sempre secondo chi crede nelle forze occulte, a Torino si troverebbe anche uno dei vertici del triangolo della magia bianca, assieme a Praga e Lione. Sicuramente queste leggende hanno affascinato la fertile fantasia di Dario Argento, alla ricerca di atmosfere e di suggestioni seduttive, irrazionali. Anche Piazza Castello appare nel film. Progettata nel Cinquecento da Ascanio Vitozzi, vi si affacciano Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Teatro Regio e molti altri siti importanti.<br />
Sempre nel 1971, Argento gira a Torino Quattro mosche di velluto grigio. Sono visibili il ponte Regina Margherita, Piazza Castello, la Galleria Subalpina e la Galleria Umberto I. E’ la terza e ultima parte della trilogia “degli animali”.<br />
Dopo la parentesi storica di Le cinque giornate e dopo aver girato alcuni lungometraggi per la RAI, Argento ritorna al giallo intriso di sangue con il suo film più famoso, brillante per sapienza tecnica e golosa creazione di suspence: Profondo rosso. Uscito nel 1975, gli esterni sono stati filmati quasi interamente nella città sabauda, anche se la pellicola è ambientata fittiziamente a Roma. Qui vediamo l’“ossessione architettonica” argentiana prendere forma: alle strade ed ai palazzi torinesi si mescolano affascinanti riferimenti pittorici. Il Blue Bar, costruito appositamente nella piazzetta C.L.N., riprende Nighthawks, un celebre quadro di Edward Hopper. Lo stesso luogo vede due dei protagonisti dialogare in notturna sullo sfondo dei monumenti che rappresentano allegoricamente il Po e la Dora Riparia. La fascinazione per lo stile Liberty del primo Novecento si concretizza nella scelta di villa Scott, situata sulle colline torinesi, progettata da Pietro Fenoglio nel 1902. Il modernismo italiano, che a Torino ha alcuni dei suoi vertici, “ruba” le sue caratteristiche stilistiche più importanti alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”. Ma non si parla di solo Liberty: c’è posto per il barocco del Teatro Carignano, uno dei teatri più importanti della città, situato nell’omonima piazza e per la Galleria San Federico, dove si trova lo storico cinema Lux.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-1036" title="torino02" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/torino02.jpg?w=340&#038;h=227" alt="torino02" width="340" height="227" />Dal 1975 in poi, Dario Argento diventa sempre più famoso in Italia e all’estero: il suo nome diventa semplice garanzia di paura. L’allontanamento da Torino è un’enorme ellissi temporale di ventisei anni, che tuttavia permette ad Argento di ritornare sui suoi passi, come uno dei suoi killer, per mostrarci alcuni scorci inediti in Nonhosonno: “In questo caso ritraggo una Torino diversa rispetto al solito: la vedo come una città misteriosa, più piccola; è la Torino vera, cioè quella delle case, dei portoni che si aprono su bellissimi giardini, delle scale di marmo che conducono in appartamenti da scoprire”. Nel 2005 Argento torna per girare Ti piace Hitchcock, inizialmente concepito per la RAI. Filmato nel quartiere Crocetta, è uno dei suoi primi film interamente torinesi. Due anni dopo è la volta de La terza madre, ideale conclusione della trilogia delle Tre Madri, iniziata con Suspiria e proseguita con Inferno. In questi mesi si stanno concludendo le riprese di Giallo, sempre nel capoluogo piemontese: c’è da scommettere che anche questa volta non mancherà l’amore per la città, vista con infinita passione nei suoi scorci più caratteristici e plasmata dalle invenzioni di un talento visionario. “Il mio ritorno a Torino vuole essere anche un contributo affinché i giovani amanti del cinema possano continuare a lavorare nella loro terra, e perché il cinema continui ad avere in Torino una casa ideale”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1037" title="torino03" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/torino03.jpg?w=340&#038;h=227" alt="torino03" width="340" height="227" /></p>
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		<title>MODA AMORE E PRIMAVERA &#8211; di Veronica Gallo</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 12:27:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[13 - maggio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Camminavo per Torino, ieri mattina, e finalmente mi sono accorta dell’arrivo della primavera. La sensazione è giunta al mio naso come un insieme di profumi di fiori anche in mezzo al traffico, ha toccato la mia pelle già un po’ accaldata, si è spalancata ai miei occhi dalle vetrine con i primi timidi costumi da [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=1022&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-1023" title="palloncino intero" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/palloncino-intero.jpg?w=306&#038;h=454" alt="palloncino intero" width="306" height="454" />Camminavo per Torino, ieri mattina, e finalmente mi sono accorta dell’arrivo della primavera. La sensazione è giunta al mio naso come un insieme di profumi di fiori anche in mezzo al traffico, ha toccato la mia pelle già un po’ accaldata, si è spalancata ai miei occhi dalle vetrine con i primi timidi costumi da bagno e soprattutto è giunta alle mie orecchie, non tanto sotto forma di cinguettio di uccellini, quanto di risate di innamorati.<br />
Alla veneranda età di 35 anni penso ancora che la primavera sia la stagione degli amori, e che la nostra evoluzione non sia andata tanto più in là del gallo forcello, che fra qualche settimana sfiderà i suoi simili in antelucane arene per la supremazia del territorio e la scelta delle femmine. Ovunque mi sembrava di sentire parole d’amore, risate di ragazze, appassionate conversazioni al telefonino. E proprio le ragazze mi fanno sentire la prepotenza dell’amore primaverile. Tanti anni fa un amico mi disse che la primavera per lui erano leggiadre fanciulle in abiti a fiori. <span id="more-1022"></span>“Guarda” mi diceva mentre camminavamo nei chiostri dell’Università, “anche le più sportive sciolgono i capelli. Amo maggio: le ragazze finalmente tolgono le calze!” Spero di non deluderlo dicendogli che sciogliere i capelli in primavera dipende soprattutto dal fatto che l’aria al mattino è ancora fredda, le sciarpe sono fuori luogo ed una chioma al vento può aiutare. Quest’anno poi non toglieremo neppure le calze, visto che gli stilisti hanno decretato che dovremmo portarle anche a Ferragosto (un po’ come anni fa ci dissero di andare a gambe nude a Capodanno!). E’ indubbio, però, che in maggio ci si vesta sempre meno di nero, che si abbia voglia di togliere piuttosto che di mettere e che si sia più propensi all’amore.<br />
E visto che parliamo d’amore, come ci si veste per conquistare? Regole generali, è ovvio, non ce ne sono, basilare sarebbe comprendere il carattere e le abitudini della preda , salvo poi scoprire che lo sportivo per eccellenza impazzisce per gli abiti scollati e l’assicuratore in giacca e cravatta vi sogna coi pantaloni della Think Pink; quando l’oggetto del desiderio è entrambe le cose (sportivo ed assicuratore) vi toccherà avere un armadio come il mio!<br />
Scherzi a parte, il vestito migliore per sedurre è il vostro preferito, fosse anche una tuta: fatevi consigliare dalle amiche per cerimonie, esami e colloqui di lavoro, ma mettete per il primo appuntamento solo il vostro capo cult. Solo così sarete davvero a vostro agio. E poi, in tutta onestà, se è quello giusto vanno a farsi benedire abbinamenti di colore e pure stagioni: il mio primo appuntamento col destino è avvenuto in dicembre ed ero uscita con dei jeans ed una camicia granata causa partita della squadra del cuore. Eppure mi ha baciata lo stesso!<br />
Sì, avete ragione, sono caduta nello stucchevole, ma del resto è maggio, i mandorli sono in fiore, l’amore è nell’aria…</p>
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		<title>STUDIOKABOOM &#8211; Ovvero: un anno “Nella Nebbia” &#8211; di Gianluca Mercadante</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 09:58:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-1018" title="abbey" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/abbey.jpg?w=500&#038;h=433" alt="abbey" width="500" height="433" />Non ci credo che mi tocca farlo davvero. Mentre attendo l’ascensore al piano terra della Camera di Commercio di Vercelli e una volta entrato pigio senza esitazioni il bottone per salire al sesto piano, sequenza di tempi e gesti che da alcuni mesi compio di frequente, rifletto già su cosa potrò scrivere di convincente nel cappello introduttivo all’articolo che ho accettato di realizzare per il tredicesimo numero di “Nella Nebbia”. Questo numero. Questo articolo.<br />
Al sesto piano della Camera di Commercio di Vercelli, io, la prima volta, ci sono salito quando il free-press culturale per il quale sto scrivendo era una creaturina di appena due mesi. Adesso che “Nella Nebbia” ha superato l’anno di vita, ospitando in ogni numero personaggi e realtà di spicco nell’ambito culturale delle nostre zone, abbiamo deciso di mostrare ai lettori dove si costruisce, fisicamente, il nostro giornale.<span id="more-1017"></span><br />
Non so chi ha tirato la monetina. So chi ha ricevuto la telefonata e ha detto ok, ci sto.<br />
Le porte dell’ascensore si aprono con una specie di singhiozzo. Ecco altre due cose di cui posso dirmi certo: dovrò innanzitutto uscirne, e fin qui è un dettaglio abbastanza ovvio, ma poi svolterò subito a sinistra. E a questo punto, su ambedue i lati del corridoio, sarebbe impossibile distinguere l’una porta dall’altra, se non grazie alla presenza di piccoli cartelli rettangolari, fissati in alto, che recano ognuno un nome diverso.<br />
Il luogo del delitto, per quanto riguarda “Nella Nebbia”, si chiama StudioKaboom. L’ufficio è di modeste dimensioni, parrebbe quasi incastonato a forza nella rigida planimetria dell’edificio, ma è  proprio qui che una fucina di giovani creativi non cessa neppure per un istante di sfornare nuove idee – e non si tratta di cameratismo: è sufficiente un’occhiata al sito (http://www.studiokaboom.it) per rendersene conto.<br />
Beh, il cappello è finito. Me ne accorgo perché qualcuno, dall’altra parte della porta giusta, ha risposto “avanti” alla mia bussata.<br />
Dunque, si va a incominciare. Anzi: a retrocedere.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1019" title="nostra" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/nostra.jpg?w=342&#038;h=510" alt="nostra" width="342" height="510" />Perché mai da uno studio grafico che produce fumetti e packaging discografici, passando per calendari e biglietti da visita, dovrebbe nascere un progetto come “Nella Nebbia”?<br />
Nel nostro piano d’impresa era previsto che al terzo anno di attività avremmo creato una rivista e ci piaceva l’idea di renderla gratuita. A Vercelli non esisteva nulla del genere e Vercelli, essendo città d’arte, secondo noi necessitava di un servizio simile.</p>
<p>Dunque StudioKaboom è in questo senso che, stando al sito, “ascolta, pensa, sperimenta, realizza”?<br />
Il nostro lavoro pone le sue basi sulla pura creatività e le specifiche preparazioni di ognuno ci danno modo di relazionarci con qualsiasi tipo di utenza, non a caso amiamo sperimentare. Luca Martinotti era art-diretcor per le riviste K-Code, All Music Magazine e Goo!, dunque la grafica editoriale è sempre stata la sua materia di principale competenza. Luca Mainardi si occupa invece della parte web (dalla programmazione al design), mentre Cristiano Carpo rappresenta l’aspetto commerciale. Infine ci sono io, Marco Guerrieri, che contribuisco come disegnatore. Sebbene ogni frammento dell’organismo sembri così ben suddiviso, il lavoro in realtà ci porta di volta in volta a compenetrare fra loro ogni tipo di esperienza, per cui tutti finiscono col fare tutto, pur mantenendo integro il proprio ruolo.</p>
<p>Come funziona realmente un free-press?<br />
Tranne la stampa, che affidiamo ad un fornitore esterno, tutto il giornale viene gestito all’interno di StudioKaboom, secondo la nostra metodologia di lavoro già sperimentata e per noi convenzionale. Io mi occupo dei contenuti, distribuisco gli argomenti da trattare ai vari collaboratori – i quali, ben inteso, restano liberissimi di offrire a loro volta idee, spunti, suggerimenti per trattare i singoli articoli. Non necessariamente i propri, perché a un anno di distanza possiamo dire che “Nella Nebbia” è diventato un giornale di squadra, dove ognuno si esprime, e arricchisce gli altri, senza porre in rilievo sempre e solo il proprio lavoro. Il resto è abbastanza intuibile.</p>
<p>Qualcuno ritiene però che un giornale gratuito pesi sulle tasche del cittadino.<br />
“Nella Nebbia” vive solo dei proventi ricavati sulle vendite delle inserzioni pubblicitarie, tant’è che spesso la foliazione cambia: il giornale si espande o si assottiglia, a seconda dei periodi. Per esempio, gennaio e agosto sono i momenti in cui questo effetto si percepisce in maniera drastica, ma questo non sarebbe un mistero per nessuno se si facesse più caso a quanti cartelloni pubblicitari restino sgombri, nel frattempo. La stessa situazione, specularmente, coinvolge il nostro giornale. Dunque non solo “Nella Nebbia” non pesa affatto sulle tasche del cittadino, ma nelle nostre intenzioni c’è stato subito, dall’inizio, il desiderio di essere motivo di svago, andando a costruire una rivista nella quale ogni età, ogni cultura, ogni singolo trovasse il suo articolo su misura.</p>
<p>Se dovessi quindi definire un giornale così, che ad un anno dalla nascita si è mantenuto tanto riconoscibile quanto variegato nei contenuti, quale parola useresti?<br />
Figo. Pettinato. Divertente. Perché di numero in numero riparte daccapo la caccia ai temi nuovi, all’artista magari sconosciuto, ma di indubbia qualità, al personaggio vercellese o biellese di spicco in ambito artistico, e rendersi conto attraverso questa ricerca quale sia l’enorme potenziale della zona.</p>
<p>Ma allora perché proprio l’arte e la cultura? Se si fosse trattato soltanto di evidenziare potenzialità umane, sarebbero andati altrettanto bene campi diversi.<br />
Vercelli e Biella sono due città predisposte all’arte. Il mio dubbio alla base del progetto era che il cittadino locale non ne usufruisse a sufficienza, forse perché anche un po’ bloccato dalle nicchie culturali, che pure sono una realtà: un esempio per tutti è stato proprio il fenomeno Guggenheim, magistralmente organizzato dall’amministrazione comunale, tanto da portare molti appassionati, da fuori, a visitare sia la mostra che la città. Il mio dubbio era appunto questo: ma la sciura Pina? Lo saprà cos’è il progetto Arca, la sciura Pina? M’illudo di credere che un giornale gratuito le possa essere servito.</p>
<p>E spostare l’orizzonte altrove?<br />
Ci siamo chiesti anche noi ripetute volte se fosse il caso o meno di trasferire la nostra attenzione altrove – e, fatalmente, privarne un po’ il vercellese. Tuttavia modificare l’attuale distribuzione (Biella, Borgosesia, Gattinara, Novara, Santhià, Torino, Varallo e Vercelli), optando per l’ipotesi di una rivista nazionale, vorrebbe dire fare un giornale diverso, totalmente diverso, venendo meno rispetto al servizio che stiamo offrendo. La cosa che ci ha più colpiti è stato il forte afflusso di feedback, dal primo giorno di uscita. Abbiamo addirittura degli abbonati, caso più unico che raro nell’universo dei free-press, e riceviamo quotidianamente complimenti, critiche, sollecitazioni, nuove richieste di collaborazione, telefonate di artisti che ci chiamano di loro spontanea volontà perché desiderano intervenire sul nostro giornale.</p>
<p>Dunque quale sarà il futuro?<br />
Sperare di raggiungere sempre più lettori, cercando di lasciar loro intendere che non è necessario essere degli esperti per fruire dei linguaggi artistici, ma è più facile accostarsi a certi mondi con la curiosità del neofita ed il divertimento del ragazzino. Un po’ come facciamo noi, di mese in mese.</p>
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		<title>Dentro la Musica &#8211; intervista ad Alessio Bertallot &#8211; di Teo Segale</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 14:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[13 - maggio 2009]]></category>
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Una voce nota quanto il volto, una perseveranza cristallina, un gusto diventato trademark. Alessio Bertallot non ha bisogno di lunghe presentazioni: dalle onde radio di Deejay la sua trasmissione B-Side ha convertito molti al culto della battuta bassa e della fusione di stili in chiave perlopiù elettronica. Musicista hip hop ante-litteram (per l’Italia) e non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=1006&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-1012" title="IMG_1877" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/img_1877.jpg?w=500&#038;h=333" alt="IMG_1877" width="500" height="333" /></p>
<p>Una voce nota quanto il volto, una perseveranza cristallina, un gusto diventato trademark. Alessio Bertallot non ha bisogno di lunghe presentazioni: dalle onde radio di Deejay la sua trasmissione B-Side ha convertito molti al culto della battuta bassa e della fusione di stili in chiave perlopiù elettronica. Musicista hip hop ante-litteram (per l’Italia) e non solo, DJ, VJ, giornalista: la sua Bertallosophie, nome di una serie di ottime compilation uscita qualche anno fa, raccontata partendo dalle sue origini vercellesi.<br />
E&#8217; corretto dire, prima di tutto, che la tua formazione artistica è cominciata proprio a Vercelli?<br />
Se per formazione artistica intendiamo escogitare una via di fuga dalla provincia e dalla provincia del cuore, diciamo che Vercelli ha dato delle ottime ragioni per formarmi fuggitivo attraverso la musica, sì. Sono nato in montagna e cresciuto su un’isola. Non sono mai riuscito a farmi piacere la pianura. Ho bisogno di panorami mossi.<br />
Scendendo un po&#8217; più nel dettaglio, cosa ricordi delle tue prime infatuazioni musicali?<br />
Approcciando la musica suonata nella forma chitarra e voce era naturale che imparassi dai songwriter&#8230; Bob Dylan e Neil Young, prima di tutti, poi Tom Waits, ma anche Bennato, Pino Daniele, poi Crosby, Stills &amp; Nash. Non mi sono mai piaciuti certi cantautori italiani come Guccini (pur rispettandoli, non mi piacevano da suonare) e Rino Gaetano. Anzi , non sopporto la RinoGaetanitudine che sento oggi…<span id="more-1006"></span><br />
Quando hai cominciato ad essere un fruitore regolare di musica, quali erano i tuoi punti di riferimento, in città e fuori? Negozi, locali, persone, artisti, scene, radio, giornali&#8230;<br />
A Vercelli (come in tutta Italia), verso il ‘78, ci fu un’ondata di band che andavano dal punk al rock demenziale. Non c’era liceo o istituto che non avesse quattro o cinque gruppi, e poi c’erano quelli delle compagnie che si trovavano sulle panchine o davanti ai bar. Sorella Maldestra, fra i tanti. Nessuno sapeva suonare, ma si suonava lo stesso. Lo aveva insegnato il punk. Fu un fuoco che durò poco. Ma che lasciò segni indelebili. I punti di riferimento poi, erano i concerti organizzati dal Centro Sociale, il Bar “Da Cecco”, dove molti giovani, musicisti e non, finivano sotto la gigantesca barba di Cecco, che sembrava un ayatollah bukowskiano della pianura. La scuola di musica di Claudio Saveriano &amp; friends&#8230; Frequentavamo poco le discoteche. All’epoca, o eri rocker o eri discotecaro&#8230; Cominciai a fare il DJ in radio: Radio Vercelli, e Radio City poi.<br />
Che ricordi hai del percorso legato alla creazione degli Aeroplanitaliani? E delle persone e dei gruppi che hanno orbitato dentro e fuori il loro fulcro, come Sorella Maldestra, Vernetti e Banda Osiris?<br />
Aeroplanitaliani nacque per lo shock culturale dell’avvento del rap: ebbi la folle (per il 1983) idea di tentare di fare la stessa cosa, ma in italiano. Allora misi i testi di Manzoni e D’Annunzio sulle versioni strumentali dei successi disco e funk. Andavamo in giro Alberto Gandino (di Sorella Maldestra), Sandro Gino ed io a fare concerti voce e dischi, con 5 o 6 pezzi, non di più, di un genere che nessuno aveva mai sentito, neanche in inglese… figurati in italiano, e classico, per giunta! Per qualche periodo furono con Aeroplanitaliani anche Lello Ardizzone e Gianluigi Carlone, della Banda Osiris. Poi arrivò la grande rivoluzione tecnologica nella musica: i primi campionatori e computer e con essi Roberto Vernetti, che abitava a Torino. Aeroplanitailani si trasformò, così come buona parte della musica internazionale si stava trasformando. Ma dovemmo aspettare fino al ‘91 perchè succedesse qualcosa.<br />
Come finì -e poi, a distanza di molti anni, ricominciò- l&#8217;esperienza Aeroplanitaliani?<br />
Finisce e ricomincia in misura direttamente proporzionale alla nostra capacità umana di ritrovarci e di perderci. Non è facile gestire la vita di una band. Non lo dicevano mica le canzoni che suonavo per imparare, all’inizio&#8230;<br />
Ricordi quale fu la genesi esatta dei famosi trenta secondi di silenzio sul palco di Sanremo? Una mossa senza dubbio geniale, ma con un significato comprensibile a tutti.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-1008" title="Bertallot" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/05/bertallot.jpg?w=470&#038;h=539" alt="Bertallot" width="470" height="539" />Fu una battuta. In birreria. Ci avevano proposto di presentare un brano al Festival di Sanremo e noi, che non ci sentivamo di appartenere a quel mondo, rispondemmo: “Ma che ci facciamo noi a Sanremo? Andiamo lì a stare zitti?“. Il difficile fu dare un senso e realizzare questa intuizione. Fortunatamente fummo all’altezza, anche se senza esperienza.</p>
<p>Come hai deciso, successivamente, di dedicarti come attività principale al fare il DJ (e anche VJ!)?<br />
In un periodo in cui avevo in odio la vita da musicista, decisi di prendermi una pausa riprovando con la radio. Funzionò così bene che in breve mi ritrovai a Radio Deejay a fare quello che sognano tutti i DJ: mettere la musica che ti piace. Ritrovai una serenità che da musicista avevo perso. E un certo successo appagante, e molto lavoro da fare. Così, riesco a fare il musicista con molta difficoltà e poco tempo, anche perché imparai a fare il DJ nei club, e scoprii un nuovo mondo  ancora. Sono sempre state la curiosità e la voglia di nuovo a muovermi.<br />
Quale credi che sia stata l&#8217;intuizione che ti ha portato a un livello più alto rispetto a tutti i tuoi colleghi? Una serie di gruppi, un modo di mixare o di selezionare i pezzi&#8230; cosa insomma credi faccia la differenza per chi ti ascolta?<br />
Non esageriamo! Non so se sia a un livello più alto. Forse, se c’è qualcosa di diverso, sta nel fatto che non ho mai fatto la radio come uno speaker o come un giornalista, ma mi sono fatto sempre guidare dalla sensibilità e dallo stile del musicista che c’è in me. Così nella scelta dei dischi, nel modo di parlare, di stare nella musica. Ho privilegiato l’aspetto emotivo a quello del mestiere. E me ne sono sempre fregato di quello che conviene fare: preferisco sbagliare da solo. Modestamente sono cintura nera, in questo.<br />
Dopo tanti anni e migliaia e migliaia di dischi ascoltati, come riesci a mantenere ancora una freschezza critica, ma anche un entusiasmo così evidente?<br />
Perché sento di appartenere a quello che faccio. Perché sento di crearlo io. Perché ci credo come ci credevo quando suonavamo nelle cantine umide di Vercelli. La musica è qualcosa che ti fa capire che la vita non è tutta qui.<br />
Ti capita mai, malgrado la natura sperimentale di B-Side, di dover lasciare dei pezzi fuori scaletta come &#8220;compromesso&#8221; per non sconfinare in suoni troppo duri, sperimentali o avanguardistici?<br />
Certo. Non ho un pubblico ultra-selezionato. Ma è proprio questo il bello, la sfida: riuscire a far amare cose nuove e diverse a chi non sapeva neanche che esistessero. Non è autocensura, ma scelta del giusto vocabolario per farti capire da un pubblico eterogeneo. La mia più grande soddisfazione è quando mi dicono “ascoltavo musica commerciale, mi hai fatto scoprire un mondo”. Gli altri ci sarebbero arrivati lo stesso. Spero di avere fatto almeno un po’ di bene al Paese, in questi anni, con questo sistema. E poi, cosa credi? Neanche io sono poi così sperimentale&#8230;<br />
Come conseguenza di quanto detto prima, ti capita mai di voler tornare ad una dimensione radiofonica e artistica meno estesa e più intima?<br />
Sarebbe un esperimento da provare. Se avessi del tempo in più&#8230;.<br />
Come musicista solista, invece, com&#8217;è il tuo processo creativo? Caotico? Organizzato? Discontinuo, metodico?<br />
Discontinuo. Non amo la dimensione dello studio, e quindi cerco sempre di “scappare fuori” dalle cose che inizio, a meno che non siano dal vivo. Cerco di prender molti appunti, ma quando mi nasce un’idea, spesso, prima che riesca a dargli una forma per comunicarla agli altri, ne sono già stufo. Forse dovrei imparare a suonare.<br />
Tu hai realizzato anche dei remix: come procedi?<br />
Cerco di intuire una seconda natura del brano, giustapponendolo ad altri. Se la cosa funziona nella mente, allora provo a verificarla nella pratica. Alla fine la musica è matematica, cambi l’ordine degli addendi, ma il risultato a volte resta quello.<br />
Tornando a chiudere di nuovo sul luogo dal quale provieni, ti capita spesso di tornarci per DJ set e serate?<br />
Torno a Vercelli per suonare in qualche occasione creata dai ragazzi del progetto Noego, che sembrano avere preso il testimone di quello che era iniziato tanto tempo fa. Fortunatamente esistono ancora questi entusiasmi. E’ la musica, che trasporta, che porta.</p>
<p>www.bertallosophie.com</p>
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