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	<title>Nella Nebbia &#187; 9 &#8211; gennaio 2009</title>
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		<title>Nella Nebbia &#187; 9 &#8211; gennaio 2009</title>
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		<title>Federico Ermirio &#8211; di Guido Andrea</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 10:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Federico Ermirio, genovese, cinquantottenne, studi in architettura e in conservatorio; compositore, una cinquantina di lavori in catalogo: allievo del grande Goffredo Petrassi, si è ben presto rivelato musicista dalla verve personalissima, come mostrano alcuni eccellenti composizioni; da Lumina (1989) per orchestra da camera a Movimento lento, trio per archi fino al recente Inquietum mobile per [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=689&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-690" title="ermirio" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/ermirio.jpg?w=239&#038;h=340" alt="ermirio" width="239" height="340" />Federico Ermirio, genovese, cinquantottenne, studi in architettura e in conservatorio; compositore, una cinquantina di lavori in catalogo: allievo del grande Goffredo Petrassi, si è ben presto rivelato musicista dalla verve personalissima, come mostrano alcuni eccellenti composizioni; da Lumina (1989) per orchestra da camera a Movimento lento, trio per archi fino al recente Inquietum mobile per orchestra.<br />
Da oltre quindici anni l’attività di Federico Ermirio si è anche concentrata ad Alessandria sul Conservatorio “Vivaldi”, di cui è Direttore consapevole dei gravi problemi che affliggono l’attuale cultura musicale. E forse proprio per questo l’istituzione piemontese è oggi tra le più attive e frequentate, in grado di accogliere studenti da tutt’Italia e di offrire corsi tradizionali e specialistici di altissimo livello, spaziando in ogni forma di linguaggio sonoro. In quest’intervista Federico Ermirio si sofferma appunto sulla realtà nostrana, a livello sia italico sia locale, dando un’immagine cruda e veritiera, seria e realistica, di quanto stia accadendo nel ‘Paese del bel canto’.<span id="more-689"></span></p>
<p>Maestro, come definirebbe la sua ricerca musicale?<br />
Non ho particolari percorsi e non ho ismi di appartenenza. Petrassi, con il quale studiai dopo i diplomi in Conservatorio, presso la prestigiosa Accademia di Santa Cecilia, ci invitava a non confondere sperimentare con sperimentalismo; capisce! Mi ritengo equidistante, per intenderci, dalle principali passate e attuali correnti.</p>
<p>Nella sua produzione, ricorrono impieghi di forme strumenti musicali della tradizione colta. Si può dunque parlare di un ritorno a un concetto classico del comporre?<br />
Personalmente rimango fedele alle affezioni che informarono i miei primi lavori. Sono uscito dal bagno strutturalista prima ancora di entrarvi; le correnti neo-barocche, neo-romantiche… mi hanno lasciato indifferente. Ripudio conformismi estetici e mi irritano le categorie che ingabbiano e catalogano secondo concetti privi di senso quali retroguardia e avanguardia. Ogni composizione è un atto concluso, un microcosmo indipendente. Diceva Valentino Bucchi che ogni suo lavoro era la risoluzione di un problema. Riporto una frase (e mi spiace citarmi) tratta dalle note che scrissi per la presentazione di un mio lavoro del 2003, Alata, per violino e orchestra: “(…)la musica non ha bisogno di essere scoperta né inventata. I frammenti sono ed esistono indipendentemente dal nostro interesse nel rinvenirli… Il compositore non può che tentare di fissare ciò che cambia e si trasforma”.</p>
<p>Perché le opere contemporanee sono così poco eseguite da noi?<br />
La contemporaneità è ghettizzata dagli anni Sessanta, relegata in festival e rassegne che hanno il sapore dell’esclusività di maniera. Basterebbe affiancare i repertori e serenamente programmare a trecentosessanta gradi, buttando alle ortiche il timore di perdere pubblico &#8211; alludo agli Enti lirico-sinfonici e non solo, preposti e sovvenzionati con denaro pubblico &#8211; solo perché gli si proporrebbe Haydn ma anche Berio, Ligeti accanto a Brahms come Scarlatti e un compositore quarantenne… Tutto qui! Da noi la Cultura &#8211; soprattutto quella musicale &#8211; la si misura a botteghino e a indice d’ascolto; la si limita e codifica ad aeternum, ingessandola e dimenticando che è anche un servizio socialmente doveroso, assolutamente in divenire. In tal modo il repertorio contemporaneo sarà sempre considerato uno scomodo “altro”, da lasciare prudentemente in ghetti alternativi.</p>
<p>Cambiando un po&#8217; bruscamente argomento, concilia l&#8217;attività di compositore e quella di Direttore di Conservatorio?<br />
Il compositore, più di ogni altro professionista della musica, può rischiare la dimensione dell’auto-isolamento. E se questo fu in alcune epoche passate un elemento non dico di vanto, ma certamente di forte suggestione nell’immaginario collettivo, oggi significherebbe solo un volersi considerare al di fuori della realtà e della vicenda musicale; di quella vicenda musicale che è il riferimento concreto dell’attività professionale e speculativa, il risultato di scelte politiche e sociali, aggiungo… e che non deve sfuggire! Siamo ancora lontani da una consapevolezza condivisa. Il non entrare nel merito della conduzione delle cose della Musica, nell’attenzione vigile, critica e propositiva, è un retaggio non del tutto superato, decisamente anacronistico e improduttivo. È un limite per i musicisti e quindi per la Musica. Sono stato insegnante, prima che Direttore; ma ho anche fatto parte del Consiglio di Amministrazione di un Ente Lirico, battendomi per gli interessi della Musica contemporanea, denunciando sperperi di gestione e cattive economie; ho fondato e guidato per anni una sezione regionale del Sindacato Nazionale Musicisti, scrivendo, contestando scelte e conduzioni artistiche. Era per me del tutto naturale e doveroso.</p>
<p>L&#8217;educazione musicale italiana è un problema alla radice della nostra scolarità? Non è assurdo che di musica si faccia solo un&#8217;ora a settimana nelle medie e nessuna al liceo classico o nei tecnici?<br />
È amaro constatare l’immobilismo italiano. Mancano la volontà e l’impegno per una visione educativa che si decida a mettere su un piano paritario, a partire dalla scuola pre-elementare, la conoscenza di tutte le forme di comunicazione tra individui. L’espressione musicale altro non è se non comunicazione sonora; scopriamo l’acqua calda? Certo! Feriscono arretratezza e disinteresse, inspiegabili quanto causa primaria di una preoccupante deriva sociale e comportamentale, irreparabilmente divorata dal consumismo mercantile che sclerotizza generazioni e generazioni.</p>
<p>C’è però molto entusiasmo nei giovani che studiano in Conservatorio. Che cosa si può fare per mantenere o aumentare tale entusiasmo?<br />
Farli partecipi di quanto si progetta e delle iniziative che tendono verso l’ottimizzazione degli spazi e della calendarizzazione oraria. L’aggiornamento didattico finalizzato a nuove proposte è imperdibile spinta che lo studente recepisce, soprattutto se chiamato quale parte attiva. Nelle ideazioni, egli deve avvertire il concreto apporto per la maturazione di esperienze professionali. Se si sente in un contesto virtuale, pur di eccellenza ma svincolato dalla proiezione sul piano della realtà concreta (uso anche il termine occupazionale), inevitabili saranno i traumi della condizione successiva a quella di studente. Vi è sempre una terra di nessuno che separa la formazione dalla professione. Non dobbiamo ignorarla.</p>
<p>Sempre ad Alessandria, tanti studenti, anche non più giovanissimi, si fanno ore ore di treno al giorno da Vercelli, Santhià, Biella, Genova, Milano, Torino per seguire le lezioni. Alessandria in tal senso ha sempre avuto fama di un buon Conservatorio, anche fuori dal Piemonte. Di cosa può sentirsi fiero al proposito?<br />
Il “Vivaldi” è frequentato da circa un 60% di studenti non residenti. Grazie ai lavori di ampliamento e ristrutturazione della sede sono aumentati gli spazi e il numero delle aule, permettendo quindi a molti iscritti la permanenza in Istituto per studio, per prove, oltre gli impegni didattici. Evitare i tempi morti vuol dire molto. A questo si aggiungano importanti progettazioni educative e di formazione &#8211; i Corsi propedeutici con oltre 120 giovanissimi; Corsi amatoriali serali per adulti &#8211; nelle quali sono stati coinvolti per l’insegnamento giovani selezionati tra gli allievi diplomati e dei corsi superiori. Abbiamo inoltre istituito la figura dell’assistente (sconosciuta nei Conservatori) con bandi di selezione interna, in appoggio ai Corsi strumentali con elevato numero di iscritti.</p>
<p>Esistono gli strumenti per incrementare la partecipazione attiva degli studenti di talento, evitando che il Conservatorio resti solo un luogo di lezioni ed esami?<br />
Sì, questo mi pare il dato saliente e innovativo. Aggiunga naturalmente l’ideazione e la progettazione artistica, spalmata da novembre a luglio. Cicli concertistici, rassegne, festival, master e seminari, aperti all’utenza interna ed esterna, vivacizzano la quotidianità del Conservatorio, coinvolgendo in prima persona allievi, ma anche docenti interpreti, partner esterni, ospiti… In media, oltre un centinaio di manifestazioni annuali, molte delle quali decentrate in Piemonte come in altre regioni. Siamo in sintonia con altre Scuole, Istituzioni e Centri musicali non solo piemontesi, attraverso protocolli di collaborazione che definiscono aspetti didattici e ideativi. Lo scambio è costante e il coinvolgimento di allievi prioritario.</p>
<p>I prossimi impegni da compositore?<br />
Confesso di essere un poco in ritardo sulla stesura di lavori, alcuni su commissione, ai quali tengo particolarmente: un secondo quartetto per archi; un brano per violoncello e orchestra e un altro per orchestra d’archi (un omaggio a Villa-Lobos) e alcune pagine cameristiche. Più in là… l’ultimo segmento di un trittico (prime due parti: Homenagem a uma terra per orchestra del 1996 e Le soleil et son rêve per coro femminile e strumenti del 2000). Sarà per più solisti vocali, un recitante e orchestra, su testi e frammenti di Keplero, Marziano Capella, Neruda, Nejar e altri</p>
<p>E nuove iniziative per il Conservatorio?<br />
Il “Vivaldi” rinnova le progettazioni storiche. Le novità si incuneeranno progressivamente; abbiamo già qualche idea… Vede, la squadra dei docenti più sensibili ed io stesso crediamo nell’Istituto come centro di ideazione permanente. Siamo… in costante allerta!</p>
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		<title>Luigi Ranghino &#8211; di Lorenzo Ottino</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 11:26:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Ci serve un intervista al maestro Ranghino, seimila battute, per lunedì”. Ecco cosa può mandare nel panico uno scrittore, soprattutto se è venerdì e stai pure smaltendo i postumi di una brutta influenza. Così giusto il tempo di una telefonata e mi ritrovo alla sede del Centro Vercelli Musica (C.V.M.) dove il maestro insegna pianoforte, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=686&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-687" title="ranghino" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/ranghino.jpg?w=192&#038;h=340" alt="ranghino" width="192" height="340" />“Ci serve un intervista al maestro Ranghino, seimila battute, per lunedì”. Ecco cosa può mandare nel panico uno scrittore, soprattutto se è venerdì e stai pure smaltendo i postumi di una brutta influenza. Così giusto il tempo di una telefonata e mi ritrovo alla sede del Centro Vercelli Musica (C.V.M.) dove il maestro insegna pianoforte, con il registratore acceso tra me e lui. Per fortuna Luigi Ranghino è uno che il jazz lo vive, lo mastica e lo respira, uno che non riesce a stare sulla stessa traccia più di cinque minuti, deve uscire, sperimentare, improvvisare anche con le parole. E allora, mi sono detto, andiamo, facciamo questa intervista jazz: improvvisiamo.<span id="more-686"></span><br />
Com’è nata la tua passione per la musica? Hai cominciato da bambino?<br />
Ti dirò, parafrasando un famoso scrittore, ho iniziato da bambino pensando di far bene, non so se sia stata la scelta migliore (ride). Comunque si, ho iniziato da bambino. Avevo un pianoforte in casa e puoi immaginare un bambino con uno strumento così: ci giocavo, ci battevo i pugni. Poi ha iniziato mia sorella, di due anni più grande di me, anche se poi ha smesso dopo poco tempo. Io invece sono andato avanti, avevo questa cosa che chiamo “attitudine”. Ero portato insomma, poi avevo la volontà di imparare. E se hai la volontà con un minimo di criterio e di metodo puoi arrivare a livelli ottimi. Questo è un piccolo mio rammarico, perché oggi con le nuove metodologie didattiche puoi arrivare in ancora meno tempo a grandi livelli. E a me come insegnante è questo che interessa, portare la musica dove si pensa che non si possa arrivare, vincendo il limite più grosso che è una specie di paura.<br />
Cosa intendi esattamente?<br />
Ci sarebbe molta più musica in giro se ci fosse una maggiore forma di produzione e partecipazione, e negli anni ho scoperto che questo non implica, come ci hanno sempre fatto credere magari in buona fede, che se non studi sette, otto ore al giorno non arrivi.<br />
Forse un concetto un po’ ottocentesco dell’insegnamento musicale, qualcosa da imparare con disciplina ferrea e metodo<br />
Bravo. Il problema non è certo la disciplina fisica, il tasto di un piano pesa cinquanta grammi e con un sapiente lavoro ti crei una buona manualità, ma non è così impegnativo a livello di tempo. Ci vuole un certo tipo di concentrazione, ma con un lavoro mirato e fatto come si deve un paio d’ore al giorno sono sufficienti. Certo è che le condizioni di oggi sono molto cambiate rispetto a quando io o Claudio eravamo ragazzi (Saveriano, insegnante di batteria del CVM e amico di Luigi &#8211; NdA). Non c’erano tante possibilità di crearsi dei momenti, degli spazi. Ad esempio vedo mia figlia che passa molto tempo a chattare in rete, un modo di socializzare nuovo e né più giusto né più sbagliato di altri. Internet è una piazza enorme dove trovi di tutto, i ragazzi oggi devono essere più bravi a scegliere, a selezionare, mentre per noi era più difficile creare degli spazi nuovi.<br />
Hai iniziato subito col jazz e la classica o anche tu da ragazzo ti sei dedicato al rock e al pop?<br />
Si, indubbiamente si, anche se ai miei tempi non c’erano ancora scuole come questa che hanno indirizzi moderni. All’epoca in Italia stavano nascendo quei generi, dal punto di vista didattico intendo. Non c’erano manuali, non c’erano metodi. Per noi c’erano solo i dischi. Gli insegnanti avevano ancora una formazione strettamente classica, un percorso che era quello degli esami del conservatorio. Il resto ce lo facevamo da noi. Ricordo che mio padre mi regalò un disco di Oscar Peterson (noto pianista Jazz dell’epoca, NdA), che mi colpì molto. Avrò avuto sei, sette anni, la mia non fu sicuramente una scelta intellettuale. Sapevo solo che da grande volevo suonare così, anche se poi crescendo Peterson non diventò il mio pianista preferito (ride). Però si, ascoltavo tanto pop, impazzivo per Elton John, e poi negli anni 70 ci fu il grande “flash” del rock. Conservo ancora gelosamente il vinile del “Made in Japan” dei Deep Purple.<br />
In quegli anni il rock arrivò a sfiorare, a livello intellettuale, generi più colti<br />
Certo, pensa ad esempio alla grande stagione del progressive. Li le mani sullo strumento dovevi essere in grado di metterle, e bene anche. Io avevo un buon orecchio e mi mettevo giù col disco e trascrivevo i pezzi. Non c’erano libri, dovevamo fare tutto noi, tirandoci giù quei lunghi assoli. Il formato Lp dava molto spazio e anche il rock si aprì all’improvvisazione. Erano anni in cui si respirava un clima creativo diverso, nessuno suonava cover, tutti proponevano pezzi originali. Magari le brutte copie degli originali, ma si facevano (ride). Il mio gruppo preferito dell’epoca erano gli Uriah Heep, con cui anni dopo ho finito per condividere il camerino a un grosso spettacolo in Svizzera.<br />
E il jazz quando lo hai riscoperto?<br />
Il jazz lo avevo messo un po’ in “stand-by”, mentre proseguivo i miei studi classici. L’ho riscoperto anni dopo grazie ai pianisti, e grazie al grande Franco D’Andrea (tastierista del progetto pop jazz Perigeo attivo tra il 1972 e il 1981, NdA) con cui ho collaborato 15 anni al Centro Professione Musca di Milano. Lui mi ha incoraggiato ad ascoltare tutto, di tutte le epoche, a valorizzare la mia formazione classica, ad assimilare una tradizione per andare poi avanti grazie alle opere di Jerry Roll Morton o James P. Jonson, e negli anni tra il 1974 e ’75 a Keith Jarret con le sue contaminazioni di jazz e musica leggera. Queste grandi personalità sono state un grosso stimolo per me.<br />
Contaminazioni che oggi sono la norma, il periodo che stiamo vivendo, musicalmente, è fortemente caratterizzato dalla miscela di influenze più diverse.<br />
Certo, ed è qualcosa che fa parte da sempre del DNA del jazz. Il jazz nasce negli Stati Uniti in un momento in cui gli USA erano il catalizzatore di qualcosa che stava succedendo. C’era il nero che cantava la sua misera situazione, l’Italiano che cantava le sue melodie, l’irlandese, il tedesco, eccetera. Nel jazz c’è già una sorta di contaminazione, di fusion “ante litteram”. Oggi mi riesce difficile pensare a un posto dove ci siano energie simili: forse il Pakistan, dove si incontrano spiritualità e culture differenti, anche se lì purtroppo ci sono altri tipi di tensioni.<br />
E oggi? Insegni qui al Centro Vercelli Musica, ti abbiamo visto sul palco in occasioni speciali, come il centenario del primo scudetto della Pro Vercelli. Hai altri progetti?<br />
Oltre a collaborare saltuariamente con dei ragazzi di Vercelli produttori di musica elettronica (il collettivo NoEgo, organizzatore la scorsa estate del festiva Jazz Refound 08, NdA) collaboro fin dagli anni 80 con Jonny Melville, mimo e attore. Con lui ho girato mezzo mondo in una collaborazione che continua tutt’ora e che mi ha permesso di fare esperienze nuove e diverse. Inoltre stiamo per rimettere in piedi un trio con Saveriano e, forse, con Stefano Profeta (contrabbassista di Eugenio Finardi, NdA). E poi sto per mettere a frutto tutti questi anni di esperienza: a Febbraio se tutto va bene registrerò un album di solo piano in un grosso studio di Milano.</p>
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		<title>La cura dell’ex ospedale &#8211; di Marco Pozzo &amp; Annalisa Borgognoni</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 11:17:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[“L’architettura è sempre volontà di un’epoca tradotta in spazio, nient’altro”
Ludwig Mies van der Rohe

L’eccitazione collettiva che pervade la città di Vercelli in occasione delle esposizioni della Fondazione Guggenheim lascia un interrogativo nell’aria: “e dopo?”. La città tornerà ad essere un tranquillo centro di provincia dove l’unico svago possibile è un cinemino al mese e la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=679&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>“L’architettura è sempre volontà di un’epoca tradotta in spazio, nient’altro”<br />
Ludwig Mies van der Rohe</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-680" title="vista-dalla-piazza" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/vista-dalla-piazza.jpg?w=500&#038;h=204" alt="vista-dalla-piazza" width="500" height="204" /></p>
<p>L’eccitazione collettiva che pervade la città di Vercelli in occasione delle esposizioni della Fondazione Guggenheim lascia un interrogativo nell’aria: “e dopo?”. La città tornerà ad essere un tranquillo centro di provincia dove l’unico svago possibile è un cinemino al mese e la pista di pattinaggio a natale?<br />
Forse no.<br />
Lo scorso 29 ottobre sono stati resi pubblici i risultati del concorso di progettazione per il recupero dell’area dell’ex ospedale S.Andrea di Vercelli. La spianata sterrata che tutti i vercellesi chiamano significativamente il parcheggione, è stata oggetto di attenzione di 17 gruppi di progettazione che, sacrificando le vacanze (la consegna era prevista per il 29 agosto scorso) hanno pensato il futuro di una parte di città la cui trasformazione segnerà certamente l’immagine e la funzionalità urbana per alcuni decenni.<span id="more-679"></span><br />
Una commissione in cui spiccava il nome di Andrea Bruno (uno dei maestri italiani della restauro architettonico a cui si devono i progetti di recupero del Castello di Rivoli, di palazzo Carignano a Torino e molti altri) ha deciso la classifica dei progetti che dovevano sistemare nuovi spazi per l’università (una nuova biblioteca, alcuni uffici, nuove aule e un’aula magna da utilizzare anche come sala conferenze) e la nuova biblioteca civica comunale negli spettacolari edifici abbandonati da quasi cinquant’anni che fronteggiano la basilica di S. Andrea.<br />
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<p>Lo studio di fattibilità redatto dal Comune, che costituiva la base di partenza per tutti i partecipanti, richiedeva inoltre che, per integrare le funzioni che difficilmente potevano essere sistemate negli edifici storici, venissero previsti due nuovi fabbricati: uno per l’aula magna e alcune aule, da mettere poco dietro al cosiddetto ex 18 (l’ex camera mortuaria su viale Garibaldi), e uno  accanto all’abside della chiesa di S. Pietro Martire, in cui prevedere il deposito dei libri della biblioteca civica.<br />
Sono stati assegnati premi e rimborsi spese a due progetti valutati terzi pari merito e al progetto giudicato secondo. Il gruppo vincitore potrà invece sviluppare il progetto e seguirne la realizzazione cominciando dall’ex 18 e dalla nuova aula magna.<br />
Questo è quel che è successo finora. Il divertente sta nel capire cosa ci riserva il futuro.<br />
Presentiamo qui le relazioni di progetto dei gruppi vincitori dei primi due premi. Quasi inutile dire che si tratta di lavori pensati nei minimi dettagli, molto più di quanto siamo in grado di raccontare qui.<br />
Al di là delle differenze stilistiche, le due idee si confrontano proponendo opposte configurazioni dello spazio urbano: una aperta per liberare infiniti percorsi urbani, l’altra chiusa per proteggere con un rispettoso recinto le nuove destinazioni universitarie.</p>
<p>Progetto 1° classificato<br />
Di Emilio Caravatti, Roberto Cosenza, Carlo Crippa; con Filippo Valaperta, Gianluca Cataldi.</p>
<p>Un complesso universitario al centro di una città. Scuola e cultura come punti di incontro e convivenza, realtà aperte intese come servizio comunitario, processi permanenti di relazione.<br />
Un progetto per un luogo vitale di comunicazione e scambio. Occasione di uno spazio capace di interagire con il panorama culturale cittadino.<br />
All’interno dell’area dell’ex ospedale S. Andrea si scoprono le potenzialità di un sistema latente che svela un tema, chiaro e semplice: restituire un’area culturale (aperta) alla sua valenza urbana e sociale, contrapposizione netta alla costituzione di un ambito escluso o circoscritto.<br />
Il vuoto lasciato dallo smantellamento dell’ospedale è un luogo enorme, di grande scala. Per sostenerne il confronto si deve necessariamente ragionare con il sistema nel suo complesso, alla sua scala e non fermarsi ad un esercizio timido o di pura autoreferenza. Da qui il bisogno di un volume deciso che si adegui alle richieste funzionali, capace di ordinare il grande spazio misurato dalle quinte storiche dell’edificato esistente. Dal rapporto tra la sua massa e il suo intorno nasce la nuova piazza urbana, punteggiata dal verde esistente e impreziosita dal segno lungo delle vasche d’acqua, in dialogo con il porticato e le sue proporzioni.<br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-684" title="campus-della-cultura-vercellip2" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/campus-della-cultura-vercellip2.jpg?w=367&#038;h=227" alt="campus-della-cultura-vercellip2" width="367" height="227" /></p>
<p>Anche la consistente richiesta di parcheggi, che sembra stridere con le delicate valenze testimoniali, può rientrare all’interno della composizione del sistema se affrontata senza mimetismi. Semplici movimenti di suolo, due lastre inclinate a formare differenze di sezione riescono, a regolare equilibri compositivi e connessioni funzionali.<br />
La nuova aula magna è costituita da un blocco, dimensionato alla scala urbana, che al suo intorno crea uno spazio per la città, pubblico. Ne convengono nuove relazioni spaziali determinate dal suo porsi in mezzo al sistema. Ordine e misura del grande vuoto. Baricentro attorno al quale e nel quale far convergere relazioni e flussi prima solo intuibili, come la continuità di verde tra viale Garibaldi e la nuova piazza o i nuovi flussi verso la stazione; contrappeso alla presenza edificatoria di via Viotti. Il monumentale ingresso colonnato del padiglione “ex 18” si completa con il volume vuoto della corte interna, nuovo ingresso al sistema, atrio aperto sulla piazza dell’università, che contribuisce a fare dell’edificio uno spazio civico, pubblico soprattutto vivo.<br />
Le nuove biblioteche si pongono l’obiettivo di realizzare un complesso integrato di interesse pubblico, in grado di innescare e potenziare un processo di recupero diffuso e di rivitalizzazione del tessuto sociale dell’intorno. Il lungo porticato esistente è unione e misura delle funzioni. Completa il sistema il volume della torre libraria, silenziosa massa di cemento miscelato ai colori delle terre, appoggiata a chiudere e completare la continuità dei fronti esistenti.</p>
<p>Progetto 2° classificato<br />
Di Annalisa Borgognoni, Marco Comello, Germana Corradino, Davide Falcone, Igor Falcone, Prisco Ferrara, Stefano Tardito, Maria Isabella Quartero, Laura Solero,  Ad Progetti Srl, Cooprogetti Soc. Coop.</p>
<p>E’ pensando ad una Vercelli nuova, creativa, accogliente, dinamica, sostenibile e raccogliendo la  sfida di  un tema di grande complessità ma anche di grande importanza per la città, che abbiamo deciso di partecipare al concorso per l’ideazione di una cittadella della cultura sul sito dell’ex Ospedale Maggiore.<br />
Il progetto deriva da un’approfondita analisi storica, concettuale e spaziale.<br />
Il nostro intervento si propone di riconsegnare all’area dell’ex Ospedale Maggiore una identità, attraverso l’individuazione di un sistema di spazi aperti capaci di distribuire e orientare gli itinerari verso le nuove funzioni di tipo scolastico e di assolvere al ruolo di attrezzatura per la socialità e il tempo libero.<br />
Il progetto presentato concretizza le risposte scaturite dal dibattito intorno al tema fondamentale del rapporto con le preesistenze, da noi interpretato con la proposta di un intervento rispettoso del luogo, della sua storia e delle sue suggestioni. Abbiamo proposto pertanto un’architettura che  attraverso l’alternanza di spazi chiusi costruiti e spazi aperti di relazione sveli nuovi punti di vista e nuove prospettive sull’esistente. Un’architettura volta al superamento dello sguardo passivo di chi è abituato a vivere quotidianamente il  ‘parcheggione’ alla riscoperta delle sue valenze storico-architettoniche ed all’integrazione della futura dimensione socio-culturale. A tal fine il progetto prevede di ribassare la quota attuale del piazzale per una porzione della sua superficie realizzando una sorta di piedistallo naturale che ponga in primo piano il suggestivo fronte interno dell’ospedale. La dislocazione dei nuovi edifici lungo gli assi dell’antico Ospedale risponde all’intento di ridefinizione di un impianto che ora risulta sospeso, attraverso la reinterpretazione dell’originaria articolazione in chiostri dell’antico complesso ospedaliero.<br />
Il volume che ospita l’auditorium della Città e l’aula magna dell’Università è stato pensato per essere una struttura flessibile ed autonoma. Collocato in continuità con l’edificio dell’ex 18 che svolge l’importante ruolo di accesso aulico, l’auditorium è caratterizzato da una doppia pelle: quella interna del teatro caratterizzata da forme regolari e simmetriche per garantire elevati requisiti acustici e quella esterna trasparente in vetro e legno, che assolve la funzione di involucro bioclimatico studiato per sfruttare al meglio l’irraggiamento solare. La manica delle aule (in parte ipogea) è collocata strategicamente in prossimità dell’attuale sede universitaria ed ad essa collegata. Gli edifici dell’auditorium e delle aule delimitano una piazza di forma triangolare, naturale punto di accesso alla nuova  cittadella della cultura. In continuità formale con l’auditorium è stata progettata la torre libraria posta a ricucitura dell’angolo nord-est del complesso, ora frammentato.<br />
Il disegno degli  spazi aperti è giocato su di una griglia dimensionale che riprende la scansione ritmica delle logge e delle arcate del prospetto interno del complesso, documento materiale delle diverse fasi di realizzazione dell’ex ospedale, testimonianza tangibile della storia del sito.</p>
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		<title>NN Contest &#8211; Esoterismo condiviso &#8211; di Roberta Invernizzi</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 08:52:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Ossimorica testimonianza, quella di Andrea Raggi, il secondo artista che abbiamo scelto di segnalare nell’ambito del contest di NN: le radici sono profondamente “iniziatiche”, intrise dell’afflato mistico del Sufismo, la corrente islamica cui l’autore appartiene e dalla quale forme e figure promanano, ma i valori che intendono esprimere, pace e bellezza su tutti, sono apertamente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=675&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-676" title="divina_proporzione02" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/divina_proporzione02.jpg?w=425&#038;h=283" alt="divina_proporzione02" width="425" height="283" />Ossimorica testimonianza, quella di Andrea Raggi, il secondo artista che abbiamo scelto di segnalare nell’ambito del contest di NN: le radici sono profondamente “iniziatiche”, intrise dell’afflato mistico del Sufismo, la corrente islamica cui l’autore appartiene e dalla quale forme e figure promanano, ma i valori che intendono esprimere, pace e bellezza su tutti, sono apertamente universali, al di là di ogni appartenenza.<span id="more-675"></span><br />
Andrea Raggi scolpisce da circa un ventennio e le sue opere sono state esposte in contesti prestigiosi come la I biennale di Arte Islamica del 2006, a Torino, insieme ad altri ventisette artisti provenienti da Algeria, Cina, Egitto, Giordania, Iran, Iraq, Israele, Italia, Libano, Marocco, Tunisia, Turchia; le sue personali sono state allestite in scenari suggestivi come la Sinagoga di Casale Monferrato, il Castello Sforzesco di Milano e il Museo degli Sguardi di Rimini, spazio etnografico e d’incontro fra Occidente e culture altre, e anche in Turchia, a Konya e Istanbul.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-677" title="il_sigillo02" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/il_sigillo02.jpg?w=153&#038;h=425" alt="il_sigillo02" width="153" height="425" />La sua arte è sintesi di quanto assorbito nei suoi viaggi, attingendo alle arti primitive e alle espressioni simbolico-esoteriche delle culture mistiche, rielaborate sul piano esperienziale e spirituale. La tradizione calligrafica ottomana e persiana costituisce offre elementi ricorrenti e portanti, con la sua valenza figurativa, che va ben oltre quella ornamentale e decorativa percepibile di primo acchito.<br />
Le opere che abbiamo visto sono state eseguite su diverse tipologie di pietra e legno; Raggi ricorre, di volta in volta, a tocchi di smalto o di ceramica policroma per dar vita a superfici luminose, magicamente vibranti, a forme semplici che fanno sospettare immediatamente altro.<br />
La complessità tecnica e la perizia realizzativa sono mezzi per dare forma a sensibilità e raffinatezza. L’esito sono purezza di linee e forme, equilibrate, sensibili e raffinate, che parlano di disciplina interiore, armonia, ispirazione sacra, misticisimo.<br />
L’opera dalla quale abbiamo isolato un particolare per dare vita alla nostra copertina è “Proporzione Divina” e fin dal titolo, che richiama l’enigmatico rapporto aureo, risulta emblematica rispetto al percorso di ricerca verso la presenza divina che l’arte di cui parliamo esprime. Fra parti geometriche disciplinate e parti aperte, sinuose, simmetriche (la palma è l’asse), s’intuisce la densità simbolica del percorso intimo e non dogmatico che intende esprimere. Ma forse troppo complesse e “profonde” sarebbero le interpretazioni possibili. Godiamoci allora una tappa della Via del Cuore, senza troppe domande, nel silenzio della visione estetica, pura e senza confini e l’ossimoro si risolve armonicamente.</p>
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		<title>PIOVE COLORE. Non vale la pena che tu ti sposti, ti colpisce comunque &#8211; di Elisabetta Della Valle</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 11:19:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[«Color is a series of harmonies everywhere in the universe» (Il colore è una serie di armonie dappertutto nell’universo): in questo modo Sam Francis amava definire l’incontro eccezionale tra Terra, materia, colori, energia creatrice dell’uomo, e Cielo, ispirazione, spirito, alito universale, che genera l’opera d’arte. E proprio così, in questa luce di pura armonia, ci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=663&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-668" title="samfrancis011" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/samfrancis011.jpg?w=288&#038;h=408" alt="samfrancis011" width="288" height="408" />«Color is a series of harmonies everywhere in the universe» (Il colore è una serie di armonie dappertutto nell’universo): in questo modo Sam Francis amava definire l’incontro eccezionale tra Terra, materia, colori, energia creatrice dell’uomo, e Cielo, ispirazione, spirito, alito universale, che genera l’opera d’arte. E proprio così, in questa luce di pura armonia, ci appare l’unica sua opera presente in Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana, la tela Senza titolo nella seconda sala dell’Arca di Vercelli. Allestita in dialogo perfetto, quasi disarmante, con tre opere di Mark Rothko appartenenti allo stesso periodo, gli Anni Cinquanta del miglior Espressionismo astratto americano genera, grazie all’incredibile consonanza dei cromatismi e delle morbide velature, un girotondo estetico-cromatico di impagabile effetto. Arancioni su arancioni, slavati da parere antichi, si contrappongono a grandi macchie tinta vini stantii e sulle tele dalle maglie spesse ed allargate, si intridono i colori come macchie su tovaglie un po’ lise.<br />
L’opera di Sam Francis rimane, tra le quattro, la più magra ed inquietante. Adagiata supina, la sagoma di un corpo umano monco di braccia, di gambe e di parte del capo, emerge incompleta dai confini naturali del quadro: inedita, ecumenica Sindone, lascia evocare dal rossastro ventre rigonfio e dai polmoni sanguigni fame e sofferenza mondiali. Avvicinandoci un poco, gli occhi a cercare un segreto, la trama si rende più chiara e l’incredibile ordito, magari di juta, mescolato del tutto ai pigmenti, rivela una sua naturale texture: si fa pelle e poi rughe, muscoli e vene, nervi e midolli.<span id="more-663"></span><br />
Dopo averlo ammirato, difficile separarsi da Francis e riandare ai maestri più ‘grandi’, i Pollock, i Motherweel, gli Hofmann ed i Gorky, con lo stesso cuore di prima. L’incontro ti cambia, per sempre. Nulla da stupirsi, in fondo: l’opera risale agli anni in cui Sam Francis stringe rapporti creativi sia con Rothko che con Clyfford Still, anni in cui l&#8217;espressionismo astratto, come recita H. Rosenberg per indicare questa forma artistica, alternativa all&#8217;espressionismo tradizionale, si sviluppa nella New York in cui è nata negli anni quaranta, coinvolgendo in special modo i pittori gestuali, quelli dell’action painting, quelli dalle grandi tele segnate a forza con energia e rapidità, utilizzando grossi pennelli o letteralmente gettando il colore puro sulla tela. Citando ancora Sam Francis: «Il colore nasce dalla fusione della luce e del buio».<br />
E’ il gesto, ora a divenire il momento centrale del creare, il Creare, l’atto da cui l’ispirazione parte ed arriva: vera danza dell’anima che lascia dietro di sé, ad imperitura memoria, macchie e scie di colore e colore. Ognuno a suo modo, spesso in modi del tutto differenti, gli espressionisti astratti si permettono ed esplorano nuove libertà, letteralmente frammentando linee e contorni. Che si tratti del dripping, quel gocciolare dall’alto, vera pioggia rinascimentale, di Jackson Pollock o della superba fierezza di Willem de Kooning, è un modo nuovo di fare arte, lontano dagli accademismi e fortemente segnato dal clima di rabbia, delusione e denuncia che si respira, negli States come in Europa, nel Dopoguerra.<br />
Impossibile non rimanerne affascinati, abbagliati, coinvolti: così capita a Samuel Francis, californiano di San Mateo, a sud di San Francisco, dapprima studente universitario indeciso (dalla botanica alla psicologia ed infine la medicina), quindi pilota dell’aviazione in guerra. Sono i tre anni di forzata convalescenza per un incidente aereo che lo portano alla pittura che lui considera, a ragione, una vera ‘terapia dell’anima’. Arriva la laurea a Berkeley in storia dell’arte e la scelta di imparare sul campo: Parigi e la straordinaria luce di Cézanne, Matisse, Monet, dai quali prende spunto per i famosi White paintings, nei quali variava il tono del grigio e del bianco usando sottili slavature di colore, ombre di luce verde, rossa e gialla. Prova, inutilmente, a vivere nella Grande Mela ma le preferisce la California, Santa Monica.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-669" title="sam-francis1" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/sam-francis1.jpg?w=261&#038;h=340" alt="sam-francis1" width="261" height="340" />E’ questa la sua base di partenza per i moltissimi, indispensabili, viaggi: uomo che ricerca, Sam Francis, è anche uomo che osserva, che cerca di comprendere a fondo le differenti realtà che incontra. E dalla ispirata fusione tra Occidente ed Oriente (per anni avrà studi sia in Europa che in Giappone), nascono, negli Anni Sessanta, opere hippy nella leggerezza dei toni e nella profondità della riflessione metafisica. Raffinato conoscitore della filosofia Zen e della luminosità di certa paesaggistica orientale, sceglierà quindi di annegare o, meglio, lasciare liberamente cadere le tinte sulle candide tele, solitamente adagiate sul pavimento del suo studio. Sono tele enormi, fuori taglia, quasi sempre senza cornice, sulle quali intervenire anche con i rulli, a piacere, traendo pura gioia dall’atto del creare. Un gioco, forse, una vera terapia liberatoria, ma che si rifà a rigide regole di rapporti e consonanze, esatte proporzioni tra vuoti e pieni, bianchi e colori primari: ed i gialli, i rossi, i neri ed i blu cadono dal cielo a spruzzi, macchie quasi casuali precipitate dall’alto, da un Cielo che lacrima tinte.<br />
Innamorato dell’arte, ma mai concentrato sull’Io, Sam Francis fonda, nel 1984, la Lapis Press, ancora oggi una delle più importanti case editrici specializzate nelle arti visive e in filosofia, e dà vita a una Fondazione dedicata alla ricerca e al sostegno della medicina alternativa. Una scelta profondamente umana dettata dalla morte di alcuni amici molto cari e dalla diagnosi della sua malattia. Sono gli anni delle tele più grandi, vaste, vastissime, e dei colori più accesi, folgoranti, fiammanti. Gli anni delle opere più vitali, ad esorcizzare la morte incombente. E mentre il Rothko della fine si ammanta di buio e di terra, Sam Francis si inebria di lampi di luce, di fulmini accesi.<br />
Nel 1993, generosamente come ha vissuto, dona dieci sue opere al MOCA, Museo di Arte Contemporanea di Los Angeles (MOCA) del quale è membro del Consiglio di amministrazione dal 1989. Attento alle nuove espressioni artistiche, porta al MOCA le opere di Arata Isozaki, mai stanco né distratto, del MOCA segue i lavori per la nuova sede espositiva.<br />
Una vita che è un viaggio, sempre in viaggio: e come quel capitano Achab che tanto ama, anche Sam Francis raggiunge, a suo modo, la balena bianca. Ci lascia nel 1994, nella sua casa in California ma, proprio come Moby Dick, non ci lascia mai e mai si lascia catturare. Famoso già in vita, ma ancor più oggi, ammiriamo le sue opere nelle collezioni dei musei più importanti del mondo: The Museum of Contemporary Art a Los Angeles, The Museum of Modern Art a New York, National Gallery of Art a Washington D.C., The Museum of Modern Art a Shiga (Japan), Tate Gallery a Londra. Diversi dipinti murali gli sono stati commissionati a Tokyo, Basilea, Berlino, New York e San Francisco, molte personali gli sono state dedicate negli ultimi anni: è appena terminata, il 10 novembre scorso, la delicatissima Il profumo delle stelle-opere scelte 1956/1991- organizzata dalla Galleria Repetto di Aqui Terme, da anni attenta a portare alla luce le opere dei grandi dell’arte contemporanea quali Christo and Jeanne Claude, Dennis Oppenheim, Luigi Ghirri, Fausto Melotti e Sol Le Witt. Dal testo critico che accompagna l’evento, citiamo una poetica descrizione dell’atto creativo di Sam Francis, che ci pare tanto melodiosa quanto illuminante: «(…) La piccola goccia disposta sul foglio può essere un pianeta vicino e remoto; una sfera è un mondo, una pennellata è la curva di un’intera atmosfera. L’arco di uno spruzzo variegato appare come un’immensa galassia, un dipinto può essere l’universo, l’universo è un dipinto. Poiché i colori sono messaggi stellari, e la bellezza è la voce del cosmo. Poiché il sole è la candela del mondo, e le ultime parole saranno quelle delle Stelle».</p>
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		<title>GOMORRA &#8211; di Giacomo D&#8217;Attis</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 11:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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“Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare”.
In queste poche parole di Roberto Saviano è racchiuso e sintetizzato il senso di Gomorra, libro culto che sfiora i due milioni di copie vendute (tradotto in 32 lingue), film che tra qualche mese concorrerà alla vittoria dell’Oscar come miglior film straniero [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=657&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p>“Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare”.<br />
In queste poche parole di Roberto Saviano è racchiuso e sintetizzato il senso di Gomorra, libro culto che sfiora i due milioni di copie vendute (tradotto in 32 lingue), film che tra qualche mese concorrerà alla vittoria dell’Oscar come miglior film straniero e spettacolo teatrale, che da due stagioni riempie i teatri di tutta Italia.<br />
“L’idea che Gomorra potesse mutare dimensione e divenire forma teatrale sembra essere parte del suo destino” ha scritto Saviano. Come se Gomorra, per il peso specifico della verità che racconta, avesse bisogno di venire declinato in tante forme per poter arrivare prima (e meglio) in tutta la sua sconvolgente essenza.<br />
“Quando Ivan Castiglione ed io conoscemmo Roberto Saviano e avemmo l’occasione di leggere alcuni suoi scritti, capimmo subito che ci trovavamo davanti ad un autore dallo stile assolutamente inedito per il panorama letterario italiano” ha raccontato Mario Gelardi, regista ed ideatore dello spettacolo teatrale, andato in scena lo scorso 7 dicembre al Teatro Civico di Vercelli. Cinque storie, scelte tra quelle raccontate nel libro, che al momento della preparazione dello spettacolo era ancora una bozza, nel quale Saviano svela i segreti e i meccanismi del sistema camorra. A queste cinque storie se ne aggiunge presto una sesta, in cui si tratteggia il personaggio che farà da filo conduttore all’intera rappresentazione, che risponde al nome di Roberto: un Virgilio contemporaneo, una guida che accompagna lo spettatore attraverso le viscere e gangli del perverso, strafottente e silenzioso potere della camorra.<span id="more-657"></span><br />
Ad interpretare Roberto è Ivan Castiglione, ideatore dello spettacolo assieme a Gelardi, e protagonista di Gomorra con Francesco Di Leva, Giuseppe Guadino, Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo ed Ernesto Mahieux, tutti bravissimi e pluripremiati attori.<br />
Abbiamo incontrato Ivan Castiglione al Teatro Civico poche ore dopo lo spettacolo, per farci raccontare com’è nata la versione teatrale di Gomorra e per capire cosa c’è dietro ad uno dei più grandi successi teatrali di questa stagione.</p>
<p>Ivan, c’è una frase da cui vale la pena partire: “A Ivan, che sarà me&#8230;o forse è me!”.  E’ una piccola dedica, piena di significato, che ti ha fatto Roberto Saviano.<br />
Me l’ha scritta quando abbiamo iniziato le prove dello spettacolo. Conosco Roberto da prima che diventasse un “personaggio”, tra noi c’è una forte alchimia e una grande amicizia. L’ho incontrato quando partecipò per la prima volta a La ferita, un reading di parole e musica contro la camorra e già allora, Mario Gelardi ed io eravamo rimasti folgorati dai suoi racconti e soprattutto dal suo coraggio. Per me questa dedica ha un valore ed un significato enorme: è quasi un auspicio, una sorta di profezia.</p>
<p>Dopo quell’incontro è nata un’amicizia. Poi la passione e gli interessi comuni vi hanno spinto a collaborare e quando il libro era ancora in bozze tu, Saviano e Mario Gelardi avete dato vita a Gomorra, lo spettacolo teatrale.<br />
Proprio così. Abbiamo preso cinque storie e le abbiamo trasformate in cinque scene da portare sul palcoscenico. Poi a Mario e a me è venuto naturale aggiungere una sesta storia, quella di Roberto Saviano, che è quasi l’architrave dell’intero spettacolo. Non è stato affatto semplice come lavoro: il testo è stato scritto e riscritto almeno sei o sette volte e ogni volta era una metamorfosi che poi ha portato alla stesura definitiva, limata poi ancora sul palco dagli attori al momento delle prove.</p>
<p>Gomorra si apre con un tuo lungo monologo in cui interpreti il “famoso” discorso che Saviano ha pronunciato a Casal di Principe il 23 settembre del 2006: un’invettiva dura e straziante contro la camorra, quasi un punto di svolta che ha fatto esplodere il “fenomeno Saviano”. Colpisce la puntigliosità con cui ti cali nel personaggio: i tic, quel portarsi le dita al sopracciglio sinistro, la camminata, il ritmo del parlato.<br />
C’è stato uno studio puntiglioso, quello sì. Ma da una parte è stato facile: non capita spesso di potersi preparare su un personaggio avendoci a che fare, sentendolo parlare, andandoci a mangiare una pizza: nel periodo della prima frequentazione non era ancora così famoso, non aveva ancora i problemi legati alle minacce ed era più libero. I problemi sono venuti dopo, quando il libro è diventato “un caso”, si direbbe. Tornando alla preparazione, proprio conoscere l’aspetto più privato mi ha permesso di cogliere delle sfumature e degli accenti particolari: mi è venuto naturale ad esempio insistere su quel muovere le mani, il portarsi le dita al sopracciglio…non sta mai fermo quando parla, si muove, si agita, come se non riuscisse a fermare il suo fermento culturale interiore.</p>
<p>Con tutto questo materiale non correvi in rischio di essere disorientato?<br />
In parte sì, tanto che ad un certo punto ho sentito di dovermene staccare e puntare anche su altro: non a caso il personaggio è la summa di tre aspetti diversi, cioè di quello più privato e della conoscenza diretta, dal Roberto che emerge dal libro e dal Roberto più popolare, cioè come il pubblico l’ha conosciuto dopo l’enorme successo del libro.</p>
<p>Una metamorfosi, insomma. Qual è l’aspetto più evidente di questo cambiamento?<br />
A parte un cambiamento oggettivo, quello dovuto al vivere una vita blindata, isolata, sotto scorta, ho notato un cambiamento nel suo coraggio: rispetto a qualche tempo fa il suo è un coraggio più consapevole, più calibrato rispetto ai suoi obiettivi. Vivere questa situazione non ha scalfito affatto la sua voglia di dire e quella di fare, anzi, l’ha reso forse più lucido. Mi stupisce sempre molto il suo voler andare al cuore del discorso, che è poi un tratto che abbiamo voluto rispettare anche nello spettacolo, raccontandolo per quello che è: non un eroe o un martire, ma un ragazzo che ha il coraggio di gridare al mondo la sua denuncia.</p>
<p>Scene spoglie, suoni acuti, dialoghi dinamici. Sono solo alcuni dei tratti di uno spettacolo asciutto ed essenziale che però ha l’effetto di uno scossone: si esce dal teatro, si torna a casa, ma nelle orecchie si ha ancora l’eco delle parole che pesano come mattoni.<br />
Se questo è ciò che hai notato significa che le nostre intenzioni arrivano al pubblico. Avevamo un’idea molto precisa quando scrivevamo il testo: rispettare al massimo la parola, senza concederci inutili fronzoli che potevano distrarre lo spettatore. L’asciuttezza, la compattezza dello spettacolo è assolutamente voluta proprio perché ci piace essere semplici e diretti. Senza mai andare sopra e oltre il libro, che già racchiude in sé tutti i mezzi e gli strumenti per capire.</p>
<p>Con la tournée di quest’anno toccherete oltre ottanta palcoscenici in tutta Italia. Lo spettacolo provoca un impatto emotivo davvero potente: c’è una reazione differente tra il pubblico del Nord e quello del Sud?<br />
Non avremmo mai immaginato tutto questo successo, onestamente. Siamo partiti che il libro viaggiava sulle 40 mila copie, poi crescendo l’attenzione su Gomorra i teatri si sono riempiti e le repliche si sono moltiplicate. Paradossalmente c’è più partecipazione nei teatri del Nord, c’è un’attenzione particolare e quello stupore di quando ti viene svelato un mondo. Del resto, per citare Saviano, “la camorra non è un fatto che riguarda solo la Campania, ma riguarda tutta l’Italia”: noi stessi, che siamo campani, abbiamo sempre immaginato che al massimo l’infiltrazione camorristica si spingesse al basso Lazio, invece, seguendo i racconti di Roberto, abbiamo scoperto che il sistema si è dilatato, si è esteso ed è nei centri nevralgici del potere, in Italia e nel mondo. Al Sud ci sono reazioni contrastanti perché ci sono spettatori che si esaltano, che partecipano di pancia allo spettacolo, e altri che ascoltano, ma rifiutano certi argomenti e certe considerazioni, forse perché sono rassegnati. Fatto sta che le piazze più difficili sono quelle del meridione, anche se i teatri sono sempre pieni: si ha proprio la sensazione di non essere tutti dalla stessa parte.</p>
<p>Nell’ottobre del 2007 c’è stato il debutto al Teatro Mercadante e molti giornali, anziché occuparsi dello spettacolo, hanno sottolineato l’assenza di Saviano. Non è un po’ riduttivo?<br />
In parte sì, perché era palese che lui, per ovvie ragioni di sicurezza, non avesse potuto partecipare, ma aveva visto qualche giorno prima la prova a porte chiuse. E poi ha partecipato in incognito alla prima al Teatro Valle a Roma. Voglio ricordare un momento davvero emozionante perché quella sera, con la complicità di Mario Gelardi, dopo 15 minuti di applausi siamo riusciti a portare Roberto sul palcoscenico e lì c’è stata un’ovazione del pubblico pazzesca: è stato un momento di straordinaria emozione. A Roma in platea avevamo seduto mezzo Governo…a Napoli nemmeno l’Assessore alla Cultura. Ma anche questo fa parte delle contraddizioni della nostra città: anche se le istituzioni latitano, è importante che ci sia sempre gente, come spero accadrà a marzo, quando torneremo al Mercadante di Napoli per dieci giorni. Sarà particolare visto che proprio in quel periodo ci sarà una grande mobilitazione e alcune manifestazioni per la lotta ad ogni tipo di crimine organizzato.</p>
<p>Per il tuo ruolo in Gomorra hai vinto il Premio Golden Graal 2008 come miglior attore nella sezione dramma. Ricevere un premio è sempre una grande soddisfazione: forse per questo tipo di spettacolo lo è ancora di più.<br />
Proprio così, l’emozione è stata enorme, perché in qualche modo ripaga dei sacrifici di questo lavoro, che a molti appare frivolo e poco impegnativo, ma che dietro nasconde un grande impegno e molta tensione…sempre se viene fatto bene! E poi non è facile essere notati in questo ambiente e non capita spesso di battere mostri sacri come Ascanio Celestini ed essere premiati con Pierfrancesco Favino.</p>
<p>Il vostro spettacolo ha vinto anche il Premio Franco Enriquez come miglior spettacolo d’impegno civile. Buona parte dei tuoi spettacoli teatrali sono stati, per così dire, “impegnati”: è una scelta, una casualità o l’ambizione di poter interpretare sempre testi attinenti al teatro civile?<br />
La situazione per gli attori italiani non è molto facile e non è così semplice poter scegliere. Io ho la fortuna di aver incontrato Mario Gelardi col quale condividiamo la passione per certi argomenti: col tempo è diventata quasi una necessità provare a seguire un certo percorso e a raccontare ciò che ci circonda. Abbiamo una connotazione chiara e questa forse è la nostra marcia in più. Poi personalmente provo a fare anche altro: dal 2001 al 2006, ad esempio, ho fatto Un posto al sole, una soap, dunque qualcosa di meno impegnato e più popolare. Per me, e penso per qualsiasi attore, è importante provare ad essere trasversali avendo come obiettivo quello di riuscire a fare ogni lavoro mettendoci sempre il massimo dell’impegno e della preparazione.</p>
<p>Lo spettacolo si conclude con un tuo monologo, in cui citando le parole di Roberto Saviano dici: “Io vengo da dove si imparano due cose: a sputare in faccia alla morte e alla paura, e che vita e morte sono la stessa cosa. Io ho imparato a risparmiare la saliva e che vita e morte non sono la stessa cosa. Fino al termine di questa notte, io proseguirò questo viaggio. Non datevi pace”.<br />
Sembrerà un paradosso, ma l’inizio e la fine dello spettacolo, che si apre e si chiude con due miei monologhi, sono le parte in cui l’impronta recitativa è quella meno importante: più che all’attore mi affido all’uomo, forse per quello risultano scene così incisive ed emozionanti, come spesso mi viene detto.</p>
<p>Quel “non datevi pace” risuona nelle orecchie dello spettatore anche molto dopo la fine dello spettacolo. Qual è la prima cosa a cui pensi quando lasci le tavole del palcoscenico e torni in camerino?<br />
Penso a quel “non datevi pace” che si trasforma in “non diamoci pace”. Ci metto un bel po’ a riprendermi, perché lo spettacolo è altamente emotivo anche per noi attori. Ma quando riprendo la lucidità mi sento più ottimista, sento che quelle parole di Roberto sono una spinta reale al cambiamento, ad una speranza che non è fittizia, ma concreta. Ed è anche grazie a questa speranza che noi possiamo essere vicini e sostenere Roberto, soprattutto ora che è costretto ad una “non vita”.</p>
<p>Come ha scritto Enzo Biagi: “Roberto Saviano non solo “ha denudato il mostro”, ma l’ha saputo spiegare, come finora nessuno. Mi è venuto in mente uno scrittore che ho molto amato, di cui sono stato amico, Leonardo Sciascia: quanto lui ha saputo narrare la sua Sicilia e le storie di mafia, così Saviano è lo scrittore per eccellenza di Napoli e della camorra”.</p>
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		<title>GIORGIO SAMBONET &#8211; di Eliana Frontini</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 09:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[“La vera vita, è il ricordo che lasciamo di noi”. Così esordisce Giorgio Sambonet, nell’intervista forse più coinvolgente e bella, davvero bella, che ho fatto nella mia oramai quasi ventennale esperienza di giornalista. Le domande che gli potrei fare sono moltissime, ad un uomo che ha diretto per 38 anni una delle più grandi fabbriche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=654&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-655" title="sambonet" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/sambonet.jpg?w=337&#038;h=340" alt="sambonet" width="337" height="340" />“La vera vita, è il ricordo che lasciamo di noi”. Così esordisce Giorgio Sambonet, nell’intervista forse più coinvolgente e bella, davvero bella, che ho fatto nella mia oramai quasi ventennale esperienza di giornalista. Le domande che gli potrei fare sono moltissime, ad un uomo che ha diretto per 38 anni una delle più grandi fabbriche di casalinghi d’Italia, che, dal 1946 ad oggi, ha pubblicato 285 titoli, per un totale di 10250 pagine stampate, alcuni dei quali editi da case di prestigio come Sperling e Kupfer, Neri Pozza Marietti, Sandro Maria Rosso, Interlinea, San Marco dei Giustiniani.<br />
Entrare in casa di Giorgio Sambonet significa varcare la soglia di un mondo di sogno. Centinaia di opere mi guardano, appese ai muri, appoggiate ovunque, poste perfino sul pavimento. E il grande, grande Giorgio Sambonet comincia a parlare, a raccontare storie, e incanta con le sue favole di vita assolutamente vissuta.</p>
<p>Cosa chiedere a quest’uomo che è designer, direttore d’industria, artista, poeta e chissà quante altre cose? Navighiamo a vista, le domande verranno.<br />
“Nel 1956, quando fui nominato amministratore delegato della ditta, questa era dislocata su 500 metri quadri e aveva 120 operai. Quando l’ho lasciata, nel 1985, aveva 360 operai e 14.000 metri quadri di stabilimento” esordisce Giorgio Sambonet.<br />
“Da tre anni vado a dormire alle 20.30, e mi alzo alle 4.30 del mattino” … si direbbe che difenda la sua vecchiaia con l’ironia. <span id="more-654"></span></p>
<p>Ecco il primo aneddoto.<br />
“Scalzo e senza mutande, mi metto qui a questo tavolo e realizzo. Scrivo. Creo immagini. Assemblo, ritaglio, incollo. Una mattina non avevo più vinavil. Mi guardo intorno quasi disperato, ma trovo solo un tubetto di super Attak. Ne metterò solo un puntino, mi dissi, intanto aspetto, arriverà giorno. A mia insaputa, però, l’Attak, appoggiato malamente al bordo del tavolo, stava gocciolando sul pavimento. Dopo un quarto d’ora feci per alzarmi, ma niente da fare: l’Attak aveva incollato il mio calcagno al pavimento. Mi sorse spontanea una domanda: cosa fa un cavaliere del lavoro di 84 anni scalzo e senza mutande col calcagno incollato al pavimento?! Non potevo chiamare il 118… poi mi venne in mente una frase di Leonardo, che senz’altro aveva pensato per altri fini, ma che in quel momento mi parve calzasse a pennello: Tu, o Iddio, tutti tuoi beni li concedi per fatica.<br />
Allora… faticosamente… tramite microstrappi riuscii a liberarmi il piede… lasciando una bella fetta di pelle attaccata al pavimento… per tre settimane camminai zoppo… applicando una delle più belle invenzioni della mia vita: lo scoccopalato. Camminavo schioccando la lingua a ritmo del passo zoppicante, lasciando che le persone che mi incontravano pensassero ciò che volevano…”</p>
<p>Della sua personalità così sfaccettata, facciamo parlare prima di tutto Sambonet imprenditore. Qual è stato il suo più grande affare?<br />
La fornitura dell’albergo presidenziale di Washington : 2500 camere, 7 ristoranti… e io, italiano di Vercelli, chiamato dall’International Hilton a fare un’offerta. Mi venne un’idea geniale. Tra le altre cose, dovevo fornire anche il preventivo per 97 enormi scaldavivande. Si trattava di stabilirne il prezzo. Non sapevo proprio che cifra mettere perché in Europa non esistono. La lasciai in bianco. Era la cosa più importante. Misi… “Lambretta price”, cioè, il prezzo di una Lambretta. Quindici giorni dopo venni convocato dal Presidente dell’Hilton e della TWA. Come ufficio, aveva una stanzetta vuota come la cella di un monaco. Notai la foto di un yacht sulla sua scrivania. Gli dissi, “di quella barca d’altura ce ne sono in giro tre esemplari. Vedo con piacere che una è sua. Un’altra, è mia”. Ci demmo subito del tu. Parlammo per mezz’ora di oceani, di mari e di pesca… alla fine mi disse: “ma che cosa sei venuto fare qui?”, ed io: “mah, mi avete chiamato, per una questione di prezzi …” e lui, battendosi la mano in fronte, “è vero, il Lambretta price! Perché?” Ed io: “per lasciarti la possibilità di scegliere tra un costo di fabbrica ed un prezzo sdoganato e consegnato al cliente”. E lui: “ah, ma…” ed io: “era il solo modo per arrivare da te!”<br />
Ebbi l’ordine, e il prezzo impostomi era quello più alto.<br />
Qualche mese dopo partirono sette vagoni di argenteria da Vercelli, destinazione Washington. Mio padre, con la vecchia madre,  andò a vedere partire il convoglio, e quando il treno si mosse, si tolse il cappello, in segno di rispetto.</p>
<p>Veniamo a Sambonet poeta… il primo premio letterario?<br />
A 18 anni, quando mi iscrissi al Politecnico, feci voto di non scrivere più poesie fino a 46 anni, perché volevo dedicarmi al lavoro. Allo scadere del 46° anno, era il 1967, era un giovedì di festa, la fabbrica era vuota, e io avevo un ginocchio rotto. La mia vita era la fabbrica. Sentivo le campanelle delle suore … la mia fabbrica era monastica. Ho sempre sostenuto che la faciada l’è di cujon.. Scrissi allora la mia prima poesia, “La fabbrica”. La poesia andò in mano ad un assessore e in capo ad un paio di mesi a Giannessi, critico della Stampa e titolare della cattedra di letteratura a Milano. Vado a casa sua, Giannessi legge per un quarto d’ora, zitto, e io… stavo malissimo! Poi, a gran voce, chiamò la moglie: “Gina portaci due cognac!” e poi disse: “Dio mi fulmini se non è vero, non ci sono in Italia, oggi, dieci poeti come lei”.<br />
Un mese dopo, con la poesia religiosa “Non c’è altro Dio” vinsi il premio letterario Lerici Pea. Su 1240 concorrenti per la poesia inedita. Valentino Bompiani mi scrisse un telegramma di congratulazioni: “Bravo, bravissimo”!!!&#8230; e con una poesia religiosa!”<br />
A quel tempo vivevo all’Elba, in una catapecchia senz’acqua, in mezzo ai rovi, e non facevo altro che scrivere. Ricevetti un telegramma: “Comunicati vinto Lerici Pea – Stop – Assunto informazioni  &#8211; Roba seria – puoi accettare &#8211;  papà”.<br />
Al Castello di Lerici Raphael Alberti  mi consegnò l’assegno da un milione, Alberto Lupo recitò la poesia. Mio padre commentò: “Carmina dant panem!” (“allora la poesia può dar da mangiare!” n.d.r.)</p>
<p>Qual è stato il suo primo libro pubblicato?<br />
Giannessi era molto amico di Montale e di Buzzati ed io un giorno gli portai una storia d’amore tra un sasso e una radice, due oggetti che avevo trovato su una spiaggia a Stintino, in Sardegna. Radice e sasso erano incastrati, e io ho scritto due libri, quattordici liriche che il sasso scrive alla radice ed altre quattordici nelle quali la radice risponde al sasso. Quando Montale le lesse, volle scrivere la presentazione. E mi regalò il suo Diario della Versilia, in originale, con i disegni fatti col caffè e col burro cacao, col rossetto, col caffelatte, con quello che trovava… io ero una delle cinque persone che poteva entrare in  casa di Montale, in via Bigli,  a qualsiasi ora. E conobbi la Gina, la fantesca di Montale, che voleva sempre parlar di pentole. In casa di Montale non c’erano libri né quadri, solo portacenere colmi di mozziconi di sigarette. Unica nota di colore, un’upupa imbalsamata sulla testata del letto. Eugenio (ma il suo vero nome era Eusebio!)  non parlò mai con me di poesia, tranne una volta. Tutte le mattine mi prendeva a braccetto e voleva che andassimo per i prati. Era vecchio. Ad un certo punto si fermava e si metteva a cantare Verdi o Puccini. Il suo sogno sarebbe stato essere un baritono. Montale una sera a casa di Neri Pozza, comune editore, ad Asolo, a cena, presenti Andrea Zanzotto e la moglie, a bruciapelo mi chiese: “Cosa pensi della mia poesia?” Risposi… e ebbi fortuna. Ricordavo a memoria alcuni suoi versi: “la mia venuta è testimonianza di un viaggio che scordai. Giuran fede queste mie parole ad un evento impossibile e lo ignorano”. Non parlammo più di poesia, fino a Saint Vincent. Nella sala che ospitava le grandi litografie ricavate dal “Diario della Versilia”, davanti a giornalisti di tutto il mondo, scendendo le scale mi indicò col dito a tutti ed esclamò: “Oh, Sambonet…” e girando lo sguardo sugli astanti, aggiunse: “un poeta d’acciaio inossidabile, gli altri faranno la ruggine”. Io mi offesi, e, dopo la cena, ero al suo tavolo, assediato dai curiosi, feci buon viso a cattivo gioco, ma da allora non tornai più in via Bigli. E mio padre, quando seppe del perché,  mi disse… “Sei un cretino!Ti ha fatto un grande complimento!” (mio padre pensava a quell’inossidabile… ed io ad un tegame!).<br />
Quando mi nominarono Cavaliere del Lavoro, Cossiga mi disse: “non so se complimentarmi di più  con lei per le sue posate o per le sue poesie”.</p>
<p>Sambonet artista. Ci racconta della sua prima mostra?<br />
Era il 1978. Io non avevo mai fatto mostre prima, neanche a Vercelli. Ma ho sempre disegnato. E’ capitato che dovessi andare in America a presentare i miei prodotti. Prima partimmo mio figlio Giulio ed io, poi saremmo stati raggiunti dai miei collaboratori, era un viaggio di perlustrazione. Arrivammo di domenica, c’era un tempo infame. Arriva una telefonata dall’Italia, l’aereo con i miei collaboratori, a causa del maltempo, non sarebbe arrivato che martedì. Mio figlio aveva portato due voluminose cartelle di disegni e tempere mie da mostrare – su loro invito – ai nostri  amici e clienti americani. Lunedì mattina vuota, gran pioggia. Che facciamo? Io dissi a mio figlio: “telefona al Guggenheim, e chiedi del direttore”. Mio figlio era stupito. Io insistetti, “telefona, e fatti passare il direttore. Devi dirgli, che, come gli antichi Greci andavano a Roma a far vedere le loro opere, così tuo padre presenterebbe le sue opere al direttore del Guggeheim”. Rispose il vicedirettore, mister Jackson: “Oggi è lunedì, il museo è chiuso” e mio figlio: “papà, lunedì è chiuso, il museo. Propone martedì”, e io: “digli che martedì non possiamo, perché dobbiamo andare  in giro a vendere pentole”. “Venite allora oggi alle 2, ma passate dal portone dietro, vi aspetteranno due uscieri”.  Ci andammo puntali, ed entrammo nel museo. Si stava allestendo una grande personale di Lucio di Fontana. Mister Jackson guardò i disegni per quaranta muniti, in silenzio… alla fine, esclamò: “E poi, dove andate?” “Ad Atlanta!” – “Atlanta?” e, preso un catalogo della Guggenheim in pochi minuti ci fece di suo pugno una presentazione per la Omny International Gallery, la più importante galleria di Atlanta. Quella fu la mia prima mostra… durò un mese … ebbe un seguito, un altro mese a Washington… e un altro seguito ancora, al Rockfeller Center di New York, alla Rizzoli Art Gallery. Alla fine di questo itinerario confesso di aver avuto la tentazione di cambiare mestiere: avevo venduto 28 quadri.</p>
<p>I tre libri preferiti?<br />
“Alice nel paese delle meraviglie”, per la logica del non senso dietro ad una favola che non è per bambini, “I viaggi di Gulliver”, perché fanno vedere le cose da tutti i punti di vista, da quello della formica a quello del gigante, passando attraverso l’uomo, e “Don Chisciotte”, per l’entusiasmo nelle imprese più pazze e il saper entrare nello spirito divino delle cose, e per il buon senso e la pazienza di Sancho Panza.</p>
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		<title>Guido Crepax e Valentina, ovvero la linea dei tempi che cambiano &#8211; di Laura Albergante</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 09:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla triennale Bovisa di Milano, fino al primo febbraio 2009, c’è una mostra dedicata a Guido Crepax e ad uno dei personaggi del fumetto più amati di tutti i tempi: Valentina Rosselli, o più semplicemente Valentina. Tra le opere esposte troviamo le tavole originali disegnate a china, bellissimi giochi di società realizzati a mano raffiguranti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=647&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-651" title="crepax2" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2009/01/crepax2.jpg?w=295&#038;h=340" alt="crepax2" width="295" height="340" />Alla triennale Bovisa di Milano, fino al primo febbraio 2009, c’è una mostra dedicata a Guido Crepax e ad uno dei personaggi del fumetto più amati di tutti i tempi: Valentina Rosselli, o più semplicemente Valentina. Tra le opere esposte troviamo le tavole originali disegnate a china, bellissimi giochi di società realizzati a mano raffiguranti battaglie storiche, testimoni dell’attenzione per l’estetica militaresca; lo studio ricostruito dell’autore stesso, con i mobili autentici e le opere letterarie e musicali che hanno avuto importanza per l’artista, infine, le primissime realizzazioni di giochi ed illustrazioni, risalenti alla sua infanzia, che lasciano intravedere un talento purissimo, innato. Ogni stanza è un percorso, un dedalo mentale che rapisce e che inchiostra indelebilmente l’anima di chi guarda, facendo innamorare perdutamente.<br />
Quale occasione migliore per ripercorrere le tappe fondamentali della vita di Crepax e per conoscere meglio le figure partorite dal quel pennino così geniale e generoso?<br />
Guido Crepax, all’anagrafe Crepas (la “x” è un vezzo artistico) nasce il 15 luglio 1933 a Milano, città fondamentale per la vita del poliedrico disegnatore. La famiglia è di origine veneta, il padre è primo violoncello al Teatro La Fenice.<span id="more-647"></span><br />
Crepax ha un viscerale attaccamento per Milano. E’ un uomo solitario e amante delle vita casalinga, ponte di lancio per mille fantasie. La città è sempre omaggiata, filtrata, amata, contrastata, viene lasciata entrare dalla finestra dello studio, penetra gli ambienti e i tratti dei fumetti. I suoi rumori, il milieu culturale, l’architettura, faranno da contrappunto costante alle avventure di Valentina e delle altre sue eroine. Inizia a lavorare nell’ambiente della grafica e si iscrive alla facoltà di architettura, presso la quale si laurea nel 1958. In questo periodo si dedica all’illustrazione ed alla grafica, realizzando numerose copertine di libri, dischi e manifesti pubblicitari. Nel 1957 ottiene il primo grande successo disegnando la campagna pubblicitaria per la Shell, premiata con la Palma d’Oro. L’anno successivo inizia a collaborare con Il Tempo Medico, rivista per la quale continuerà a disegnare fino alla metà degli anni Ottanta. Ma è nel 1963 che Crepax torna al suo vecchio amore: il fumetto.<br />
A partire dal 1965 fa parte dei primi collaboratori della rivista Linus, presso la quale pubblica il fumetto Neutron, ambientato nel jet-set milanese dell’epoca, che viene minuziosamente descritto: niente sfugge al suo occhio attento, sia che rappresenti gli ambienti snob della borghesia, gonfia di pomposi discorsi pseudo-intellettuali, sia che passi in rassegna la moda e le tendenze con sguardo penetrante.<br />
Proprio in una delle avventure di Neutron, precisamente nella terza puntata de “La curva di Lesmo”, farà la sua comparsa il personaggio di Valentina, presentata come la fidanzata di Philip Rembrandt -Neutron, critico d’arte dilettante dotato di poteri magici. La nostra eroina nasce dunque in sordina, ma fa presto a liberarsi dalle pastoie e diventa in breve tempo un’irresistibile protagonista del fumetto italiano. Ispirata alla figura di Louise Brooks, “l’unica attrice di cui tengo una foto sul comodino”, Valentina è una fotografa dall’inconfondibile frangetta e dal caschetto corvino, alta, flessuosa e slanciata, torbidamente sensuale. L’autore le dona un’esistenza insieme reale ed onirica: ha una carta d’identità che la fa nascere a Milano il 25 dicembre 1942 in Via De Amicis, la stessa in cui abita il suo disegnatore, la modella a somiglianza della moglie Luisa, la fa vivere in una Milano moderna, cupa, psichedelica e sognante allo stesso tempo; le regala un figlio, Mattia, e la fa invecchiare, diversamente dalla maggioranza dei fumetti. Il tratto è deciso, il colore nero, denso nella sua monocromia, ha una resa estetica espressionistica molto forte. Ma è soprattutto nella raffigurazione grafica che i fumetti di Crepax hanno grande spessore innovativo: le vignette sono scomposte, il filo logico viene sovvertito, manomesso, i flashback scompigliano i tempi, le immagini si spezzettano per diventare qualcosa di unico, cinematografico.<br />
Di Valentina conosceremo molte cose: l’infanzia, l’incidente che la renderà orfana di entrambi i genitori, l’adolescenza martoriata dall’anoressia nervosa, la guarigione; la vedremo libera ed anticonformista, pronta alle avventure più incredibili, borghese, ma di sinistra, acculturata e pioniera dei nuovi costumi. Spesso disegnata nuda ed in contesti feticisti, Valentina non perde mai il suo candore, rimanendo un enigma affascinante, pieno di contrasti, così simile alla vita moderna.<br />
Crepax ritaglia dalle riviste di moda, tra cui Vogue, le mise per il suo fumetto: celebri saranno le maglie fantasia di Missoni, che Valentina indosserà negli anni Settanta, e la cura nei dettagli della lingerie, dal gusto rétro e raffinato, al limite della decadenza. Il fumetto non crea tendenze in fatto di moda, ma le subisce, piegandosi ai gusti dell’epoca: è in altri contesti la portata rivoluzionaria del personaggio. Rappresenta il mutamento dei tempi, dei costumi sociali e sessuali, l’emancipazione della donna, seppur vista con sguardo critico ed ironico. Il tradimento, l’avventura erotica ed onirica non saranno più tabù per un personaggio femminile, finalmente slegato dall’ipocrisia morale.<br />
Crepax non nasconde la passione per la psicanalisi, la magia e la fantascienza, influenze che affioreranno spesso nelle sue tavole e che creano mondi fantastici, incantevoli. Autentica icona dell’Italia del boom economico e della crisi petrolifera, Valentina attraversa i decenni con impagabile grazia, adattandosi ai venti gelidi del cambiamento.<br />
Negli anni Sessanta porta una boccata d’aria fresca, maliziosa e nuova, poi gli anni di piombo irromperanno nel fumetto, innescando un desiderio di sogni e di irrazionale. Risale al 1973 il film di Corrado Farina, intitolato “Baba Yaga”, ispirato all’omonima strip, il primo tentativo di “evasione” dalla carta. Parallelamente, l’autore si dedica alla trasposizione a fumetti di numerose opere letterarie erotiche, diventandone l’indiscusso maestro, e ad altre eroine, anche per la pubblicità: celebre la “Terry” creata per il terital, un tessuto allora all’avanguardia.<br />
Gli anni Ottanta vedono Crepax trascurare un po’ il proprio personaggio, diventato ormai ultraquarantenne: Valentina è sempre più alle prese con misteri e problemi familiari. Negli anni Novanta Crepax decide di mandare Al diavolo Valentina!, titolo dell’ultima opera che la riguarda. Ha cinquantatre anni, l’uscita di scena è definitiva: si chiude un’epoca per Crepax e per noi.<br />
Il 31 luglio del 2003, appena settantenne, ci lascerà anche Guido Crepax, dopo aver lottato contro una lunga malattia.<br />
Valentina, amore segreto dei nostri cuori, ha rappresentato il cambiamento di un Paese, accompagnandolo e riflettendolo come in uno specchio magico, sensuale e seducente, non privo di ambiguità e contraddizioni, ma sempre incredibilmente charmant. Valentina, Guido: ovunque voi siate, ci mancate.</p>
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		<title>Nuovo anno!!</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 13:26:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[9 - gennaio 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[Gennaio, rinascita e nuovo stimolo per altri dodici mesi di intrattenimento e
passione per l’arte, gli artisti e tutto ciò che rende interessante il mondo della
creatività.
In questi primi numeri di Nella Nebbia abbiamo cercato, e siamo contenti
di esserci spesso riusciti, di raccontare con occhi diversi questo umido pezzo
d’Italia mettendone in risalto gli aspetti artistici e ludici. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=644&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;">Gennaio, rinascita e nuovo stimolo per altri dodici mesi di intrattenimento e<br />
passione per l’arte, gli artisti e tutto ciò che rende interessante il mondo della<br />
creatività.</p>
<p style="text-align:left;">In questi primi numeri di Nella Nebbia abbiamo cercato, e siamo contenti<br />
di esserci spesso riusciti, di raccontare con occhi diversi questo umido pezzo<br />
d’Italia mettendone in risalto gli aspetti artistici e ludici. Abbiamo parlato e<br />
segnalato persone ed eventi che ci stanno vicini, che si cibano della nostra stessa<br />
aria e che così ben nutriti sanno emozionare il prossimo.</p>
<p style="text-align:left;">Il concorso per realizzare le copertine di Nella Nebbia è la dimostrazione<br />
graditissima che i nostri sforzi sono stati accolti, recepiti e restituiti con grande<br />
passione. Non ci resta quindi che augurare a tutti uno spumeggiante 2009.</p>
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