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	<title>Nella Nebbia &#187; 6 &#8211; ottobre 2008</title>
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	<description>Rivista mensile con uno sguardo trasversale sull'arte</description>
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		<title>Nella Nebbia &#187; 6 &#8211; ottobre 2008</title>
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		<title>Claudia Koll: &#8220;non mi importa del giudizio degli altri&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 08:41:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Francesco Canino

Metamorfosi di una star. Potrebbe essere questo il titolo di un’eventuale biografia di Claudia Koll. C’è chi guarda al cambiamento come ad una sfida senza traumi, ci si butta e lo si affronta senza la paura delle conseguenze. C’è chi invece lo vive con un senso di profonda destabilizzazione, convinto di aver perso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=468&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Francesco Canino<br />
<a href="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/koll17e.jpg"><img class="size-full wp-image-469 alignleft" title="koll17e" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/koll17e.jpg?w=158&#038;h=288" alt="" width="158" height="288" /></a><br />
Metamorfosi di una star. Potrebbe essere questo il titolo di un’eventuale biografia di Claudia Koll. C’è chi guarda al cambiamento come ad una sfida senza traumi, ci si butta e lo si affronta senza la paura delle conseguenze. C’è chi invece lo vive con un senso di profonda destabilizzazione, convinto di aver perso tutte le certezze e spaventato da un percorso che appare (almeno inizialmente) ansiogeno. Per Claudia Koll il cambiamento è stato così netto e totalizzante da sembrare una vera e propria metamorfosi, una trasformazione totale, un cambio di pelle tanto profondo da farla diventare una persona nuova. Il suo non è solo un percorso di conversione, ma di viscerale avvicinamento a Dio, di innamoramento e di totale trasporto verso la religione e la fede. “Ho rimesso ordine nella mia vita” ripete spesso serafica, emanando una luce speciale dai suoi occhi, pieni di passione e voglia di comunicare chi è oggi la nuova Claudia Colacione in arte Koll.<br />
Per questo da qualche anno gira l’Italia, riempiendo Chiese, teatri, biblioteche e oratori con un incontro-testimonianza nel quale racconta il suo percorso di conversione. <span id="more-468"></span>Dopo essere stata a Desana già lo scorso anno, l’attrice torna in paese domenica 12 ottobre, ma sarà soprattutto a Vercelli lunedì 13, a partire dalle 10 del mattino al Teatro Civico, dove aprirà il suo cuore parlando della propria esperienza. L’iniziativa, organizzata dall’associazione “Il Valore di un sorriso”, in collaborazione con “Generazione Nuova” e “Amici delle Scuole Cristiane” rientra nell’ambito di Educatamente: valori in corso, progetto patrocinato dalla Provincia di Vercelli, dall’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Vercelli e dall’Ufficio Scolastico Provinciale, che prevede una corposa serie di iniziative rivolte ai giovani e alle loro famiglie, volute per porre l’accento sull’educazione fondata su precisi valori “etici e morali”, intesi come fondamento per la crescita delle giovani generazioni.<br />
Ecco la straordinaria storia di Claudia Koll in sette parole: sette come gli anni trascorsi dall’inizio del suo percorso di fede.</p>
<p>CAMBIAMENTO.“Ho aperto gli occhi dopo un evento drammatico e sono andata verso il Signore. Sette anni fa, quando apparentemente andava tutto bene, avevo soldi, visibilità, successo e una vita agiata, è successa una cosa spaventosa: ho conosciuto il male, sono stata attaccata da uno spirito del male. Anche se non sono mai stata Buddista, mi ero avvicinata alla meditazione ed ero entrata in contatto con un’entità superiore che sembrava farmi stare bene. Ma era una felicità fittizia, un benessere artificiale. E’ cambiato tutto quando questo spirito mi ha attaccato, mi ha spinto ad odiare. C’è stato un momento in cui ho rischiato di morire e mi sono aggrappata con tutte le mie forze alla preghiera e ho capito finalmente di essere fatta per amare: Dio mi ha salvato, ha rivoluzionato la mia vita. Ho scoperto quanto sia grande il suo amore”. Struggente, emozionante, avvolgente. Il racconto di Claudia Koll, anche per chi non crede, è un momento davvero coinvolgente: chi l’ha vista parlare dal vivo è rimasto profondamente toccato dalle sue parole e dalla lucida passione con cui descrive il suo cammino.</p>
<p>AFRICA. “Quando ho capito di essere cambiata? Quando mi sono accorta che la testa mi diceva una cosa ma il mio cuore stava andando in un’altra direzione. Così ho cominciato a mettere in ordine la mia vita: ho modificato i miei comportamenti e i miei modi di fare. Tutto questo mi ha portata verso le persone che soffrono. Prima in una casa-famiglia per malati di Aids, poi un ospedale per i bambini leucemici, infine l&#8217;Africa”. E lì che si compie la trasformazione definitiva, Claudia si avvicina a Dio e riscopre l’eucarestia. “Ho visto da vicino la sofferenza, quella dei bambini in particolare mi ha scioccato. Mi sono avvicinata all’associazione Le opere del Padre con la quale collaboro per la costruzione di un orfanotrofio in Burundi, per la nascita di un piccolo teatro per i giovani e quella di una sala parto. In Tanzania saranno costruiti dei pozzi e noi stiamo raccogliendo il denaro necessario per comprare una trivella”.</p>
<p>TANGO. “Cos’è per me il tango? E’ un pensiero triste in movimento. E’ languido, malinconico, però è anche violento. Il tango era un combattimento fra uomini, al di fuori delle fabbriche, poi passò nei bordelli, e gli uomini non volevano la donna più bella ma quella che ballava meglio il tango” raccontava Claudia alla fine degli anni ’90, prima di scoprire la fede. Chissà se oggi trova ancora il tempo per dedicarsi al ballo che più di tutti fu considerato una “danza peccaminosa”, che nel corso dei decenni ha perso parte di questa connotazione per acquistare un fascino meno oscuro e più glamour. “Quando mi sento giù ballo. Ballare è la cosa che mi piace di più al mondo. E il tango ha delle sfumature ammalianti”. Il suo presente intanto è fatto di incontri in giro per l’Italia, ma Claudia non ha dimenticato l’amore per la recitazione, e soprattutto per il teatro, sempre attenta a scegliere ruoli vicini alla sua sensibilità e al suo nuovo modo di essere. A breve reciterà nello spettacolo Il Pianto de la Madonna e la Passione del figliolo Jesu Cristo, dramma sacro scritto da Jacopone da Todi nel quale interpreterà la Vergine Maria.</p>
<p>GESU’. E’ la figura che più di altre è entrata in maniera prepotente nella sua vita. “Mi affido in particolare al Gesù della Misericordia, apparso a Suor Faustina Kowalska, resa Santa nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II, anch’egli devoto della Divina Misericordia. Ho avuto anche modo di incontrare il Papa e di potergli dare una lettera all’interno della quale avevo infilato un’immagine di questo Gesù, rappresentato con dei luminosissimi raggi che sgorgano del suo cuore. E’ stata un’emozione incredibile”.</p>
<p>TINTO BRASS. Era il 1992 quando esplose prepotente il successo di Claudia Koll, che proprio quell’anno uscì nei cinema con Così fan tutte, opera del regista Veneziano Tinto Brass, colui che più di tutti ha giocato con l’erotismo, a volte soffuso a volte sfacciato, e col corpo delle donne, regalando successo e notorietà a molte attrici. Sono passati 16 anni, e la Claudia scabrosa e scollacciata appartiene ad un’altra vita. “Certo, non lo rinnego Brass. Gli devo molto. Negli anni ottanta io non riuscivo nemmeno a fare i provini, ma da allora è cambiato tutto, non sono più la stessa. Ho fatto altro, ho esplorato il teatro e la fiction, ho interpretato ruoli di spessore. Oggi fa ancora scalpore ricordarsi di quel film perché tutti fanno il paragone con ciò che sono ora. E’ cambiato tutto, anche in tivù non mi chiamano più come prima, alcuni registi mi evitano da quando parlo della mia esperienza di conversione e sembra quasi che debba vergognarmi per questo. Ma non m’importa dei giudizi sfacciati e presuntuosi di chi nemmeno mi conosce”.</p>
<p>SANREMO. Se Tinto Brass era riuscito nell’impresa di far conoscere la Koll, forse più per il famoso fondoschiena che campeggiava sulle locandine del film (“a mio padre per poco non era venuto un colpo!”) che per la suadente recitazione, a Pippo Baudo va attribuito il merito di aver sdoganato l’attrice romana facendola sbarcare sul palco del Teatro Ariston per condurre con lui la quarantacinquesima edizione del Festival di Sanremo, accoppiandola, secondo la tradizione della bionda e della mora, con un’esordiente Anna Falchi.</p>
<p>CELIACHIA. Già a metà anni ’90 è stata una delle prime a svelare di soffrire di celiachia, cioè di essere intollerante al glutine. Da allora aiuta l’Aic, Associazione Italiana Celiachia, di cui è stata anche presidentessa onoraria e di cui ancora è testimonial. “Sono celiaca e so bene cosa significa convivere con un&#8217;intolleranza che non ti permette di avvicinarti agli alimenti più comuni, come il pane e la pasta”. Oggi che questo tipo di intolleranza è sempre più diffuso e nel mondo occidentale c’è un’ampia varietà di prodotti che permette un’alimentazione adeguata a chi ne soffre, il suo sguardo si posa alle popolazioni più disagiate, in particolare i Saharawi, legittimi abitanti dello stato del Sahara Occidentale, che oggi vivono dispersi e per lo più come profughi rifugiati a causa dell’ostilità di molti stati del Nord Africa. “M’impegno in prima persona per i piccoli Saharawi celiaci, che già vivono in condizioni di grande disagio nel deserto, dove in estate si toccano i 60° e in inverno il freddo li porta allo stremo delle forze. L&#8217;incidenza della celiachia nel popolo Saharawi è altissima: tra i bambini la percentuale è del 5,6% e i casi già diagnosticati sono oltre 300. Per questo come molti altri ho sottoscritto un&#8217;adozione a distanza. L’obiettivo è far sottoscrivere l&#8217;adozione a distanza di tutti i 300 bambini Saharawi celiaci diagnosticati, in modo da permettere loro di alimentarsi in modo corretto, con frutta e verdura e altri alimenti che non contengono glutine”.</p>
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		<title>MOLINARI di Carmen Tona</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 09:06:49 +0000</pubDate>
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Ed io mi trovai davanti questo uomo, un moderno mangiafuoco di Collodi, in un ristorante di Torino: ma come ci sono finita in un locale come il Veliero? Non ricordo, non ricordo. Colpa dell’alcool. Si dice sempre così, ma a pensarci io non bevo. O forse ho smarrito la nozione del tempo, persa in un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=450&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-453" title="molinari" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/molinari.jpg?w=283&#038;h=398" alt="" width="283" height="398" /></p>
<p style="text-align:left;">Ed io mi trovai davanti questo uomo, un moderno mangiafuoco di Collodi, in un ristorante di Torino: ma come ci sono finita in un locale come il Veliero? Non ricordo, non ricordo. Colpa dell’alcool. Si dice sempre così, ma a pensarci io non bevo. O forse ho smarrito la nozione del tempo, persa in un mondo fantastico, catapultata in una stanza dove predominano colori vivi, brillanti. Intorno a noi sculture piccole, grandi, mastodontiche che sembrano prendere vita da quanto sono immobili. E appena distogli lo sguardo, per poi rigirarti di scatto, sembrano quasi muoversi. Ma razionalmente non è possibile. Oppure è possibile? Al tavolo, apparecchiato con fini tovaglie di organza, piatti di porcellana con un decoro semplice e lineare, io e lui.<span id="more-450"></span> Ma chi è? Eppure, anche non conoscendolo, sembra normale che io mi trovi lì, faccia a faccia con la sua barba, le labbra grandi, carnose ed il suo sorriso beffardo. Ad un certo punto mi guarda, mi scruta, come se si aspettasse qualcosa da me. E si presenta: “Sono Mario Molinari”. Io allungai la mia mano, facendo attenzione a non far cadere i calici di vino pieni a metà, e riuscii a dire solo “Piacere, Greta”.<br />
“Una volta aprii una porta e vidi uno scultore: mi piacque così tanto che convissi con lui per lungo tempo. Poi venni a sapere che quello scultore ero io stesso. Ed eccomi qua”. Non avrei saputo trovare presentazione migliore, pensai. E quelle sue parole, dette tutte di un fiato, mi diedero degli indizi. Era uno scultore. Ma io non sono in forma. Potrei svenire da un momento all’altro. Continuo a non capire. Sto vivendo una cosa reale o è un semplice sogno?<br />
Le immagini iniziali, che avevo però davanti agli occhi, si presentavano sfocate. Avevo la testa in palla. Era come se guardassi la sala del ristorante, il tavolo e lo stesso Molinari da dietro ad una telecamera. Però con l’obiettivo un po’ sporco. Tutto assomigliava alla tranquillità di uno stagno rotta improvvisamente dal lancio di una pietra. Nelle mie reminescenze di vita bohemienne torinese questo stravagante personaggio di sicuro l’avevo già incontrato. E forse me l’avevano già anche presentato. Dài Greta, spremi le meningi! Lui è li, ti guarda, divertito. Ma non ti mette fretta. Fuma. E ogni tanto bagna le labbra in un bicchiere di whisky. Mi viene in mente villa Gualino, sulle prime alture collinari di Torino, all&#8217;interno di un vasto parco, a un centinaio di metri dal fiume Po e a poca distanza dal centro della città. Ma certo! Ora ci sono! Mesi fà l’uomo che più di altri mi ha stregato, facendomi battere forte il cuore, Federico, mi ha portata a vedere il parco di questa villa. Solitamente è sede permanente di prestigiose istituzioni e mostre. Sparse nel verde, ma anche nelle sale interne dell’edificio, sculture alte, colorate, molto strane, alcune sembravano assomigliare a quadri di Picasso. Ricordo che mi avevano colpito, per la loro semplicità e al tempo stesso per il loro impatto visivo. Federico mi raccontò che l’autore era uno scultore di Coazze, trasferitosi a Torino negli anni cinquanta o sessanta, allievo di Ponte Corvo, suo maestro di pittura. Mi stupii di quanto Federico fosse ferrato in materia: solitamente a lui piace parlarmi di viaggi, sia mentali che fisici, di musica, di noi. “Mi sono interessato a Molinari perché è un personaggio strano, lo puoi vedere al Veliero pranzare o cenare, oppure al parco del Valentino, a passeggio. Trae ispirazione dalla natura. O dalla stupidità umana”. Mi risvegliai da quel ricordo. E gli occhi di Molinari erano ancora puntati su di me. Ma il bicchiere di whisky era ormai vuoto. Ma quanto avevo pensato? Ad un tratto lo scultore, dopo un lungo respiro, mi disse “ Signorina, a parte la sua dolce compagnia, mi dica, come impostiamo l’intervista per il suo giornale?”. Devo aver balbettato qualcosa. Ma sì, ora ricordo! Per il numero di ottobre di Nella Nebbia il mio artista da contattare era Mario Molinari. Che stupida! Beh, stupida magari no, mi avevano detto essere morto nel 2000. Allora si sono sbagliati. O sono morta io. Scartando quest’ultima possibilità, optai per lo sbaglio del mio capo redattore. Facendomi vedere sicura di me, mi scusai per il mal di testa e la mia non ottima forma. Molinari inizia a parlare partendo dal periodo più vicino a noi. “Dagli anni ottanta mi dedico soprattutto a far sì che l&#8217;arte sia fruibile da tutti, portando la scultura in spazi pubblici in mezzo alla gente. Nei parchi, nelle piazze, non solo in Italia, anche all’estero. Prioritario nella mia filosofia di vita, sia artistica che privata, il colore”. “Ho iniziato con il rame, poi negli anni settanta alluminio, legno, plastica”. Sarà forse grazie al colore di cui parlava prima, dove vi è predominanza di rosso, blu, giallo e verde, ma le sculture gigantesche di Molinari, non danno l’idea di essere pesanti, anzi molto leggere. Sono solitamente composte da figure solide, come i cilindri o i parallelepipedi. “Io in molti casi dipendo dal caso! Ma il caso, imbrigliato dalla mia intelligenza, nella maggior parte dei casi diventa idea”. Come vorrei riuscire ad esprimermi come lui. Ad un certo punto della nostra conversazione, si avvicina un signore, che Molinari mi confidò essere il proprietario del Veliero, sulla sessantina, che sostituì il bicchiere vuoto di whisky con uno pieno quasi fino all’orlo. “Abbiamo stretto un rapporto di amicizia: io regalo schizzi, quadri e sculture al ristorante e di contro pranzo e ceno qui quante volte voglio”. In effetti, doveva essere un cliente strano ma anche unico, coccolato e viziato. La sedia su cui poggiava il suo possente corpo era diversa da tutte le altre presenti in sala. Di legno intarsiato, era la sua personale. “Nella mia attività quarantennale ho iniziato da scultore autodidatta alla fine degli anni Cinquanta, a 34 anni, mentre ero ancora il direttore delle Cartiere di Coazze. Ho esposto alla Galleria Gian Ferrari di Milano e alla Wolford Gallery di New York. E negli anni sessanta, insieme ad altri, sono stato il fondatore, a Torino, del gruppo surrealista ”. Parla poi del materiale: “All’inizio prediligevo le lamine di rame saldato, che forgiavo prendendo spunto dalla scultura dell&#8217;Africa Nera, dell&#8217;Oceania o comunque primitiva. Per me forgiare era anche una valvola di sfogo: saldavo e martellavo con foga e rabbia”. Da dove nasce la passione per il colore? “Un&#8217;influenza che viene dai primi viaggi effettuati in Belgio ad Ostenda, dove inaspettatamente ho riscosso uno straordinario successo. Ma nello stesso tempo ho iniziato a produrre le grandi installazioni astratte”. I personaggi che animano il mondo di Molinari sono strani, ma dalle espressioni intense, a tratti inquietanti. Avevano ed hanno un qualcosa che li avvicina molto alla mia idea di stregoneria: tenebrosi e misteriosi. Ci sono danzatori giganti, sacerdoti, guerrieri, sirene, cavalieri, amanti, portalettere, bambini, giocolieri. “Provengono tutti da un paese dove è in auge la magia nera” dice Molinari sorridendo. Fuori c’è il sole, alto nel cielo. Molinari volta il suo sguardo verso la grande finestra tondeggiante : “Amo il sole non come sorgente di luce ma come principio di vita”. Ma Molinari non è solo scultore, come ogni artista che si rispetti, è poliedrico. Ama la poesia e la scrive. “Immagino tutto ciò che la mia immaginazione mi permette di immaginare. Costruisco i muri che i miei mattoni riescono a riempire. Non immagino chi io sia”. Molinari poi mi disse: “ Guardi quelle due piante dietro di lei: un geranio che potremmo definire riccio, ovvero la trasfigurazione di una donna bella, sensuale ed un cactus piccolo e curioso ovvero un uomo mite ma pungente. L’immaginazione è una cosa fondamentale. La fantasia è la memoria dell’idea primaria: è il biglietto ferroviario per ripartire”. Faccio fatica a stare dietro al suo pensiero, che mi sembra contorto, o forse molto lineare. Mi sento a mio agio lì con lui. E’ un uomo molto interessante, sregolato, come del resto un artista deve essere. Gli chiedo se è possibile vedere le opere cui sta lavorando ultimamente. Molinari, sgolando in un sol sorso il whisky rimasto, si alza in piedi invitandomi a seguirlo nel suo studio di via Saluzzo. La prima cosa che notai furono i pantaloni: a zampa, da vero hippy. Io adoro i pantaloni a zampa. Saliamo sulla sua macchina, una Citroen Cx color sabbia. Dieci minuti e siamo in via Saluzzo. Più che uno studio, un magazzino enorme. E non potrebbe che essere così, visto le dimensioni delle opere lì parcheggiate. Mario Molinari non fa in tempo ad avvertirmi della vernice fresca di una nuova scultura che mi sporco la mano sinistra eeeeee…. Oddio, che mal di testa…Mi rigiro nel letto, sudata. Mi guardo intorno. Ma dov’è Molinari? Non sono in via Saluzzo, ma nella mia stanza di via Verdi. Ho sognato, solo un sogno, lungo e complicato… Possibile? Mi alzo. Pigramente mi dirigo verso il bagno, devo lavarmi la faccia. Passo davanti allo specchio nel corridoio, mi guardo distrattamente. Poi mi fermo. Quasi spaventata. Ho notato una macchia. Mi guardo la mano sinistra. Sporca di vernice….</p>
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		<title>Da Pezzana al Metropolitan: la storia di Natale Carlo Picco</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 09:05:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Michele Trecate
Era il millenovecentododici, Natale Carlo Picco (Talu, per amici e parenti) viveva a Pezzana, nella cascina Polesine, assieme alla sua famiglia di origine. Era il più vecchio di sette fratelli: quattro maschi e tre femmine.
Aveva sedici anni e pensava spesso al futuro; ricordava con affetto lo zio, un pittore scomparso prematuramente all&#8217;età di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=447&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-462" title="natale-carlo-picco" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/natale-carlo-picco.jpg?w=208&#038;h=285" alt="" width="208" height="285" />di Michele Trecate</p>
<p>Era il millenovecentododici, Natale Carlo Picco (Talu, per amici e parenti) viveva a Pezzana, nella cascina Polesine, assieme alla sua famiglia di origine. Era il più vecchio di sette fratelli: quattro maschi e tre femmine.<br />
Aveva sedici anni e pensava spesso al futuro; ricordava con affetto lo zio, un pittore scomparso prematuramente all&#8217;età di soli ventisette anni; avrebbe voluto seguirne orme, imparare a dipingere e diventare un&#8217;artista, ma sapeva che per poter perseguire quell&#8217;obiettivo avrebbe dovuto studiare parecchio. Allo stesso tempo, le esigenze della sua famiglia aumentavano: Mario, il fratello più giovane, era appena nato e Talu sentiva la necessità di contribuire all&#8217;economia di casa Picco.<br />
Gli fu chiaro che solo un cambiamento radicale della sua vita gli avrebbe offerto l&#8217;opportunità di avvicinarsi, anche solo in modo amatoriale, al mondo dell&#8217;arte. Sapeva leggere, scrivere ed era piuttosto bravo a disegnare, ma questo non faceva di lui un pittore e quel che più conta, non gli garantiva un reddito. Rimanere a Pezzana avrebbe significato lavorare dal mattino alla sera per un basso salario e gli avrebbe precluso la possibilità di continuare gli studi.<span id="more-447"></span></p>
<p>Si confidò con un amico di soli due anni più vecchio, Giovanni: gli parlò della possibilità di partire per l&#8217;America. Dedicarono un mese intero all&#8217;organizzazione del viaggio. Erano eccitati all&#8217;idea e non pensavano ad altro. Non fu semplice convincere i genitori ed i parenti, ma Talu era deciso a partire.</p>
<p>Il sedici ottobre di quell&#8217;anno si imbarcarono sul Duca D&#8217;Aosta: una nave costruita quattro anni prima dai Cantieri Siciliani; aveva una stazza di oltre settemila tonnellate, doppie eliche, due alberi e due fumaioli, macchine a vapore con quadrupla espansione e sviluppava più di sedici nodi di velocità. Poteva trasportare sessantasei passeggeri in prima classe, centoventidue nella seconda e millesettecentoquaranta in terza, “classe degli emigranti” la chiamavano. Chissà quali sentimenti provarono i ragazzi di Pezzana quando la videro? E&#8217; probabile che non avessero nemmeno mai visto il mare prima di allora.</p>
<p>Il ventinove ottobre si trovarono ad Ellis Island, New York. L&#8217;impiegato dell&#8217;ufficio d&#8217;immigrazione compilò il registro. Riga numero ventotto della pagina: Picco Natale, anni 16, operaio, capace di leggere e scrivere, cittadinanza italiana, figlio di Edoardo residente a Pezzana. Riga numero ventinove: Trecate Giovanni, anni 18&#8230;</p>
<p>Erano passati solo tre mesi e tre settimane dal giorno in cui i due amici si erano incontrati ed avevano iniziato a parlare dell&#8217;America; ora erano a Pittsburgh in Pennsylvania, luogo in cui venivano condotti molti degli emigranti che sbarcavano ad Ellis Island. Pittsburgh in quel periodo era una città con quasi mezzo milione di abitanti e lì si produceva almeno un terzo di tutto l&#8217;acciaio prodotto negli Stati Uniti. E&#8217; probabilmente a questo punto che le strade dei due amici si separarono.<br />
Talu, per i due anni successivi, si trasferì da una località all&#8217;altra, alla ricerca di un luogo in cui stabilirsi. Iniziò a praticare il pugilato; non sappiamo quanti incontri sostenne, ma quando molti anni più tardi tornò in Italia a trovare i suoi parenti, raccontò di essere stato un pugile e a chi lo ascoltava con interesse, lui mostrava con orgoglio il suo naso mal ridotto.<br />
In quel periodo, lavorò nelle miniere di carbone, in una fabbrica per la lavorazione del ferro e per le ferrovie.</p>
<p>Nel millenovecentoquindici arrivò a Waterbury, una città della contea di New Haven, stato del Connecticut. Vide delle colline: gli ricordavano quelle del Monferrato, che nelle giornate limpide si scorgono all&#8217;orizzonte da alcuni punti della strada che da Pizzarosto va a Pezzana.<br />
Ebbe qualche difficoltà a trovare un impiego, fino a quando un signore di nome John Manna lo assunse in un negozio di orologi. Fu a quel punto che riprese in considerazione l&#8217;idea di studiare arte. Un architetto, Henry Butler, gli fece il nome di Minnie Roger Steele, un&#8217;artista che aveva lo studio al 24 di Maple St.<br />
Talu, che in America aveva incominciato a farsi chiamare Charles Picco, per tre anni prese lezioni dalla signora Steele, che successivamente lo indirizzò da Lewis York ed Herbert Gute, entrambi insegnanti presso la Yale School of Art. In seguito, frequentò anche un corso tenuto dal critico d&#8217;arte Robert Brackman.</p>
<p>Il 13 marzo del &#8216;20 il tenore Enrico Caruso cantò per il pubblico di Waterbury: il costo del biglietto era di quattro dollari. Sembra che Talu fosse presente in sala, poiché molti anni dopo dichiarò, in un&#8217;intervista ad un giornale locale, di aver assistito ad una performance del famoso tenore. Oltre alla pittura amava anche la musica ed il cinema.<br />
&#8220;Prese lezioni di violino, gli sarebbe piaciuto suonare durante la proiezione dei film; in quel periodo il cinema era muto e le immagini proiettate sullo schermo venivano accompagnate da musicisti presenti in sala, ma quando finalmente imparò a suonare bene, venne introdotto il sonoro&#8221;, racconta il nipote Giuseppe Degrandi di Pezzana.</p>
<p>Nel frattempo continuava a disegnare: durante il tempo libero si esercitava per ore ed ore a ritrarre nature morte e statue classiche, utilizzando esclusivamente il carboncino. Solo dopo aver appreso a fondo la tecnica, iniziò a dipingere ad olio e tempera. Ha sempre sostenuto che gli studi a carboncino costituissero le basi fondamentali per la futura crescita artistica di ogni aspirante pittore.</p>
<p>Nel millenovecentoquarantasette ritornò per la prima volta a Pezzana. Riabbracciò i suoi genitori e mostrò loro alcuni dei quadri che aveva realizzato. Descrisse a suo padre il centro di Waterbury: la città in cui si era stabilito; il genitore espresse il desiderio di vedere un&#8217;immagine di quel luogo. Talu gli promise che l&#8217;avrebbe dipinto e glielo avrebbe mostrato durante il suo prossimo viaggio in Italia.<br />
Tornato in America iniziò subito a lavorare al suo primo quadro di Exchange Place (il centro di Waterbury). Lo aveva appena terminato, quando ricevette un telegramma che lo informava della grave malattia del padre; preparò subito i bagagli, prese anche il dipinto ed andò a trovare per l&#8217;ultima volta i suoi genitori. Furono molto contenti della sua visita.</p>
<p>Charles Picco realizzò altri dipinti dedicati a Waterbury, città che amava profondamente ed in cui a metà anni &#8216;50 fece una mostra personale. Giuseppe Trotta, un artista italo-americano residente in Connecticut, gli suggerì di allestire una personale anche a New York. Talu prese in seria considerazione il consiglio del Trotta, ma non siamo riusciti a scoprire se effettivamente venne organizzata la mostra.<br />
Sappiamo, invece, che inviò le fotografie dei suoi dipinti ad alcuni critici&#8230;</p>
<p>Un giorno ricevette una lettera su carta intestata: &#8220;The Metropolitan Museum of Art<br />
1000 Fifth Avenue. New York&#8221;. Era datata 30 agosto 1965. In quel periodo, Henry Geldzahler ricopriva il ruolo di Associate Curator presso il Metropolitan. In particolare, si occupava di pittura e scultura americana. Ecco cosa scrisse: &#8220;Gentile Signor Picco: Grazie per averci inviato la foto del suo quadro. Possiamo tenerla nei nostri archivi? Sarò in città fino alla fine di settembre e se vorrà scrivere o chiamare per fissare un appuntamento, vorrei vedere il suo dipinto e le fotografie di altre sue opere. Trovo il suo quadro interessante e di buona qualità&#8221;.</p>
<p>Si trattava dell&#8217;opera &#8220;Center at Waterbury&#8221;: una veduta della zona chiamata &#8220;Exchange Place&#8221;. Pochi mesi più tardi la Woodward Foundation acquistò il dipinto, che qualche tempo dopo donò al Metropolitan.</p>
<p>Natale Charles Picco morì nel 1978 a Waterbury, CT. Era contento della vita che aveva vissuto, non si era sposato, non aveva avuto figli, ma sapeva che un suo quadro si trovava in uno dei musei più importanti del mondo e ne era orgoglioso.</p>
<p>Nel millenovecentonovantatré Lowery Stokes Sims, che all&#8217;epoca lavorava nello staff del Metropolitan, rispondendo ad una lettera della sorella di Talu, confermò che il dipinto intitolato Waterbury era presente nella collezione del Museo.</p>
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		<title>Intercettazioni Nella Nebbia #1 &#8211; di Diego Cajelli</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 08:22:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[6 - ottobre 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[- Il piano ha funzionato bene, Gionny, anzi guarda… Direi benissimo!
- Sono contento! Dai, che è la volta buona! Questa volta svoltiamo, Alex! Me lo sento!
- Passo da te nel pomeriggio e ti racconto come è andata!
- No, no! Sei matto?! Voglio sapere tutto subito! Dov’era la festa?
- Su in collina, il barone ha una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=435&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>- Il piano ha funzionato bene, Gionny, anzi guarda… Direi benissimo!<br />
- Sono contento! Dai, che è la volta buona! Questa volta svoltiamo, Alex! Me lo sento!<br />
- Passo da te nel pomeriggio e ti racconto come è andata!<br />
- No, no! Sei matto?! Voglio sapere tutto subito! Dov’era la festa?<br />
- Su in collina, il barone ha una villa gigantesca… Ti dico guarda, una roba che neanche a Hollywood! Una villa enorme, con la dependance per la servitù, il parco, il maneggio e la piscina piena di gnocche…<br />
- Nude?<br />
- Sì ma sul tardi. Comunque… Arrivo lì verso le dieci e mollo la macchina al parcheggiatore… Proprio come nei film!<br />
- Aspetta, ci sei andato con la Punto?<br />
- Gionny, secondo te sono così pirla da andarci con la mia macchina? Quelli appena vedono che ho su l’impianto a gas lo capiscono subito che sono un coglione.<span id="more-435"></span><br />
- Già.<br />
- Ho noleggiato un Cayenne… I quattrocento euri meglio investiti in vita mia.<br />
- Sei un genio, Alex… Lasciatelo dire.<br />
- Grazie, socio! Ti dicevo… Mollo il Cayenne al pinguino ed entro nella villa del barone, c’era già un sacco di gente… Vedo questa sala, con i camerieri che passano portando agli invitati i vassoi con la roba da bere e da mangiare. All’ingresso del salone mi ferma un tizio…<br />
- Chi?<br />
- Il Generale dei Camerieri… Il maggiordomo. Aveva i gradi, le spalline dorate con le frangette, e tutto il resto… Faccia da scopa nel culo compresa. Mi chiede l’invito.<br />
- Mh…<br />
- Lì mi sono detto: Alex, siamo alla resa dei conti, o la va o la spacca… Allora ho tirato fuori l’invito che abbiamo rubato a Marietto. Il boss lo legge, mi guarda, e mi dice: Benvenuto Dottor Bernardis. E poi mi fa entrare!<br />
- Cacchio! Caaacchio! Lo sapevo, lo sapevo che sarebbe andata bene! Bernardis aveva ragione…<br />
- Eh?<br />
- Ma sì, c’eri anche tu con me e la Linda, eravamo sul divano… Assieme a Marietto, si parlava…<br />
- No, Gionny… Forse ero sul balcone a fumare una sigaretta con Cinelli e Ferrante. Che cosa ti aveva detto Bernardis?<br />
- Le solite stronzate che si dicono quando ti ritrovi dopo anni con i compagni del liceo, no? Che ha fatto i soldi, che è un figo, e bla bla bla, ci ha detto di aver ricevuto l’invito per la festa del compleanno del barone… Però è stato sincero. Ha detto che lo avevano invitato, ma che sicuramente non sapevano nemmeno che faccia avesse.<br />
- Ma dirmele prima queste cose, no?<br />
- Scusami. Comunque è stato in quel momento che mi è sembrata una buona idea fottergli l’invito.<br />
E anche il cellulare, così non aveva più i numeri di telefono per avvisare il barone…<br />
- E’ stato lì che Bernardis ti ha detto che faceva il commerciante di opere d’arte?<br />
- Esatto, perché?<br />
- Ne parliamo tra un attimo… Fatto sta che dopo il controllo dell’invito, entro e inizio a dare un’occhiata in giro… Roba fina, Gionny…<br />
- Immagino!<br />
- Arraffo uno sciampagnino e una tartina… Poi mi raggiunge la moglie del barone…<br />
- La baronessa.<br />
- Bravo. Mi arriva ‘sta tizia, uguale uguale a Moira Orfei. Vestita leopardata, tutta piena di ori e gioielli come la Madonna del Petrolio. Mi fa: Dottor Bernaaardiiiis! Finalmente ci conosciamo!<br />
- E tu?<br />
- Gioco la mia parte… E intrattengo la vecchia. Mi dice che il barone è occupato, sta parlando di affari con un banchiere, e che verrà da me dopo. Intanto mi prende a braccetto e mi presenta agli altri invitati.<br />
- Gente famosa?<br />
- Forse. Questi stronzi si chiamano tutti per nome, e faccio fatica a capire di chi si sta parlando.<br />
- Eh?<br />
- Sì, sì. Quelli ti dicono: Ieri ho sentito Flavio al telefono, era incazzato perché Elisabetta al posto dei piedi ha due ghiaccioli e quando dormono gli congela gli stinchi. Ci ho messo venti minuti per capire che parlavano di Briatore e della Gregoraci.<br />
- Porca miseria!<br />
- Ho conosciuto un sacco di gente, ho scritto per bene tutti i nomi su un quadernino, così poi mi aiuti a capire chi cazzo sono, e se ci possono tornare utili in qualche modo…<br />
- Poi vediamo…<br />
- Dopo un po’, la baronessa del circo mi molla lì con la gente che mi ha presentato… E io cerco di mescolarmi con questa gente qua… Conosco uno simpatico, uno che scrive i discorsi per Walter.<br />
- Walter Veltroni?<br />
- No guarda, scrive quelli per Walter Zenga!<br />
- Eddai, non prendermi per il culo! Già è stata dura rimanere a casa e mandare te a quella festa!<br />
- Eravamo d’accordo Gionny, sù… Lo sai perché ci sono andato io e non tu.<br />
- Non è colpa mia se io sono bruttino e tu hai la faccia da divo dei fotoromanzi.<br />
- Io non ho “la faccia da divo dei fotoromanzi”… Io sono un attore con le palle, Gionny! Quella parte di protagonista per i fotoromanzi era l’unico lavoro pagato che ero riuscito a trovare.<br />
- Alex, senti… Cosa vuoi sentirti dire? Che assomigli a Ben Affleck?<br />
- Io sono uguale a Ben Affleck.<br />
- E io sono Lino Banfi da giovane.<br />
- Ecco. I ricchi sono sempre belli, sbarbati, profumati e a loro agio. Se tu ti metti una di quelle camicie azzurrine che si mettono loro, sembri un benzinaio. Tu sei la mente e io il braccio, Gionny!<br />
Hai fatto bene a mandare me!<br />
- Va bene, va bene… Ma hai rimediato qualcosa o no?<br />
- Aspetta… Che il bello deve ancora venire. Parlo un po’ con ‘sta gente… Bevo Champagne, mangio le tartine… Il caviale fa proprio schifo lo sapevi? Puzza di pescheria. Insomma, faccio finta di essere Bernardis, e recitare la parte del mercante d’arte mi riesce benissimo.<br />
- No, dai! Tu non ne sai niente di arte, Alex! Chissà quante minchiate hai detto…<br />
- Mavà… Ho capito che in quell’ambiente l’unica cosa importante è dare l’idea di saperne. Anche loro non ne sanno un cazzo di arte, ma non lo ammetteranno mai. Devono fare i fighi, capisci?<br />
- Ohssignore…<br />
- Vabbè, ho guardato i quadri che il barone aveva appeso alle pareti, e ho improvvisato… Ho scoperto che l’oroscopo funziona benissimo anche per spiegare i quadri…<br />
- Eh?<br />
- Ma sì… Davanti a un Sironi, sorseggiando Champagne ho detto: Vedete? Con questo quadro è evidente di come si sia liberato dall&#8217;insoddisfazione affettiva ed emotiva che lo aveva caratterizzato nell’ultimo periodo. Il messaggio è quello di tenere per noi l&#8217;espressione del nostro amore, nuovo o rinnovato che sia, e di concentrarsi nel trovare una silenziosa intimità con chi ci interessa.<br />
- Pazzesco.<br />
- Era il mio oroscopo. Ariete. Un po’ adattato. Pensa che l’avevo letto quella mattina su uno di quei giornali gratis.<br />
- Non ci credo.<br />
- Pendevano dalle mie labbra…. Non lo sapevo, ma nel frattempo era arrivato anche il barone, e sentendomi, si è molto impressionato.<br />
- Che cosa ti ha detto?<br />
- Lì è stato piuttosto complicato, sai?&#8230; Te la faccio breve. Marietto aveva promesso al barone di portargli un pezzo per quella sera. E lo scopro quando me lo dice il barone. Mi fa: Allora, Bernardis, quella favolosa opera d’arte che mi aveva promesso?<br />
- No!<br />
- Già… Lì sul momento mi prende il panico, capisci? Non so che cazzo dirgli al barone… E’ uno che non ci gira attorno alle cose. E’ uno deciso. Voleva vedere l’opera che Marietto gli aveva promesso.<br />
- E tu che hai fatto?<br />
- Gli ho detto che ce l’avevo in macchina e sono uscito a prenderla.<br />
- Sei scappato?<br />
- No.<br />
- Alex…<br />
- Eh.<br />
- Che cosa hai fatto, Alex?<br />
- Ho venduto al barone la ruota di scorta del Cayenne.<br />
- Che cosa?!<br />
- Arte moderna. Una scultura esclusiva, il pezzo unico di un artista americano, esposto al Moma.<br />
- Sei pazzo!<br />
- Ventimila euro, Gionny… Diecimila a testa. Sto andando in banca a incassare l’assegno.</p>
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		<item>
		<title>C73 &#8211; di Veronica Gallo</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 08:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[6 - ottobre 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa facevate da piccoli per divertirvi? Molti ragazzi risponderanno “Giocavo a pallone”, le femminucce magari cucinavano col “Dolce forno”. Carola Pasquino, mamma sarta e scampoli e bottoni a disposizione, creava “cose”.
Quanti di voi sono diventati campioni di calcio o grandi chef?
Carola Pasquino continua tuttora a creare e della sua passione di bambina ne ha fatto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=nellanebbia.wordpress.com&blog=3178211&post=431&subd=nellanebbia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/carola11.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-459" title="carola11" src="http://nellanebbia.files.wordpress.com/2008/10/carola11.jpg?w=186&#038;h=283" alt="" width="186" height="283" /></a>Cosa facevate da piccoli per divertirvi? Molti ragazzi risponderanno “Giocavo a pallone”, le femminucce magari cucinavano col “Dolce forno”. Carola Pasquino, mamma sarta e scampoli e bottoni a disposizione, creava “cose”.<br />
Quanti di voi sono diventati campioni di calcio o grandi chef?<br />
Carola Pasquino continua tuttora a creare e della sua passione di bambina ne ha fatto non soltanto un lavoro, l’ha trasformata in arte.<br />
La prima cosa che ho pensato incontrandola è stata chiederle del “passaggio”, di come si trasforma una passione in progetto e di come questo progetto lo si realizza.<br />
Carola per tutta l’infanzia e l’adolescenza a Vercelli sente il bisogno di esprimere la sua creatività, accosta stoffe e ritagli di pelle, fili e bottoni per creare collane e per personalizzare borse e cappelli. Poi si trasferisce a Genova, che diventerà una delle sue città del “cuore”, per studiare Architettura, arricchendo i suoi lavori con nuovi stimoli, dando sostanza e formalità alle sue idee. Le sue creazioni sfuggono all’esclusivo appannaggio delle sue amiche quando, spinta anche dal suo compagno specializzato nel ramo commerciale, prova a farne una linea, declinando i suoi lavori in una tavolozza di colori, uscendo dall’unicità del pezzo per produrre un’intera collezione.<span id="more-431"></span><br />
Collezioni (dal 2006 ne realizza due all’anno) che comunque non perdono la loro anima artigianale, il loro esprit di opere d’arte, ma semplicemente sono accresciute nella scelta di colori e pesi differenti affacciandosi al mondo della moda.<br />
Così nasce Progetto C73, una collezione di accessori che utilizza preziose e morbide lane per l’inverno e lucenti cotoni e sete per l’estate.<br />
E tutto nelle sue creazioni parla delle esperienze che Carola ha vissuto: da ogni suo viaggio lei riporta istantanee mentali dei monumenti che ha visto, delle sensazioni che ha provato di fronte alle situazioni più svariate. Queste emozioni la ispirano nella scelta dei colori e dei materiali, nella ricerca delle lavorazioni, nello studio di nuovi stili.<br />
“Perché gli accessori?” le chiedo mentre mi offre il caffè nella bellissima cucina disegnata da lei, “perché non esprimi le tue idee con altre forme d’arte, nella fotografia, nel design oppure realizzando una collezione di abiti?”<br />
“Perché questi oggetti &#8211; mi spiega &#8211; permettono alle donne di oggi, spesso vestite di nero con scarpe basse ed abbigliamento comodo, di personalizzare il proprio look, per diversificarsi e rendersi uniche.”<br />
Un tocco di colore insomma per rallegrare grigie giornate di lavoro, per arricchire il solito tubino nero, borse capienti e morbide per contenere il nostro mondo senza dimenticare il glam di un manico in lana o di un ciondolo unico.<br />
I colori in particolare stuzzicano la mia curiosità di modaiola.<br />
“Sono avanti di due anni!” le dico ricordando il turchese della collezione del 2006 che solo da una stagione imperversa nei negozi.<br />
Ma Carola non si scompone, anche se apprezza quello che nelle mie intenzioni voleva essere un complimento. La scelta dei colori viene fatta curiosando fra i prototipi delle filature biellesi, scegliendo quindi con un anticipo di tre anni circa rispetto all’uscita delle collezioni degli stilisti.<br />
Dopo la scelta dei materiali e dei colori Carola realizza il prototipo e segue la produzione che avviene sempre nel biellese per quanto riguarda la gioielleria, mentre le borse vengono realizzate da artigiani toscani. I numeri non sono elevatissimi dal momento che ogni articolo è realizzato interamente a mano e proprio per questo mai completamente uguale ad un altro. Il packaging è a dir poco originale: i gioielli, infatti, vengono confezionati in contenitori alimentari per il sottovuoto. Tale soluzione non solo permette un agevole trasporto, ma trasforma la confezione stessa in un oggetto di design. La rete di vendita, dopo esperienze complesse con diversi agenti, è ora affidata ad uno showroom di Milano che valorizza al meglio i suoi lavori. Nel suo sito internet – www.c73.it- sono citati numerosi negozi in Italia e diversi punti vendita in Francia in cui si possono trovare le sue creazioni. Sempre dal sito, piacevole e completo, si passano in rassegna le collezioni, le cui immagini sono state curate da fotografi ogni anno diversi, e si visionano gli eventi in cui sono state presentate. Come per il Natale 2007 anche quest’anno Carola aprirà un Temporary shop a Vercelli, pur prendendo contatti anche per vendere le sue collezioni ad un noto negozio vercellese.<br />
L’aver individuato un trend originale non ferma però la sua voglia di innovazione. Dopo aver declinato lane e bottoni, la collezione 2008 si arricchisce di combinazioni stoffa in principe di Galles e plexiglass, mentre per le nuove lavorazioni Carola sta sperimentando un intreccio di lana realizzato con solo 4 dita. Dal punto di vista della ricerca, in questo momento sta approfondendo lo studio della moda degli anni ’20 del secolo scorso. “Un periodo &#8211; mi dice &#8211; in cui le donne si sono tagliate i capelli, hanno indossato pantaloni ed abiti sciolti, liberandosi attraverso l’abbigliamento da tradizioni e condizionamenti”. Del resto proprio in quegli anni le donne si sono affacciate al mondo del lavoro ed avevano bisogno di indumenti eleganti ed allo stesso tempo comodi, puntando proprio come ora l’attenzione sugli accessori. Lunghe collane in maglia al posto di tripli giri di perle: forse questo possiamo aspettarci per la collezione 2009.<br />
Nel mentre l’intervista si è spostata nel suo laboratorio in cui si mischiano mobili di modernariato,opere contemporanee e stoffe antiche, il tutto ordinato e luminoso. “Pensavo che gli artisti vivessero in ambienti più caotici!” esclamo, così scopro che Carola si definisce addirittura pignola raccontandomi che cura con maniacale precisione anche gli aspetti meno romantici del suo lavoro, come la stesura del listino prezzi! Anche questo mi convince di avere di fronte una professionista e che quel famoso passaggio di cui parlavo all’inizio avviene proprio quando si riesce a coniugare la fantasia alla concretezza.<br />
Un’ultima domanda “Anche la moda attuale ti ispira?”<br />
“La moda” mi dice “è un po’ croce e delizia per me”. Come tutte le donne ne subisce l’influenza, ma non sopporta i diktat e crea in assoluta libertà spesso andando controcorrente rispetto alle attuali tendenze. L’arte sta nel fatto che le sue creazioni passano indenni alle bizze dei trend e possono restare negli scrigni delle sue estimatrici per anni per poi essere tramandate come solo le cose preziose sanno fare.<br />
“Mia madre sarta mi ha insegnato la qualità di un buon taglio di un capo fatto per durare, questo voglio trasmettere con le mie creazioni”<br />
E questo trasmette con l’umiltà di un artigiano, la creatività di un’artista e la precisione e la competenza di un’imprenditrice, di una ragazza che da Vercelli ha seguito la sua passione ed ha realizzato il suo progetto.</p>
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