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sorsi di pace 2

Una lodevole iniziativa artistica per raccogliere fondi per Emergency

 E’ l’ennesima giornata piovosa: anche spostandoci da Vercelli a Ghemme non troviamo uno spiraglio di azzurro nel cielo. Lasciamo l’auto nel parcheggio allagato e ci avviamo nel cuore della Francoli, una tra le più importanti distillerie della zona.
Sembra un controsenso, ma via via che ci addentriamo negli enormi capannoni dove montagne di casse di grappa lasciano spazio agli stand di Slow Food, la luce diventa più intensa e più calda, fino a sfociare in un’esplosione di calore e di colori: siamo a Sorsi di Pace.
Dall’alto del soffitto piovono aquiloni, sono i lavori dei ragazzi di sei scuole locali, coinvolte nell’iniziativa per sensibilizzare gli alunni, le loro famiglie e gli insegnanti stessi alla cultura della pace e dell’aiuto reciproco, e che verranno venduti per raccogliere fondi e permettere a tutti di lasciare un’offerta, anche piccola, per i progetti di Emergency, perché il grosso delle offerte arriverà dopo, quando avrà inizio l’asta benefica. Continua a leggere

Si dice che il Rock and Roll sia immortale e si pensa che i Rolling Stones dureranno per sempre… ma così non è. La band più famosa e longeva del mondo è fatta di persone in carne ed ossa e nulla può la fama da rockstar contro il tempo. Questo i Rolling Stones lo sanno e forse è il motivo per cui hanno deciso di fissare su celluloide un concerto, come quello al Beacon Theater di New York ricorrendo ad un grande cineasta come Martin Scorsese.
Gli Stones avevano già fatto un film con un maestro del cinema, nel 1968 Jean-Luc Godard aveva intrappolato la loro immagine in One Plus One. Erano gli anni della contestazione e lo sguardo del regista francese vincolava l’immagine del gruppo ad una visione allucinata del caos che regnava nel mondo. La registrazione delle sessions in studio di Sympathy for the Devil era il pretesto per raccontare la “Storia”.
Ora però gli anni sono passati e i Rolling vogliono la loro “storia”. Urge lasciare un marchio che vada oltre gli eventi. La scelta del regista americano non è casuale ed ha dei precedenti. Scorsese il rock ce l’ha nel sangue. Lo dimostrano le colonne sonore dei suoi film tra cui Mean Streets, Al di là della vita, Casinò, The Departed, o i documentari come L’Ultimo Valzer, l’episodio della tetralogia Blues, Dal Mali al Missisipi, o No Direction Home su Bob Dylan. Nel ‘69 il regista aveva partecipato inoltre al film su Woodstock ed ha confessato di essersi ispirato più volte alla musica degli Stones per i suoi film.

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La “manifestazione dell’orgoglio” arriva a Biella il 14 giugno, un’occasione per rompere gli schemi e fare luce sulla realtà della provincia

Signore e signori a Biella va in scena il Gay Pride! No, non è uno scherzo cari lettori: semplicemente gli organizzatori del Pride Piemontese hanno scelto l’aristocratica (e un filo ostica) Biella come palcoscenico regionale della “manifestazione dell’orgoglio”, molto spesso criticata e (ancor più volentieri) vituperata. La data da segnarsi sul calendario è il 14 giugno e, ahimè, ho idea che quel giorno lo scettro d’evento trash spetterà di diritto alle nozze Briatore-Gregoraci che, c’è da scommetterci, saranno un vero tripudio “cafonal”. Anche perché i toni del Pride Biellese si annunciano quanto mai bon chi-bon genre e persino la chiacchieratissima sfilata finale, definita da più parti “una carnevalata” (last but not least la neo Ministra delle pari opportunità Miss Mara Carfagna), si prepara ad essere una semplice e composta “manifestazione di piazza”. Che significa? Che al posto delle classiche trans supermaggiorate (e super esibizioniste) vedremo stuoli di ragazzotti gay impulloverati in candidi maglioni di cachemire griffati Zegna? O che invece dei soliti palestrati dal pettorale inamidato marceranno coppie di lesbo chic avvolte in morbide sciarpe di shahtoosh Loro Piana? Certo, tutto può accadere, ma questa è una mera questione folklo-stilistica. Continua a leggere

Ci sono delle date che entrano di prepotenza nella storia dell’umanità.
Momenti che vengono ricordati per sempre, diventando anniversari da celebrare in ogni angolo del globo. Date che ci ricordano periodi terribili della nostra storia, o attimi di felicità. La fine di una guerra, l’attacco alle torri, la vittoria ai mondiali, la liberazione dall’oppressione.
Date che non sono soltanto l’indicazione di un giorno, di un mese e di un anno, ma che rappresentano l’umanità stessa e la sua storia.
La data di oggi, il 38 giugno 2044, verrà ricordata per sempre.
Oggi, il 38 giugno 2044 è morto il più grande artista del terzo millennio, è morto Algernon Futanazy, e con lui, forse, è morta la parola arte nel suo senso più ampio.

cajelli
Di Futanazy, della sua vita e delle sue opere, ormai si è detto tutto quello che si poteva dire o inventare. Uno degli ultimi lavori critici sulla sua produzione, è un enciclopedia di 40 volumi, che coprono la sua storia di artista, dall’esordio alla presentazione della fatale opera che gli costerà la vita.
Futanazy, bambino prodigio, divenne universalmente celebre nel 2011, quando all’età di undici anni, creò la corrente del doriangrayismo, disegnando ritratti sulle patate.

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Il progetto musicale Reparto numero 6 nasce dall’incontro di tre giovani vercellesi: Samuele Dessì, Paolo Pietropoli e Andrea Boscaro. Il loro repertorio cantautorale è ispirato da diversi autori, tra cui Anton Cechov, Giacomo Leopardi, Hervè Guibert. Sonorità ricercate e particolari, stesura e arrangiamenti evocano artisti come Rino Gaetano, Lucio Battisti, Vladimir Visotsky, Tom Waits. La sezione ritmica della band è costituita da Roberto Corradino (batteria) e Massimiliano Tona (basso elettrico). Nel 2006 è cominciata la collaborazione del “Reparto” con la coppia di produttori Luca Vittori e Marco Forni.

reparto n.6

“Se non avete timore delle scottature d’ortica, inoltriamoci per lo stretto sentiero che conduce al padiglione, e guardiamo cosa succede là dentro”. Con queste parole di Anton Cechov, tratte dal racconto “Reparto n.6”, l’autore russo sembra voler condurre “fisicamente” il lettore nell’ospedale psichiatrico, portandolo poi a confondere il limite tra la patologia mentale e la normalità. Che riflesso ha avuto questo fattore nella commistione di elementi reali e immaginari che possono essere riscontrati all’interno dei vostri testi? Continua a leggere

Credo che alcuni tra voi abbiano avuto notizia dell’Anticrhist Detector Device del professor Noburu Kanazawa mitico genio delle Sapporo Industries, un apparecchio portatile in grado di segnalare a chi lo sta utilizzando la vicinanza dell’anticristo. Non è mia intenzione aprire un dibattito sulla sua esistenza o meno ma devo dirvi che dopo aver fatto questa scoperta mi sento più rassicurato. Essendo un apparecchio economico, 57 dollari americani (simbolo $) ovvero circa 35 dollari europei (simbolo €), è molto probabile che ne siano stati venduti parecchi esemplari il che riduce le possibilità che l’anticristo la passi liscia o comunque che deambuli con fare strafottente in piena luce del giorno. Con il detector nelle mani di un normale cittadino americano tutto diventa possibile. Povero anticristo,va al mac per un hamburger e zac preso, e giù legnate da Jenny una cuoca di colore dal peso di 110 Kg nata a Jefferstown e incazzata per il fresco divorzio.

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Maccheroncini al pesto di basilico con pomodorini e gamberone, tagliata di spada leggermente affumicato con sale al chinotto e insalata di finocchi con caramello al limone…
Fantasiosi, creativi, buoni.
Roberto Balgisi e sua moglie Claudia mi guidano alla scoperta di uno dei ristoranti storici di Vercelli, da più di trent’anni punto di riferimento per gli amanti del pesce, il Boccalatte. La giovane coppia gestisce dal 2003 questo pezzo di storia del gusto con passione e preparazione. Roberto si è fatto le ossa in Francia e da maestri come Gualtiero Marchesi, ma al “Gestore” di Varese ha imparando i veri segreti della sua arte: la materia prima e la freschezza del prodotto.

boccalatte

Gamberi e scampi, tonno di Carloforte, baccalà islandese mantecato all’extravergine… soltanto sapendo cercare e scegliere i migliori fornitori è possibile servire con qualità i propri clienti. Non posso quindi non chiedere a Roberto quale sia il segreto, e scopro che due volte alla settimana, da Levaldigi, l’aeroporto di Cuneo, parte un volo alla volta di Mazzara del Vallo per rifornire i sessanta coperti del Boccalatte. L’entusiasmante gran crudo di mare con il proprio aperitivo, in questo caso un campari destrutturato, alla maniera di Ferran Adria per intendersi e poi pane, pasta e dolci rigorosamente fatti in casa. Buona la cantina, in questo caso esclusiva gestione di Claudia completano le più che alte aspettative, anche se la carta dei vini è, a mio parere, migliorabile. Ottima la scelta dei distillati dove whisky e rum la fanno da padroni.

Un gradito consiglio se ci si vuole coccolare o semplicemente per mangiare bene.

Chiuso il Mercoledì ed il Sabato a Pranzo, per prenotare 0161 214515.

..comodo ma, come dire, poca soddisfazione…
C.S.I.

Volete provare un’esperienza di straordinario design? Fate un giro per la vostra casa a verificare se l’interruttore che vedete nell’immagine qui accanto è montato sul cavo di una vostra lampada. Se, stranamente (è stato finora prodotto in oltre 25 milioni di esemplari) non è così potete fare come me: andate a comprarlo nel negozio sotto casa - costa 3 euro - e lo montate in 10 minuti sul cavo della vostra lampada da comodino. Poi accendete.
Clic.
Ora potete intuire perché il più famoso designer italiano, Achille Castiglioni che lo progettò nel 1968 insieme al fratello Pier Giacomo, lo riteneva il suo oggetto preferito: l’invenzione di quello scatto rassicurante, copiato da allora un’infinità di volte, lo inorgogliva e allo stesso tempo segnava il tempo della sua giornata.
interruttore

Clic.
Personaggi vulcanici e geniali come Castiglioni, scomparso nel 2002, sono quelli che hanno costruito la fama del progetto industriale (per gli amici industrial design) in Italia e la fortuna economica di un settore che ancora oggi pone l’inventiva italiana all’avanguardia del mercato.
L’evento più importante al mondo legato al mercato del design è il Salone del Mobile di Milano che si svolge tutti gli anni verso la metà di aprile.
Se non siete un calciatore o una modella Milano non è una città molto divertente, ma nella settimana del salone tutto cambia: per gemmazione spontanea il Salone ha prodotto il fuorisalone che non è altro che la duplicazione dei padiglioni fieristici in giro per la città. E in giro vuol dire veramente ovunque: piazze, abitazioni, magazzini, fabbriche abbandonate o funzionanti, cantine oltre a più convenzionali showroom, musei e gallerie d’arte diventano oggetto di allestimenti spettacolari, performance mirabolanti e buffet continui ad ogni ora del giorno… I compratori, con amici, parenti, semplici curiosi e animali da compagnia arrivano da tutto il mondo ingorgando la città dal mercoledì al lunedì successivo. Per chi lavora nel settore, o cerca di entrarci, è necessario esporre: se non ci sei non esisti.
Una grande festa collettiva insomma; ma il design? Molto spesso è diluito all’interno del grande entusiasmo generale, qualche volta non c’è, molto spesso sembra una scusa per creare un’atmosfera o forse è più vero il contrario: l’atmosfera da rivista patinata che avvolge l’evento sembra essere quella che dà il senso agli oggetti. Come nella pubblicità il valore dell’oggetto viene scavalcato dall’incanto dell’evento che deve attirare più pubblico possibile.

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Non so come o quando sia cominciata questa passione. Da bambini veniamo spinti verso un qualche tipo di espressione artistica, a volte, addirittura, genitori entusiasti ci spingono a suonare il clarinetto, ci regalano tele e pennelli, portano improbabili étoile cicciottelle a lezione di danza.

Mia madre faceva tutto questo, sperava, ambiva ad avere una figlia artista. Eppure niente da fare. Il clarino strideva e spaventava i gatti miei e dei vicini, le mie opere pittoriche rasentavano la teomondoscrofalite pura e per quanto riguarda il balletto in cinque anni non sono mai avanzata oltre l’ultima fila, data la mole e la grazia che mi contraddistinguevano. Persino lo sport non era il mio piatto forte e dire che sono costata ore e ore di nuoto, tennis, pallavolo…tutto inutile. Continua a leggere

“ZINGARI DI MERDA”

(Effigie Edizioni, pp. 94, € 15,00)
Con reportage fotografico a cura di Giovanni Giovannetti

Esistono troppe storie minori nella storia ufficiale perché un solo libro le contenga tutte. Una di queste, è senz’altro la storia del popolo nomade. Cosa si sa, effettivamente, degli zingari? Da dove proviene in origine l’indistinta massa migrante che “si sta spostando adesso verso il nostro piccolo e ottuso paese, muovendosi come all’interno di un mondo prenatale e collettivo inconscio”? Sugli zingari non esistono in effetti carteggi, o testi sacri, che ne delineino una tradizione, una religione, una cultura, un’evoluzione. Ma Moresco ha ragione a definire il nostro mondo come “prenatale” e “inconscio”, perché, poste le debite eccezioni, è innegabile che l’opinione pubblica tenda a scagliarsi contro un’intera etnia appena una notizia in cronaca nera, al telegiornale, riguarda “qualcuno di loro”. In un viaggio a bordo di uno scalcinato Mercedes guidato dallo zingaro Dumitru, lo scrittore Antonio Moresco e il fotografo Giovanni Giovannetti decidono di entrare nella ferita, di guardarci dentro, ognuno mosso da esperienze e relazioni personali con la questione. Giovannetti in particolare ha aiutato molti degli zingari sfollati dalla Snia, un rudere a cielo aperto, un’ex fabbrica di Pavia dove molti nomadi dormivano fra le macerie o, se possibile, costruendo capanne fatte con molto cartone e poco altro. Tuttavia “Zingari di merda” non è un libro a favore dei Rom. Tanto meno gli è contro. Nella sua narrazione pulita e perciò quasi agghiacciante per come chiaramente mostra la realtà degli zingari incontrati in Romania fra Slatina e Listęava, Moresco tenta di capire. E non ci riesce. Per la loro innata inafferrabilità, contraddistinta in primis dal nomadismo stesso, gli zingari sono così: incomprensibili. Ecco perché, forse, pur potendo associarsi alla malavita organizzata non l’hanno comunque mai fatto, senza per questo smettere di rubare, spacciare, prostituire: perché non hanno uno Stato. Non sono gestibili. Neppure quando, ed è una scena autentica del libro, Moresco e Giovannetti sono accolti nella “capanna” di una famiglia Rom e un bambino viene costretto a restare nella tinozza dove la madre lo stava lavando. I messaggi in questo caso sono due. Il primo è per dimostrare agli ospiti che gli zingari sono gente pulita. Il secondo messaggio è meglio intuirlo, o leggerlo nel libro. Ci vuole veramente troppa scelleratezza per concepirlo e un’infinita saggezza per riuscire a trasmetterlo senza giudizi. Continua a leggere

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